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n° 13 Gen./Feb. 2004

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TRE MARI: DUE MEDITERRANEI, UN ATLANTICO...
E QUELLO CHE NOI CHIAMIAMO OCEANO NON C'È


    parti precedenti:

LE RICERCHE: TRA STORIA E MITO »
LE GUERRE TRA GLI ATLANTI E GLI ANTENATI DEGLI ATENIESI »
MELKHART E LE COLONNE D'ERAKLES »

[Un invasore dei "Popoli del Mare" - 47K .jpg] [Personaggi raffigurati nelle pitture rupestri sahariane - 38K .jpg] [La costa fra la Sicilia e la Tunisia - 42K .jpg] [Il Sud tunisino e il lago Tritonide - 60K .jpg] [La "stada dei carri" - 49K .jpg] [Le "Colonne d’Eracle" - 43K .jpg] [Il "Mare Atlantico" corrispondeva forse al Grand Erg Orientale - 60K .jpg] [donne autoctone dell’antico "Sahara Fertile" - 39K .jpg] [Carri da guerra e da caccia trainati da cavalli - 47K .jpg]
 

Immaginiamo di ritornare indietro nel tempo, 3300 anni fa, intorno all’anno 1300 a.C. (ossia novemila mesi prima di Solone, dalla cui narrazione il filosofo Platone trasse le proprie informazioni su Atlantide).
Quello che oggi è il Mare Mediterraneo doveva essere a quel tempo distinto in due mari, posti a quote diverse e privi di comunicazioni reciproche.
Ad ovest, il bacino costituito dal Mediterraneo occidentale e dal Tirreno era - come oggi - in comunicazione con le acque dell’Oceano, attraverso lo stretto dell’attuale Gibilterra, che si era aperto più di mille anni prima, e le sue acque avevano ormai raggiunto un livello simile a quello odierno, grazie all’apporto costante garantito dall’apertura di quella bocca di comunicazione con le acque oceaniche.
Un secondo mare, ad est, andava dalla Piccola Sirte alla costa siro-palestinese e comprendeva lo Ionio, il basso Adriatico e il Mar di Candia (mentre il territorio Egeo, tutto emerso, era una vasta pianura, costellata di rilievi montuosi di origine vulcanica). Esso era ben separato dal primo, perché al posto dello stretto di Messina esisteva un istmo roccioso e quello che oggi è il canale di Sicilia era allora una fertile pianura, irrigata da fiumi e protetta da alte montagne, che scendeva dolcemente verso le sponde del mare inferiore.
Le acque del Mediterraneo orientale dovevano trovarsi ad una quota di circa 300 metri sotto quella odierna. Faremo riferimento a questa quota come "livello zero" per misurare le altitudini relative.
All’estremo occidente del Mediterraneo orientale, non lontano da dove ora si erge l’isola di Malta, due strette imboccature davano accesso ad un grande golfo, profondo oltre mille metri. Intorno a quel golfo, protetto alla sua imboccatura da una vasta isola, era sorta una civiltà fiorente, fondata da una stirpe libica che era forse scesa sino a qui dalle alte montagne del sud.
Chi fosse provenuto da oriente, da Creta o dall’Egitto, avrebbe visto una costa rocciosa, piuttosto ripida, nella quale si aprivano due stretti, ai lati di un’ampia isola, con un’estensione compresa tra 11.000 e 17.000 km2, che si ergeva sino ad una collina di circa 150 metri. I due stretti a nord e ad ovest dell’isola misuravano tra i 15 e i 30 km. Poteva però essere anche una penisola, con un solo stretto alla sua estremità nord, quale unico accesso al grande golfo.
Possiamo identificare in questo sistema di stretti le "colonne d’Eracle" dell’antica mitologia (e una delle due "colonne" appare identificabile nel massiccio roccioso dell’attuale isola di Malta). Le alture più elevate di quel sistema emergono ancora dal mare del canale di Sicilia e sono: Pantelleria, le isole Pelagie (Lampedusa e Linosa), le isole maltesi.
Lungo la sponda settentrionale del golfo si ergeva un sistema di rilievi, un po’ più elevato di 500 metri, che dominava il panorama (le attuali isole maltesi); le coste meridionali erano un po’ più dolci, ma un lungo e piatto rilievo si elevava vicino al mare, sino ad oltre 400 metri dal pelo delle onde, e di fronte ad esso, non lontano, un’alta isola sorgeva dalle acque del bacino (le attuali isole di Lampedusa - la prima - e di Linosa, quella staccata dalla costa). In direzione nord-ovest, in fondo al grande golfo, si stagliava un imponente picco vulcanico, alto più di 1100 metri dalle acque del mare.
Per usare un chiaro riferimento attuale, si trattava di quella che oggi conosciamo come l’isola di Pantelleria.
Dietro di essa, a nord, la costa saliva a delimitare l’orizzonte, per un’altezza di almeno 300 metri. Al di là vi era l’altro mare, che riceveva ormai da secoli l’apporto delle acque dall’Oceano, e da lì

"era possibile raggiungere le altre isole per coloro che allora compivano le traversate e dalle isole a tutto il continente opposto, che si trovava intorno a quel vero mare (pontos)... Infatti tutto quanto è compreso nei limiti dell’imboccatura di cui ho parlato appare come un porto caratterizzato da una stretta entrata: quell’altro mare, invece, puoi effettivamente chiamarlo mare e quella terra che interamente lo circonda puoi veramente e assai giustamente chiamarla continente." (Platone).

Quel mare, che era da secoli in collegamento con le acque dell’Oceano tramite la bocca di Gibilterra, era molto vicino a debordare al di qua della sua sponda e a dilagare verso il golfo ed il Mediterraneo orientale, posti ad una quota più bassa.
Questa era la vera maledizione pendente sul capo del popolo (Atlanti-Tjehenu) che abitava quelle terre, ma essi forse erano convinti che la situazione di precario equilibrio potesse durare in eterno, così come essi l’avevano sempre vissuta.
Ad ovest del "porto" o golfo che abbiamo descritto si stendeva un’ampia, fertile pianura irrigua, che ritorniamo a descrivere con le parole usate da Platone. Essa riceveva da nord le acque della Medjerda, che oggi scendono al mare non lontano da Tunisi, mentre da ovest poteva essere abbondantemente irrigata grazie alle acque provenienti dall’ampio "mare" interno, le cui acque dovevano essere piuttosto dolci.
Quell’estensione di pianura corrisponde, per misure e caratteristiche fisicoclimatiche, al territorio descritto da Platone: la distanza dalla chiusura del golfo, verso sud, sino alle sponde del Mediterraneo occidentale, è di 540 km (tremila stadi), e quella dalla costa del golfo sino ai rilievi alle spalle della pianura, che delimitavano il mare interno, di 360 km (duemila stadi).
Il filosofo narra che gli abitanti di Atlantide coltivavano - fra l’altro - datteri e banane, in mezzo ad una fauna in cui spiccava la presenza di elefanti. Dalla costa, la pianura saliva dolcemente verso ovest, in direzione di una cresta di colli di origine vulcanica, ricchi di giacimenti metalliferi, dalla struttura morfologica in prevalenza tufacea. Al di là della cresta, a circa 450 km di distanza dalle acque del Mediterraneo, si stendeva un enorme bacino d’acqua: un vero e proprio mare, la cui superficie era posta ad una quota di circa 650 metri superiore a quella del Mediterraneo.
Quel mare raccoglieva le acque di un vasto bacino pluviale, che andava dall’attuale massiccio degli Aurès, a nord, a sud sino ai massicci del Tassili e dell’Ahaggar (la "montagna Atlante", secondo il testo di Erodoto), dal quale scendeva il fiume che oggi ha il nome di Wed Igharghar. Le sue acque, a loro volta, alimentavano un emissario che scendeva verso est, al Mediterraneo: un fiume perenne, che irrigava le terre della vasta pianura.
Quando l’acqua toccava il massimo livello quel mare poteva raggiungere una profondità di circa 350-380 metri ed aveva una forma quasi circolare, con una superficie di oltre 280.000 km2, paragonabile per estensione a quella dell’intera penisola italiana. Nel fondo del suo bacino oggi c’è un grande sedimento di sabbia, il Grand Erg orientale (Igharghar): uno dei deserti sabbiosi più estesi al mondo.
Si può suppone che a quel grande mare fosse attribuito in epoca antica il nome primitivo di "oceano (pelagos) Atlantico". Per comodità, visto che il mito antico pose in quella regione il Giardino delle Esperidi e che ancora oggi il suo fondo disseccato si chiama "Chott el Djerid" (palude disseccata del giardino, del palmeto), lo chiameremo "il mare dei Giardini".
A sud-ovest del mare dei Giardini, a una distanza di altri 500 km, si ergeva verso il cielo il grande massiccio roccioso dell’Atlante... si tratta della montagna oggi nota col nome berbero di Ahaggar, "nobile".
Ricorriamo alla descrizione offertane da Erodoto: "È stretto e circolare da ogni parte ed alto - a quanto si dice - tanto che le sue vette non si possono scorgere: giammai infatti le abbandonano le nubi, né d’estate né d’inverno. Gli indigeni dicono che sia una colonna della volta celeste".
Le cime più alte di quel massiccio, nella montagna oggi chiamata Atakor, erano quasi 2800 metri più in alto del livello delle acque dell’oceano (ossia 3400 al di sopra del livello del Mediterraneo di allora). Alle pendici di quella montagna - racconta Erodoto - viveva un tempo il popolo degli Atlanti: "Da questo monte gli abitanti del paese hanno tratto il nome, si chiamano infatti Atlanti. Si dice che essi non si nutrano di alcun essere animato e che non abbiano sogni."
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