
IL VERO, IL FALSO, L’IMPOSSIBILE

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BOSTON 1852: IL VASO GIUNTO DALL'IMPOSSIBILE »

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Uno dei più grandi astrofisici del XX secolo, Fred Hoyle, nel corso degli anni ‘80 non esitò a definire falsi gli esemplari di "Archaeopteryx lithographica", scoperti poco più d’un secolo prima in Baviera nei calcari di Solnhofen, la cui formazione risale al Giurassico superiore. Com’è noto, quei fossili sono assolutamente autentici.
La polemica, tuttavia, non si è mai sopita. Nonostante la scoperta anche nella provincia cinese di Liaoning, al confine con la Corea, di dinosauri pennuti (avvenuta negli ultimi anni del secolo scorso), ed essendo ormai chiara la tendenza a ritenere gli uccelli una variante "aviana" dei dinosauri, vi sono ancora prestigiosi scienziati che si oppongono strenuamente a questa considerazione.
La comunità scientifica inglese, invece, non manifestò particolare opposizione, nel 1912, ad accettare come autentica la "scoperta" d’un avvocato del Sussex, Charles Dawson, il quale diceva d’aver trovato, alcuni anni prima, in una cava di ghiaia vicino Piltdown, resti di primati del Pliocene superiore (5 milioni d’anni fa). Il così soprannominato "Uomo di Piltdown" aveva una sconvolgente particolarità: il neurocranio era identico a quello dell’"homo sapiens", mentre lo splancnocranio (la mandibola in particolare) era esattamente quello d’una scimmia. Le dotte argomentazioni si sprecarono, così come i fiumi d’inchiostro per dimostrare che si trattava proprio dell’anello mancante nella catena dell’evoluzione umana finché, nel 1953, nuovi ed accurati esami sui reperti diedero un responso traumatico: l’usura dei denti era stata ottenuta con un abrasivo moderno, di cui furono rinvenute le tracce sullo smalto, mentre la patina d’ossidazione delle ossa risultò essere nient’altro che una vernice abilmente spalmata su di esse. Lo schock fu terribile, anche perché l’amico e "compagno di merende" di Dawson era nientemeno che il dotto gesuita Teilhard de Chardin, che molte volte aveva accompagnato l’avvocato nelle sue escursioni alla ricerca dei "fossili".

Galileo Galilei, in una lettera datata "Arcetri, 15 settembre 1640", ed indirizzata al suo amico Fortunio Liceti, medico e professore d’anatomia umana all’Università di Padova, scriveva così: "Tra le sicure maniere per conseguire la verità è l’anteporre l’esperienza a qualsivoglia discorso, essendo noi sicuri che in essa, almanco copertamente, sarà contenuta la fallacia, non essendo possibile che una sensata esperienza sia contraria al vero."
In queste parole del fondatore della scienza moderna c’è tutta la sua visione del metodo scientifico. Già, ma che cos’è una "sensata esperienza"?
Quando, ad esempio, uno dei più grandi fisici dell’era moderna, Ernst Mach, vide pubblicata per la prima volta la teoria della "Relatività Speciale" di Albert Einstein, fece conoscere al mondo intero tutto il suo orrore, ed il suo profondo disprezzo, per quella che non esitò a definire "l’opera d’un pazzo". E non era il solo.
Un altro grande scienziato dell’epoca, Pierre Duhem, professore di fisica teorica all’Università di Lille ed epistemologo di scuola empirio-criticista, nella seconda edizione della sua "Théorie phisique" (Bordeaux, 1914) scrisse che "la teoria della relatività è il frutto di una corsa pazza e febbricitante verso concetti che gettano la fisica in un vero e proprio caos, dove la logica perde la strada ed il senso comune fugge terrorizzato".
La "sensata esperienza" d’un fisico, dunque, può non essere la "sensata esperienza" d’un altro suo collega (a meno che non lavorino insieme nello stesso "team"), ma non solo. Quando, una trentina d’anni fa, geologi ed archeologi si riunirono insieme a congresso per stabilire come e quando fosse esplosa l’isola di Thera nel mare Egeo, le "sensate esperienze" degli uni si scostarono drammaticamente dalle "sensate esperienze" degli altri.
Non è possibile, dunque, prima di definire il concetto di "sensata esperienza", prescindere dall’altro concetto, certamente più importante, di "sensata conoscenza". Nel caso del convegno sull’isola di Thera, ad esempio, il pur glorioso metodo scientifico ha sfoggiato uno dei suoi limiti più drammatici: le metodologie scientifiche di ricerca ed analisi dei dati, diverse per i due gruppi di scienziati, portavano inevitabilmente a conclusioni diverse.
Il caso di cui ci stiamo occupando adesso, cioè il caso del vaso di Dorchester, appartiene invece ad un’altra categoria di ricognizioni cognitive, e cioè a un’indagine "border line", ai confini estremi del modo che noi abbiamo "oggi" di concepire il mondo in cui viviamo. Ricerche di questo genere possono condurre soltanto a due tipi di risultato: o la riconferma del vecchio concetto baconiano secondo cui "la verità emerge piuttosto dall’errore che dalla confusione", cioè da quelle scoperte casuali che cambiano i paradigmi del nostro modo di ragionare, o il prevalere della natura cumulativa della scienza normale che avoca a sé il diritto di stabilire cos’è "problema" o no, e cos’è "soluzione" o no.
Quando Thomas Khun insegnava storia della scienza all’Università di Princeton scrisse un libro, "The Structure of Scientific Revolutions" (Chicago, 1970), in cui diceva le cose che ho appena ricordato. I tecnici delle varie discipline scientifiche, tuttavia, spesso ignorano i termini e le condizioni del dibattito epistemologico, e davanti ad un nuovo paradigma vedono rosso ed irrompono sulla scena con la stessa grazia di un toro liberato, alle cinque della sera, per le strade bagnate di Pamplona.
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