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n° 13 Gen./Feb. 2004

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LA PALEOBOTANICA NELL’800

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BOSTON 1852: IL VASO GIUNTO DALL'IMPOSSIBILE »
IL VERO, IL FALSO, L’IMPOSSIBILE »
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[Esemplare di "Archaeopteryx Siemensi" - 44K .jpg] [Il teschio del famoso "uomo di Piltdown" - 50K .jpg] [Zuccheriera in platino realizzata dal gioielliere di Luigi XVI M.E. Janety - 37K .jpg] [Il III° volume del Traité de Paleobotanique - 55K .jpg] ["Sphenophyllum kidstoni" e "Sphenophyllum laurae" - 35K .jpg] ["Sphenopteris goldenbergi" - 50K .jpg] [Varietà di "Sphenophyllum" - 59K .jpg] [Diagramma scala biologica - 40K .jpg]
 

Certo non esiste una relazione evidente tra il terreno - con l’età che abbiamo accertato - su cui sorge la città di Boston ed il ritrovamento del vaso di Dorchester.
Questo vaso, in teoria, potrebbe essere stato portato fin lì pure dalla Cina e buttato poi nel pietrame un attimo prima che arrivassero gli operai a ripulire il terreno.
Il fatto poi che si tratti d’un oggetto unico al mondo non è di per sé significativo, anche se qualcosa di certo significa.
Tutti i più importanti musei sono pieni di pezzi unici. Al "Metropolitan Museum of Art di New York", ad esempio, c’è una zuccheriera in platino realizzata dal gioielliere personale di Luigi XVI, Marc Étienne Janety, in un unico esemplare. L’arte e l’abilità di questo artigiano erano tali che persino il nuovo governo rivoluzionario si fermò davanti a lui: non solo, infatti, Janety non seguì la sorte del suo sovrano, ma addirittura ricevette importanti, e storiche, commesse da parte dei nuovi padroni della Francia. Il metro ed il chilogrammo campione infatti, entrambi in platino, furono realizzati da lui nel 1795 su incarico d’una apposita Commissione.
L’autore d’un vaso di pregiata fattura come il vaso di Dorchester, invece, è completamente sconosciuto. Un simile, abile e straordinario artigiano non solo avrebbe creato in tutta la sua vita un unico, incredibile oggetto, ma nessuno avrebbe mai sentito parlare di lui.
Potrebbe, questa sconosciuta ma secolare persona, aver raffigurato qualche pianta rara ma esistente?
Ovviamente è la prima cosa che ho pensato, così mi sono recato negli uffici dell’Orto botanico di Bergamo ed ho parlato con il Direttore, consegnandogli ovviamente una foto del vaso. Costui, persona assai garbata e cortese, è rimasto per lunghi minuti in silenzio a guardare ciò che io gli avevo indicato. Sembrava molto concentrato ed io pensavo "Ci siamo! Finalmente saprò qualcosa", ma dopo un po’ mi ha detto che non si trattava di una pianta esistente, indicandomi anche i tralci con le foglioline ai lati della figura centrale come qualcosa di non attualmente esistente. Dopodiché, senza perdere la sua iniziale cortesia, mi ha anche detto che non poteva dirmi altro, dal momento che lui è un botanico, e non un paleobotanico. A quel punto la strada delle mie ulteriori ricerche era tracciata. Quando, nel salutarci, mi ha augurato buon lavoro, ho inteso questa frase come il segno che le mie ricerche non sarebbero state vane. E così è stato. Ho ritrovato quelle piante nei testi che raccolgono i cataloghi delle piante estinte.
Dunque c’è un’altra cosa ancora più sconcertante: se fosse esistita una simile persona, intendo dire nell’arco di Storia a noi noto dell’Uomo, allora questa persona avrebbe dovuto avere, oltre alle straordinarie capacità metallurgiche e le singolari qualità artistiche - uniche in tutto il mondo - che abbiamo visto, anche il dono della profezia. Le incisioni sul vaso, infatti, riproducono piante estinte del carbonifero superiore che, all’epoca della scoperta del vaso, erano del tutto sconosciute.
È vero che esistevano, già fin dal ’700, ampi trattati sulla flora del Carbonifero, dal momento che dalle miniere di carbone dell’Europa centrale e dell’Inghilterra venivano estratti in abbondanza reperti fossili di piante esistite in quell’era geologica. Erano, tuttavia, poveramente illustrati, come dice Henry Andrews jr., nel suo "Ancient plants and the world they lived in" (New York 1964). L’Autore aggiunge anche (pag. 232):

«Uno dei primi veri contributi alla flora del Carbonifero della Gran Bretagna fu il libro di Edmund T. Artis "Fitologia antidiluviana", pubblicato nel 1838. Le illustrazioni sono d’una qualità distintamente superiore a quella dei suoi predecessori ed il libro è citato come referenza ai nostri giorni per ciò che concerne le piante del Carbonifero.»

Ora nello stesso anno di pubblicazione del bel libro di Henry Andrews jr. uscì anche il "Traité de Paléobotanique", un’opera monumentale in 9 volumi, pubblicato sotto la direzione di Édouard Boureau (Parigi, 1964), sono riportate le figure e le foto di tutti i ritrovamenti di piante estinte di cui finora si ha conoscenza, e per ciascuna di esse è citata la referenza della fonte bibliografica. Il trattato di Boureau riporta le piante scoperte e pubblicate nel XIX secolo, come ad esempio lo "Sphenophyllum verticillatum" di cui è citata la sua prima pubblicazione nel 1820, e così via fino alle ultime come lo "Sphenophyllum lescurianum" di cui è citata la pubblicazione nel 1897. Ebbene, nessuna delle piante pubblicate nella prima metà del XIX secolo ha qualcosa a che vedere con le piante incise sul vaso di Dorchester.
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