
MISTERI EGIZI DEL SINAI
di Massimo Barbetta (Seconda Parte)
vedi: Prima Parte

Avevamo parlato nella prima parte delle correlazioni tra il Tempio di Serabit el Khadem, nella parte centro-occidentale della Penisola del Sinai e la civiltà dell'Antico Egitto, che aveva lasciato tracce evidenti del suo passaggio. Nelle rovine di questo luogo erano state trovate Steli, davvero inconsuete, che parlano di strani fenomeni che rendono gli uomini longevi come gli esseri divini che risiedevano ed erano adorati in questa regione.

A Serabit non si trovano solo vestigia della Civiltà Egizia, ma anche resti di culture ebraiche o, comunque, di ceppo semitico, come appare diffusamente nella vicenda dell'Esodo Biblico. Unite e sovrapposte a queste, troviamo poi elementi di cultura araba e di quella variegata saga epica che viene riassunta nella leggenda del Graal.

LE "INFLUENZE" SEMITICHE-EBRAICHE
Beno Rothemberg ("Sinai explorations" 1967-1972) ritiene che "Nel 3° millennio a. C. il Sinai fosse densamente abitato da tribù semite che si dedicavano all'estrazione del rame e del turchese e che resistettero alle incursioni degli egizi."
Alcuni studiosi ritengono, peraltro, che le prime tracce di insediamenti nel sito di Serabit debbano essere fatte addirittura risalire al 6.000 a.C. In questo luogo, accanto alle consuete e ricorrenti Stele ed Iscrizioni geroglifiche egizie, compaiono anche statuette e tavolette con caratteri in una lingua inconsueta, che viene definita Sinaitica, o Proto-Ebraica, o Pre-Fenicia, precorritrice quindi, di idiomi più recenti, appartenenti al ceppo semitico. Tali caratteri sono stati datati da F. Albright ("The Proto-Sinaitic inscriptions and their Deciphrement") fra il 1525 ed il 1475 a.C. Concordemente Donner ritiene che si tratti di un'evoluzione grafica dal geroglifico, o, meglio, dallo ieratico, dovuti alla lunga permanenza di coloro che fecero queste iscrizioni, nella Terra del Nilo.
Secondo Flinders-Petrie insediamenti a Serabit di minatori semitici in grado di scrivere queste iscrizioni potevano risalire a tre secoli prima dell'Esodo Biblico.
Questo fatto viene interpretato dagli Archeologi e dagli studiosi di Storia Ebraica, come prova che in questa area erano presenti, già in tempi molto antichi, delle stirpi di ceppo semitico e che forse gli stessi Antichi Egizi usavano mano d'opera proto-ebraica per l'attività estrattiva.
Una prova indiretta sembra venire dal fatto che la Divinità per eccellenza adorata in questo luogo era la Dea Vacca Hathor, a ragione definita "Signora del Sinai".
Le iscrizioni proto-ebraiche trovate parlano però di venerazione contemporanea per Ba'alat od Ashtoreth, la controparte semitica-canaanea di Hathor.
Esistono anche altre testimonianze molto conosciute che dicono di un popolo Semitico che soggiornò per un lungo periodo nella regione del Sinai Meridionale, all'epoca guidati da Mosè.
Noi sappiamo infatti dalla Bibbia che Mosè si recò due volte nel Sinai. La prima quando fuggì dall'Egitto per evitare la punizione per l'omicidio causato al funzionario Egizio, e dove incontrò Ietro, il sacerdote Madianita, suo futuro suocero. La seconda quando vi condusse tutti gli Ebrei durante l'Esodo.
La richiesta di Mosè di recarsi "tre giorni nel deserto" Esodo (3,18; 5,3 e 8,28) per "sacrificare a Dio" sembra inconsueta, ma si può riferire, a quanto sostiene lo stesso Flinders, ad una formula che identificava la strada che si dirigeva verso la parte meridionale del Sinai.
Non si può escludere che si potesse trattare di una visita a Serabit.
Della stessa idea appare Charles Marston ("The Bible comes alive"): "Flinders Petrie ha suggerito che 'tre giorni nel deserto' era un'espressione usata per definire la strada che portava a Serabit, nel centro della Penisola del Sinai, dove erano osservati rituali proto ebraici... Le immense quantità di ceneri testimoniavano un uso di offerte bruciate sugli altari".
Secondo molti autori infatti Serabit era l'unico luogo, già attrezzato e conosciuto, situato a tre giorni di marcia nella Penisola del Sinai, dove popoli semiti potevano adorare il loro Dio.
John M. Allegro ("The Dead Sea Scroll and the Christian Myth"), uno dei decrittatori dei Rotoli del Mar Morto, ritiene che: "Alcuni studiosi identificano la Montagna di Dio con la Piana di Petra sul Monte Seir, con Serbal, e persino con Serabit el Khadem."
Secondo Ian Wilson ("The Exodus Enigma") una volta usciti da Pi-Ramses (Avaris) per gli Ebrei e Mosè c'era "una strada verso est che transitava per lo Wadi Tumilat, più lunga, che conduceva attraverso il caldo ed arido terreno del Sinai, dove erano collocate le miniere di Rame e di Turchese degli Egiziani... Questa strana variazione del percorso sembra fu voluta proprio da Dio."
Werner Keller ("The Bible as History") conferma che la strada attraverso cui si diresse Mosè era quella percorsa dalle squadre di minatori semiti. Giungeva infatti allo Wadi Gharandel, alle pendici del monte dove si ergeva Serabit, dove si trovava un'oasi con numerosi pozzi d'acqua ed ombrose palme.
Il termine "Deserto", usato dalla Bibbia, deve tenere peraltro, conto di due fattori.
Il primo è che, come ci informa C.C. Robertson ("On the track of Exodus"), il clima all'epoca di Mosè, era meno torrido dell'attuale, cosicché nella vasta pianura centrale del Sinai era possibile trovare praterie e terre coltivabili.
Il Colonnello Charles Warren, che aveva effettuato una spedizione nel Sinai nel 1882, ricorda di aver visto alberi di Acacia lungo il decorso di questi "Wadi", ed i Beduini ricordavano come, in tempi antichi, tali alberi erano fittissimi lungo le pendici delle montagne.
Ricordiamo che proprio nel Sinai Mosè usò il legno di Acacia per costruire l'Arca.
Il secondo è che il termine ebraico
  
= "Midbar", invariabilmente tradotto come "Deserto", ha in realtà anche il significato di "Pascolo" e "Prateria". Il riferimento è confermato dal primo significato del termine "Midbar" che troviamo nell'"Hebrew and English Lexicon" di W. Gesenius.
La parola "Midbar", insieme alla parola "Dobher" = "Pascolo", deriva infatti dal termine Aramaico "Dabar" = "Condurre il gregge".
Non dimentichiamo che Mosè fece compiere l'Esodo proprio nel Mese Ebraico di Nisan, il nostro Aprile, quando la maggior parte della manodopera semita, e dei sorveglianti egizi stava iniziando a ridurre la sua presenza per la pausa estiva, che, come detto in precedenza, andava da Novembe ad Aprile.
Uno studioso egiziano, Ahmed Osman ("Moses, Pharaoh of Egypt", pag. 171) afferma che Mosè avrebbe vissuto, durante la prima permanenza nel Sinai, per ben 25 anni proprio a Serabit, che corrispondeva al mitico Monte Horeb della Bibbia. L'episodio del "Roveto ardente" potrebbe pertanto essere quindi ambientato davvero non molto distante da Serabit.
Zecharia Sitchin afferma peraltro che la tribù di Ietro, oltre che con il toponimo Madian, era conosciuta come i "Queniti", termine che significherebbe "lavoratori di metalli, esperti di metallurgia". Secondo Forbes ("The evolution of the Smith") il termine "Qain" deriverebbe dal sumerico "Kin" = "Forgiatore". D'altro canto la radice "Qyn" significa "fabbro" sia in Sud-Arabia, a Palmyra, e parimenti in Ebraico ed in Aramaico.
Serabit potrebbe quindi essere proprio il centro di culto dei Madianiti, i "Semiti esperti di metallurgia". D'altro canto Bezaleel, colui che viene incaricato di decorare e costruire l'arco è un abile Orafo e "Lavoratore di metalli". Inoltre Aronne, durante l'assenza di Mosè, forgia un "vitello d'oro" per il culto, dimostrando anch'egli una certa perizia da "Fabbro".
Ci si riferiva all'egizia Hathor?
Inoltre Gregory D. Mumford (Sinai) riporta che: "Durante il 2° Periodo Intermedio e la fase iniziale della 18a Dinastia una attività nel Sinai meridionale ad opera di Asiatici Occidentali (Hyksos) sembra essere avvalorata dalla presenza a Serabit el Khadem di frammenti di prodotti provenienti da Tell El Yehudyya e da alcuni marchi a scarabeo di fattura Hyksos."
Ietro, il suocero di Mosè, era quindi anch'egli esperto nella metallurgia?
Riguardo alla logica obbiezione che Mosè difficilmente si sarebbe recato a Serabit, Tempio (anche) Egizio, fuggendo dall'esercito degli Egiziani, per recarsi in un luogo egizio, risponde lo stesso Flinders Petrie.
L'Egittologo britannico ritenne infatti che gli Egizi non mantenevano una guarnigione fissa a Serabit, ma inviavano solamente periodiche spedizioni temporanee.
Dello stesso avviso appare Charles Marston che ritiene che o non c'era un presidio egizio stabile, o questo eventuale presidio era largamente inferiore al numero di minatori Madianiti.
Alcuni studiosi della Bibbia ritengono che il Faraone acconsentì alla richiesta di Mosè di recarsi "per tre giorni nel Deserto" a Serabit, ma, soltanto dopo che Mosè al quarto giorno non fece ritorno verso l'Egitto, fu messo al corrente dell'accaduto da qualche informatore a Serabit.
Prima che la notizia arrivasse a Menfi e si organizzasse la spedizione militare contro i profughi israeliti, passarono almeno sette giorni.
Alcuni studiosi hanno affermato che Serabit era la Montagna di Dio, dove fu effettuato il sacrificio dei "tre giorni nel deserto".
I Biblisti hanno cercato di localizzare Serabit nella Geografia del Libro dell'Esodo.
Ecco la sequenza degli avvenimenti. Mosè sconfigge gli Amaleciti a Rephidim (17,8); sempre a Rephidim egli fa scaturire una sorgente d'Acqua, colpendo la roccia, mentre poco dopo incontra il Suocero Ietro, sulla Montagna di Dio (18,1), dove in precedenza (5,12), Mosè, Aronne e gli Anziani avevano ringraziato con offerte Dio, mangiando il "Pane della Presenza"; quindi il popolo si addentra nel deserto (pianura) del Sinai, lasciando Rephidim (19,1). Da questo decorso alcuni studiosi hanno dedotto che Rephidim potrebbe corrispondere proprio a Serabit!
Ma a Serabit erano inoltre raffigurate ripetutamente immagini del "Pane Conico". Una frase rivelatrice sull'uso di questo conico "pane della presenza" di Dio ci viene da Esodo (5,12): "Quindi Ietro, suocero di Mosè, fece un fuoco sacrificale e di offerta a Dio. Ed Aronne, con tutti gli anziani di Israele, venne per mangiare il pane insieme a Ietro."
Tale descrizione collima alla perfezione con tutto ciò che è stato trovato a Serabit. Addirittura il Professor Hubert Grimme di Munster ("Althebraische Inschriften vom Sinai") avrebbe decifrato il nome di Mosè da una delle iscrizioni proto-semitiche presenti a Serabit.
Nel Tempio di Serabit si trovavano altresì quattro vasche per probabili abluzioni, di cui ben tre all'interno del Tempio, con aspetto simile a vasche tipiche delle usanze semitiche.
La presenza di una fonderia in un luogo di questo genere richiama alla memoria un passo dell'Esodo (19,18): "Il monte Sinai era tutto fumante, perché Dio era disceso su di esso nel fuoco. Il suo fumo saliva come il fumo di una fornace, e tutto il monte tremava forte."
Il Libro dell'Esodo dice che il "Pane della Presentazione" sarebbe stato fatto da Bezaleel. Considerato che egli aveva costruito l'Arca dell'Alleanza, così come le decorazioni del Tabernacolo, si deve dedurre che era un orafo.
Il "Pane della Presenza", di forma conica, derivava quindi da una sostanza minerale che veniva chiamata "Oro Bianco". A Gerusalemme successivamente questo "Pane" veniva posto, una volta alla settimana, nel "Sancta Sanctorum" dagli Alti Sacerdoti di Melchisedek.
Questi alti prelati sembra fossero in grado di comunicare telepaticamente e conoscere ogni cosa in anticipo, considerata l'accezione del termine "profetare" = "parlare in anticipo", fatto abbastanza comune nell'era dei Grandi Profeti Biblici. In Egitto tali "Pani Conici" erano altrettanto frequenti, sempre offerti alla Divinità.
Potevano essere costituiti sia da "Oro Bianco", ma anche da Pietra Colorata (Malachite? Turchese? Loro polveri?).
Nella vicina località di Timna veniva invece estratto il Rame tra il 1900 ed il 1200 a.C. e, secondo Nelson Glueck, tale luogo corrispondeva alle mitiche "Miniere di Re Salomone" e alla zona conosciuta come
   
= "Dizahab" = "sufficiente oro" che compare in Deuteronomio (1,1-2). Timna compare come toponimo biblico
 
in Genesi (36,12; 36,22; 36,40) ed in 1 Cronache (1,36; 1,39; 1,51).
Magnus Magnusson ("The Archaeology of the Bible lands") afferma che: "I primi lavori a Timna risalirebbero al 4000 a. C. Dopo un lungo periodo di abbandono, l'attività mineraria fu ripresa con rinnovato ardore e tecnica. Nel 1969 fu rinvenuto un piccolo Tempio Egizio sotto una sporgenza dei 'Pilastri di Salomone', dove furono trovati ammassati ben 11.000 oggetti votivi dedicati alla Dea 'Mucca' Hathor, molti dei quali recanti i cartigli dei Faraoni della 20a Dinastia. Questi usavano manodopera di esperti operai Madianiti."
Dopo il declino della supremazia Egizia in questi luoghi, i Madianiti avevano riconvertito il tempio in un loro santuario, ammucchiando in un angolo le precedenti migliaia di offerte votive degli Egizi. Essi installarono nuove pietre: i "Masseboth" biblici, coprirono il tutto con una tenda, di cui si trovò qualche traccia nei sedimenti. Nel Sancta Sanctorum fu rinvenuto anche un serpente di rame dalla testa dorata, un antico simbolo di fertilità nel Medio-Oriente, che richiamò alla memoria il "Serpente di ottone" di Mosè che compare in Numeri (21,9). Tali considerazioni spinsero B. Rothemberg ad ipotizzare che la liturgia del Culto degli Israeliti potesse avere avuto origine dai Madianiti.

VALUTAZIONI SULL'IPOTESI ANATI-BARBIERO
L'Arca dell'Alleanza, la Tenda del Convegno e qualche importante arredo sacro spariscono dalla narrazione Biblica alla vigilia della Cattività Babilonese nel VI secolo a.C. Negli avvenimenti che seguono la distruzione di Gerusalemme, nel 586 a.C., con la deportazione del re ebraico Sedecia ad opera di Nabucodonosor, queste venerate "Reliquie" ed "Arredi" scompaiono infatti dal "Sancta Sanctorum" nel Tempio di Gerusalemme per non riapparire più. Il Profeta Geremia, secondo molti studiosi, era presente e sapeva qualcosa, od aveva assistito a qualche avvenimento che doveva rimanere per sempre segreto.
Certo è che gli Israeliti accettano la definitiva scomparsa dell'Arca con una invero "strana" tranquilla accettazione della gravissima perdita. Forse perché era stata detto che l'Arca era sta messo al sicuro, od "al sicuro" era sempre stata in una delle grotte del Sinai?
Questa sbalorditiva ipotesi è suggerita da Anati-Barbiero.
Emmanuel Anati e Flavio Barbiero, sostenuti dallo scrittore ed amico Valerio Massimo Manfredi che diede risonanza indiretta alle loro ipotesi nell'intrigante romanzo "Il Faraone delle sabbie", sostengono infatti una ipotesi assolutamente originale, ma pienamente possibile alla luce della "collazione" di alcuni passi dell'Antico Testamento.
Secondo i due autori alcuni oggetti sacri di estrema importanza per la religione ed il culto degli Israeliti sarebbero stati conservati, e forse lo sarebbero ancora, in un luogo nascosto della Penisola del Sinai. Alcuni ricercatori pensano infatti, anche se solo come ipotesi non confermata, che esisterebbero addirittura diverse copie dell'Arca dell'Alleanza: si parla di un esemplare originale e di quattro copie, fatte fare dagli stessi Israeliti e conservate in diversi luoghi. Un particolare Iuogo nella Penisola del Sinai potrebbe conservare, secondo Anati-Barbiero, addirittura l'Arca originale, la cui esatta ubicazione sarebbe tuttavia andata persa a seguito della Cattività Babilonese nel 6° secolo a.C.
Questi autori riferiscono che nella Bibbia in 2 Maccabei (2,4-8) viene detto: "Il profeta Geremia, ottenuto un responso, ordinò che lo seguissero con la Tenda e con l'Arca. Quando giunse presso il monte dove Mosè era salito ed aveva contemplato l'eredità di Dio, Geremia salì e trovò un vano a forma di caverna e là introdusse la Tenda, l'Arca, l'altare degli incensi e sbarrò l'ingresso. Alcuni del suo seguito tornarono poi per segnare la strada, ma non trovarono più il luogo. Geremia, avendolo saputo, li rimproverò dicendo: il luogo deve restare ignoto, finché Dio non avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio. Allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè, e come avvenne quando Salomone chiese che il luogo fosse solennemente santificato."
L'espressione "contemplò l'eredità di Dio" era stata usata in Esodo (15,17) per definire il Monte Horeb nel Sinai.
Questo riferimento al Monte Horeb non è poi l'unico. Infatti in 1 Re (19,8-13) leggiamo: "(Elia) camminò per quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte di Dio, l'Horeb. Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte. Gli fu detto: Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore. Ecco, il Signore passò. Come l'udì Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna."
Questa espressione conferma inoltre l'episodio in cui Mosè, in Esodo (33,22), per nascondersi alla vista di Dio sul monte Horeb, si nascose in un "cavo nella roccia".
Spicca in questi tre brani biblici, distanziati cronologicamente tra loro di quasi 900 anni, la presenza di Caverne all'interno del Monte Horeb.
Sarà una combinazione ma le zone minerarie di Serabit e di Timna erano particolarmente ricche di grotte naturali e, più spesso, artificiali, erano quindi luogo ideale per queste Caverne. Inoltre, il nome arabo per indicare "Cripte" o "Luoghi sotterranei nascosti" è "Seradib".
È più che evidente la somiglianza fonetica di questo termine con Serabit el Khadem.
Anati-Barbiero continuano dicendo poi che vi sono riferimenti anche alla visita di Re Salomone sul Monte Horeb, come citata in 2 Maccabei.
Un dato di fatto è che l'Antico Testamento cita il Monte Horeb soltanto in Esodo ed in Deuteronomio.
I riferimenti successivi che compaiono speculari in 1 Re (8,9) ed in 2 Cronache (5,10) si riferiscono solo a rievocazioni del passato operato di Mosè, mentre la visita di Elia compare in 1 Re (19,8).
Concretamente si può dire che da "Deuteronomio" in poi il Monte Horeb scompare dalla Bibbia, mentre da Giosuè in poi compare il nome "Gabaon". Questo nome che significa "Città della Collina" è presente sia all'interno della Palestina, riferito agli Amorrei, popolazione di stirpe canaanea, che fuori di Israele, creando talora notevole ambiguità di comprensione negli studiosi della Bibbia. In Giosuè (10,41) leggiamo dell'estensione della vittoria militare di Giosuè: "Li sterminò da Kadesh-Barnea fino a Gaza, e tutta la regione di Goshen fino a Gabaon."
Kadesh-Barnea è il punto sud-orientale del confine tra il Sinai ed Israele, mentre Gaza è il punto nord-orientale.
La regione di Goshen è al confine con la regione orientale del Delta del Nilo, costituendo il confine nordoccidentale della regione del Sinai. Se ne deduce che Gabaon rappresenterebbe inevitabilmente il punto sudoccidentale della Penisola del Sinai.
Un altro punto interessante appare in 2 Samuele (2,24): "...la collina di Ammà, che è al limite di Ghiach, sulla via del deserto di Gabaon."
Il termine ebraico per "deserto", "midbar", è lo stesso usato in Esodo per descrivere i dintorni del monte Horeb.
In 1 Re (3,4) si legge inoltre: "(Salomone) andò a Gabaon per offrirvi sacrifici, perché ivi sorgeva la più grande altura". In 2 Cronache (1,3-5) abbiamo: "Poi Salomone si recò all'altura di Gabaon, perché là si trovava la tenda del convegno di Dio eretta da Mosè, servo di Dio, nel deserto."
Si potrebbe dedurre che la Tenda e l'Arca potevano stare sull'altura, ma allora ci voleva qualcuno che sorvegliasse questo luogo così importante?
Ed infatti c'era!
In 1 Cronache (21,29) leggiamo che: "La dimora del Signore, eretta da Mosè nel deserto, e l'altare dell'olocausto in quel tempo erano sull'altura in Gabaon, ma Davide non osava recarsi là a consultare Dio perché era molto spaventato di fronte alla spada dell'angelo del Signore." Questo timore di Davide fece sì che in 1 Cronache (16,39): "(Davide) incaricò della dimora del Signore che era sull'altura di Gabaon il sacerdote Zadok."
Secondo Anati-Barbiero la paura del "pio" Davide era dovuta all'increscioso sterminio, narrato in 1 Samuele (22,11-23), compiuto da Saul nei confronti del sacerdote Achimelek, figlio di Achitub, accusato di parteggiare per Davide. Lo sterminio fu compiuto ad opera di Doeg, il cui nome significa "preciso", definito come l'Idumeo, (nativo quindi dell'Idumea od Edom); Doeg era stato "killer" davvero "preciso", in quella circostanza, "di ben 85 uomini che portavano l'Efod di lino. Nob, poi, città dei sacerdoti, la passò a fil di spada."
Questa "Città dei Sacerdoti" poteva forse essere la "Bad.Gal.Din.Gir." = "Il luogo fortificato degli Dei", di cui parla Zecharia Sitchin a proposito della Penisola del Sinai, custodito dopo l'Esodo Biblico da un presidio fisso di "Sacerdoti di Jahvè"?
La notizia di questo massacro fu portata a Davide da Abiatar, l'unico superstite della carneficina.
Sarà una casualità, ma il massacro dei Sacerdoti viene compiuto da Doeg, un Idumeo, cioè un "abitante di Edom".
Fu scelto lui perché la Cittadella dei Sacerdoti di Achimlek era collocata in Edom/Idumea e Doeg la conosceva bene? Ma l'Edom del Sud era il Sinai centrosettentrionale?
Domande cui è difficile rispondere in modo conclusivo.
Se analizziamo il testo biblico vediamo come la città di "Nob" compare quasi soltanto in questo punto della Bibbia, e significa "Luogo in alto", praticamente lo stesso significato di "Gabaon" = "la città sulla Collina". Questo massacro sarebbe, secondo Anati-Barbiero, stato espiato con l'uccisione punitiva di sette figli di Saul. Davide li consegnò: "nelle mani dei gabaoniti che li appesero sul monte davanti a Jahvè".
Anati-Barbiero fanno opportunamente notare che, se intendiamo "Gabaoniti" come quella popolazione di stirpe canaanea, derivata dagli Amorrei, abbiamo che Davide avrebbe consegnato sette figli del Re Saul a dei nemici canaanei, già disprezzati da Giosuè (Giosuè 9).
Un fatto assurdo ed improponibile.
Mentre se valutiamo "Gabaoniti" come coloro che stavano a "Gabaon", così come a "Nob", tradotti rispettivamente come "Città della collina" o "Luogo in alto", abbiamo che i figli di Saul avrebbero espiato la colpa dell'omicidio di 85 sacerdoti di Jahvè, commesso da Doeg, l'Idumeo, praticamente davanti allo stesso Tempio della Divinità.
Secondo i due ricercatori italiani quindi, il nascondiglio segreto della Tenda e dell'Arca dell'Alleanza degli Ebrei erano in una cripta all'interno del Monte Horeb, nella Penisola del Sinai, in un luogo ben sorvegliato da un nucleo di "Sacerdoti di Jahvè", stanziati in una specie di cittadella. Il nome di questo insediamento e delle sue reali funzioni doveva restare il più possibile celato; infatti la Bibbia, comprensibilmente, fa di tutto per fornire informazioni ambigue o codificate a riguardo dei "Custodi dell'Arca" o dell'"Arca" stessa.
Alla luce della loro pluriennale esperienza di scavi archeologici nel sito di Har Karkom, nel Sinai nordorientale, Anati-Barbiero propendono per questa località come sede di questo santuario davvero sacro e, finora, rimasto inviolato.
Tuttavia ritengo che uno dei siti possibili per le "Cripte" segrete potrebbe essere proprio quello della zona di Serabit el Khadem. In questa area non mancavano sicuramente le grotte, sia naturali che artificiali, considerata l'intensa attività mineraria nella zona, fin da tempi molto remoti. Inoltre tutte le analisi da noi svolte sembrano porre l'accenno sulla arcana importanza e sul sacro mistero che circondava questo luogo da migliaia di anni.

IL SINAI ED IL GRAAL
Noi tutti sappiamo che la Saga epica di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda si intreccia con le vicende del Graal. Fiumi di inchiostro sono stati versati sull'argomento "Graal".
La Chiesa Cattolica, pur senza prendere posizione, non vede male l'opinione leggendaria che il Graal sarebbe stato il Calice dell'Ultima Cena in cui Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto il Sangue di Gesù morto sulla Croce.
In realtà questa versione della leggenda sarebbe stato un tentativo di cristianizzare, in tempi successivi, una epopea, quella del Graal, che affonda le sue radici in racconti incentrati su conoscenze originarie arabe.
L'inizio della raccolta organica della saga del Graal si deve a Chretien de Troyes ed a Robert de Boron, ma è con Wolfram Von Eschembach che il ciclo si completa e si arricchisce. Il suo "Parzival" contiene tutti i precedenti racconti del Graal, ed ammalia, anche a distanza di secoli, musicisti insigni quali Richard Wagner.
La ricerca del Graal che impegna i Cavalieri della Tavola Rotonda è diventato un "topos" letterario memorabile per l'ardore mistico di coloro che si accingono all'ardua impresa. Il Graal, secondo la tradizione di Wolfram von Eschembach, è situato in una terra chiamata "Sarraz", da cui "si vede il Grande Nilo", il suo Re "è in lotta con Tolomeo", probabilmente il sovrano di origine macedone dell'Antico Egitto.
Dal nome "Sarraz" sarebbe derivato il termine "Saraceno". Il termine "Sarraz", deriverebbe secondo alcuni studiosi dall'arabo "Sciarkhin" = "Orientale", tuttavia in arabo la "Z" di "Sarraz" è facilmente scritta come "T" o "TZ". Inoltre il fatto che sia in inglese che in italiano sia presente la "C" di "Saracen", mentre in francese è presente la "S" di "Sarrasin" ci autorizza a fare queste considerazioni storiche-fonetiche.
Nella lingua geroglifica la lettera che unisce la pronuncia di "Z" di "Sarraz" e "C" di Saracen è la "T". Infatti gli Egittologi ritengono che la pronuncia della parola "Neter" = Dio, sia "Netcer". D'altro canto la "S" del francese "Sarrasin" molto probabilmente deriva dall'ebraica "Tsadi". Per cui la pronuncia potrebbe anche essere stata "Sarrats". Elemento comune globale di queste analisi è quindi la lettera "T", per cui la pronuncia originaria potrebbe essere "Sarrat".
Inoltre, foneticamente, è del tutto verosimile che il raddoppiamento eufonico della "R" di "Sarraz" sia stato successivo e che in origine fosse stato presente nella parola il gruppo "RB". Per cui il nome "Sarraz" molto tempo prima del Medio-Evo avrebbe potuto essere "Sarbat".
Tuttavia "Sarbat", come ci aveva detto in precedenza Arborio Mella ("L'Egitto dei Faraoni"), era una delle varianti fonetiche di "Serabit".
Sarraz sarebbe quindi una diversa versione fonetica di Serabit? Difficile dirlo con sicurezza, ma il fenomeno di evoluzione fonetica è pienamente possibile, almeno a livello teorico.
Indagando sulle origini storiche del nome "Saraceno" abbiamo qualche conferma in questo senso.
I "Saraceni" vengono infatti definiti come "Tribù nomadi di stirpe semitica che, inizialmente abitavano il Sinai Meridionale, infastidendo i traffici di Romani e Bizantini in questa zona."
D'altro canto è innegabile che questi "Stirpi nomadi semitiche" avevano infastidito anche gli Antichi Egizi (che le chiamavano "Hapiru", = "Ribelli armati") fin dalle prime Dinastie, per giungere fino agli ultimi Faraoni d'Egitto, i Tolomei. Altrettanto evidente è che, dalle alture del Sinai Meridionale, era possibile vedere in lontananza "il Grande Nilo" scorrere in direzione del Delta, ed anche il Re Tolomeo, era, inequivocabilmente, sovrano dell'Egitto.
Inoltre, per quanto strano possa sembrare, uno dei luoghi in cui il Graal veniva cercato dai "Cavalieri del Ciclo Arturiano" era proprio la Penisola del Sinai.
Una delle svariate qualità del Graal era infatti proprio quella di fornire un "Elixir di Lunga Vita". Ma questo aspetto è comune all'esoterismo islamico: infatti si parla spesso in queste tradizioni di "Fonte della Vita", che contiene le "Acque dell'Immortalità".

LE CONOSCENZE EBRAICHE
La tradizione esoterica islamica, conosciuta in Europa dopo le Crociate, forse proprio ad opera dei Templari, parlava di una montagna, Asse del Mondo o Montagna Polare, conosciuta come "Qaf" = "Cranio".
Nel "Racconto dell'esilio occidentale" di Sohravardi troviamo infatti questa descrizione: "Io esco da queste grotte e queste caverne, mi dirigo a destra verso la Sorgente della Vita, io vedo i pesci che si sono raccolti nella Sorgente della Vita, che godono della serena dolcezza all'ombra della vetta sublime... Sappi che questa montagna è il Monte Sinai."
Ribadisce poi Ruzbehan Baqli: "Io mi vedo sopra il Monte Sinai. Vedo Dio - Gloria a Lui - mentre giunge dai giardini dell'eternità senza inizio."
Ma il tema della Sorgente della Vita e dei pesci che vi nuotano dentro è estremamente ricorrente nella letteratura islamica. Come avevamo visto in precedenza, il mito di Gilgamesh verteva sulla ricerca disperata della Giovinezza nella Terra di Til.Mun., "la Terra dei Viventi (per sempre)" ma anche il Corano ne parla a proposito di Mosè.
Infatti nel Corano, Sura 18,60-65, apprendiamo come Mosè doveva cercare un misterioso "Servo di Dio" per poter diventare un vero iniziato, cioè un "Messaggero di Dio". L'unico indizio utile per lui era che il luogo dell'"appuntamento" era quello in cui il pesce morto, che Mosè stesso doveva portarsi dietro, sarebbe scivolato via dalla borsa dove era contenuto, si sarebbe tuffato in acqua e, nuotando, perché ritornato in vita, sarebbe scomparso.
Questo luogo era situato al punto di "congiunzione tra due correnti marine".
Tutti questi avvenimenti si verificano puntualmente, ma il pesce scivola nell'acqua proprio nel momento in cui Mosè era distratto, cosicché egli riuscirà a trovare solo con fatica il luogo dell'incontro con il "Servo di Dio".
Ricordiamo che "Servo" in lingua araba si dice "Khadem", (lo stesso termine usato per Serabit el Khadem) e, che come ci ha confermato Zecharia Sitchin, la terra posta alla "congiunzione tra due correnti marine" era la Penisola del Sinai, dove le due correnti erano: il Golfo di Aqaba, ad est, ed il Golfo di Suez, ad ovest. Inoltre la "Terra alla congiunzione dei due corsi d'acqua" era per i Sumeri Til.Mun.: la "Terra dei Viventi".
Anche nella Bibbia troviamo traccia di questa "Sorgente della Vita". Infatti in Salmi (36,9-10) leggiamo: "Al torrente delle delizie tu li disseti, perché presso di te è la Fonte della Vita; alla tua luce noi vedremo la tua luce." In Apocalisse (21,6) invece abbiamo: "Io sono Alfa ed Omega, il Principio e la Fine, io darò liberamente a colui che è assetato della Fontana dell'Acqua della Vita".
D'altro canto anche nella tradizione greca ed ellenistica, articolata sulle opere di Callistene o pseudo-Callistene che riguardavano la figura mitizzata di Alessandro Magno, il Tema della ricerca della "Sorgente della Vita" o della Giovinezza e quello del Pesce morto, che si tuffa e nuota nelle acque, trova un fulgore che sarà mantenuto, in forme diverse, fino al Medio-Evo.
Inoltre Renè Guenon ("Simboli della scienza sacra", pagina 93) ci riferisce che la mitica Fenice, chiamata "Rukh" in arabo, si posa unicamente sopra la montagna "Qaf".
La Fenice porta sempre con sé il cosiddetto "Calice dell'Immortalità", equivalente allo stesso Graal. D'altro canto anche nella tradizione indù e persiana il "Soma" vedico, o l"Haoma" mazdeo, o l'"Amrita" indù, o l'"Ambrosia" greca, cibo o bevanda dell'immortalità, contenuto nel "Calice" o "Graal", provengono dalla Montagna Polare.
Rammentiamo infine che in alcune tradizioni cristiano-gnostiche degli inizi viene detto che lo Stesso Gesù Cristo, sentendosi prossimo alla fine, volle andare a morire ai piedi del Monte Sinai. Se noi ricordiamo che "Qaf", il nome dato dagli Arabi al Sinai, significa "Cranio", ci viene subito alla mente la tradizione evangelica in Matteo (27,33); Marco (15,22); Luca (23,33); Giovanni (19,17) che ricorda come il monte su cui Gesù fu crocifisso e morì si chiamava Golgota, nome che significa appunto "Cranio". Se diamo credito alla versione di Anati-Barbiero a proposito del luogo della "Città dei Sacerdoti di Jahvè", che custodivano il luogo dove erano conservati in cripte segrete l'Arca, la Tenda e gli Arredi Sacri più importanti, è pienamente verosimile che un Ebreo rispettoso ed ossequiente come Gesù avrebbe voluto essere, prima del suo trapasso, il più possibile vicino al luogo dove era custodita la Reliqua più importante per gli Ebrei.

LA TRADIZIONE ESOTERICA
La "Fonte della Vita", specie se contiene acque calme, assomiglia ad uno specchio ed è correlata nell'Anatomia Esoterica al "Centro del Cuore".
Tra i Chakra indiani tuttavia, il "Centro del Cuore" è di colore "Verde". Ma il colore "Verde" è il colore connesso al Graal e proprio ai minerali estratti dal Sinai e, più in particolare, dalla zona di Serabit.
Infatti "Verde" è il colore dello Smeraldo, che cadde dalla fronte di Lucifero, in cui sarebbe stato poi intagliato il Graal.
Occorre ricordare che la tradizione esoterica ci insegna che lo "smeraldo sulla fronte" ha la funzione di 3° occhio esoterico, od Occhio della Mente.
Tuttavia la funzione di l'"Occhio della Mente" in senso anatomo-fisiologico all'interno del nostro corpo è svolta dall'Epifisi, di cui abbiamo parlato diffusamente in precedenza.
Se noi osserviamo da una veduta area la parte meridionale del Sinai notiamo che le catene montuose sono di aspetto variegato per la stratificazione e per i movimenti tettonici che ne hanno caratterizzato l'orogenesi, ma il colore predominante è proprio il "rossastro" purpureo di origine magmatica e risalente al periodo geologico "Precambriano" (il "bianco" sarebbe dato invece dalle rocce calcaree e sedimentarie confinanti a sud con quelle effusive "purpuree", mentre il "verde" corrisponderebbe alle rocce del "turchese").
La zona di Serabit el Khadem, pur essendo inserita nella regione ove prevalgono le rocce che risalgono all'epoca geologica del Precambriano, di colore "rosso", è estremamente vicina alle zone dove prevalgono le rocce calcaree, di colore "bianco", risalenti al periodo geologico Paleozoico. Proprio in questa zona geologica di confine sono infine presenti giacimenti di malachite e turchese dal colore "verde".
In molte tradizioni iniziatiche la "Terra dei Beati" o la "Terra dei Viventi" viene spesso associata al colore "verde" ed alla "Montagna" del Sole. Tuttavia il dio Sole-Shamash della tradizione sumera e canaanea, era stato associato a Til.Mun. da antichi testi cuneiformi.
Ma Zecharia Sitchin ha affermato che Til.Mun. è la regione del Sinai.
Le antiche conoscenze esoteriche ci dicono che, insieme al colore "verde", che circonda la base della montagna, il Monte stesso viene usualmente descritto come "bianco" mentre la sua vetta è definita "purpurea".
Questo accade forse perché questi tre colori: il "Verde", il "Bianco" ed il "Rosso", che vengono connessi con la "Terra dei Viventi" sono, secondo Guenon ("L'esoterismo di Dante"), i principali colori ermetici.
Ma il simbolismo della Montagna non può essere disgiunto da quella della Grotta, della Caverna, della Cripta.

SIMBOLISMO ED ETNOGRAFIA EBRAICA
Il simbolismo Montagna-Grotta ha infatti assunto valenze fondamentali nelle tradizioni iniziatiche ed esoteriche di molte culture. La stessa Kabbalah ebraica crea una quasi reciproca relazione tra questi due luoghi, che divengono reali e virtuali al tempo stesso. Infatti in ebraico

(H-UR = montagna) è foneticamente quasi uguale a

(CH-UR = grotta) rinforzando il concetto di una unione molto forte ed imprescindibile tra il simbolismo della Montagna e quella della Grotta che è contenuta nelle sue viscere.
Lo stesso Renè Guenon ("Forme tradizionali e cicli cosmici") afferma poi che la "Terra dei Viventi" comprende sette Terre, così come in tempi antichi sette erano i Re di Edom. Vediamo di sapere qualcosa di più sulla complessa geografia biblica della Penisola del Sinai.

Edom
 
= "Edom" (talora chiamata nella Bibbia anche "Idumea") in ebraico significa "terra" o "rosso", così come "rosso" era l'attributo di Esaù, mitico fondatore della stirpe di Edom, e come "rosso" è uno degli aspetti geologici del Sinai meridionale.
Edom era una terra montagnosa, chiamata talora "Montagna di Seir", usualmente collocata dagli storici della Bibbia nel territorio compreso fra il Golfo di Aqaba, estremità nord-occidentale della Penisola del Sinai e la punta meridionale del Mar Morto. Tuttavia in Numeri (21,4) viene detto: "Viaggiarono dal Monte Hor, lungo la via verso il mar Rosso per girare intorno alla terra di Edom". Sia che gli Ebrei si diressero ad Est (verso il Golfo di Aqaba) sia che andarono ad Ovest (verso il Golfo di Suez), dovettero attraversare la parte centro-settentrionale del Sinai, che corrispondeva ad Edom. Mentre in 1 Re (9,26) leggiamo: "Il Re Salomone costruì una flotta di navi in Eziongeber, vicino a Eloth, sulla sponda del Mar Rosso, nella Terra di Edom". Il fatto è confermato da 2 Cronache (8,17): "Quindi Salomone si recò ad Eziongeber, ad Eloth, sulla costa del Mare, nella Terra di Edom."

Seir
 
= "Seir" compare in Deuteronomio (1,2) dove apprendiamo che esso era situato lungo la strada che va dall'Horeb a Kadesh-Barnea, all'interno quindi della Penisola del Sinai, e che vi erano ben undici giorni di marcia tra il Monte Horeb e Kadesh Barnea.
Secondo l'"Hitchock Bible Dictionary" tra i vari significati di "Seir" abbiamo "Tempesta" e "Demone", avvalorando in questo modo passi dell'Esodo che correlavano la presenza di Jahvè con nuvole e tempeste sulla cima del monte Horeb.
Secondo Paracelso "...gli Ebrei chiamavano 'Sadaim' quelle creature che sono tra gli angeli e gli uomini, ed i Greci, invertendo le lettere ed aggiungendo una sola sillaba le chiamavano 'Daimones'. Gli antichi filosofi ritenevano che i 'Demoni' fossero una razza aerea che regolava gli elementi mortali".
A conferma di questo abbiamo in Deuteronomio (32,49) che: "Il Signore è venuto dal Sinai, si sollevò per essi da Seir." Mentre in Giudici (4,5) leggiamo: "Signore, quando uscisti da Seir, quando avanzasti dai campi di Edom..."

Horiti
I primi abitanti di Edom erano Horiti, che abitavano a Seir, ma successivamente distrutti ed estromessi dagli Edomiti, in Deuteronomio (2,12 e 2,22). A quanto ci dice l'"Easton Bible Dictionary" gli
 
= Horiti erano "una razza di trogloditi = abitatori di caverne, che abitavano nelle grotte di calcare che abbondavano nell'antica Seir."

Teman
La parte meridionale di Edom era chiamata Teman secondo l'"Easton Bible Dictionary", ed era descritta come confinante con Paran.
Il nome Teman, richiama molto il termine sumerico Til.Mun. usato per indicare la Penisola del Sinai. Inoltre il nome
  
= Teman, in ebraico significa "Sud", "Africa" e "Perfetto" a quanto ci dice l'"Hitchcock Bible Dictionary". Tutti questi significati si correlano con quanto abbiamo detto finora sulla "Terra dei Viventi" nel Sinai; inoltre la grafia ebraica di "Teman" giustifica anche la pronuncia araba "Timna", che, come abbiamo visto in precedenza, era un centro minerario nel Sud del Sinai. D'altro canto in Abacuc (3, 3) leggiamo: "Il Signore venne da Teman, il Santo dai monti di Paran".

Paran
La località chiamata "Paran", che significa "luogo di caverne", in tempi molto antichi, sembra corrispondesse all'Oasi di Pheiran, posta nella parte centro-occidentale della Penisola del Sinai. Ed in effetti, le consonanti ebraiche
(P, R, N) sono le stesse sia per "Paran", che per "Pheiran". Inoltre in 1 Re (11,18) riguardo alla fuga di Hadad con alcuni abitanti di Edom viene detto: "Partirono da Madian e giunsero a Paran. Presero con loro uomini di Paran ed andarono presso Faraone, Re d'Egitto."
Appare così chiaro che Paran era un luogo molto vicino all'Egitto, probabilmente situato proprio di fronte alla Terra del Nilo, sull'altra sponda del Golfo di Suez.
Tanto Paran che gli Horiti recano ben evidente la loro correlazione con "Grotte" "Cripte" e "Caverne" che abbiamo ripetutamente trovate nella nostra ampia ricerca su Serabit el Khadem.
Infine nell'"Historical TextBook and Atlas of Biblical Geography" edito da Coleman nel 1854, "Edom" è chiaramente rappresentata nella regione centrosettentrionale della Penisola del Sinai, in totale accordo con quanto espresso finora. Parimenti "Midian" è posta in tutta la regione del Sinai meridionale e nella parte dell'Arabia adiacente al Golfo di Aqaba. Sembra quindi di poter dedurre che il Monte Horeb non si trovava distante dal Monte di Seir, nella regione meridionale di Edom, che aveva per capoluogo Teman, e che si trovava nella parte centrale della Penisola del Sinai, davvero molto vicino a Serabit el Khadem.
Un altro importante suggerimento ci giunge sempre da Renè Guenon ("Forme tradizionali" e "Cicli cosmici"): egli ci informa che la parola ebraica Kabbalah, che significa "Tradizione trasmessa", deriva dalla radice
(K B L), che ha un identico corrispettivo grafico e fonetico nell'Arabo "Qiblah" = "Sud". Le preposizioni ebraica "Qabal" ed araba "Qabl" hanno sia il significato geografico di "di fronte", che temporale di "prima". Il "Sud" per gli arabi ha poi valore di orientamento rituale, come peraltro avveniva con gli Antichi Egizi.
Gli abitanti di Israele si rivolgevano a sud, come ricordo delle loro radici e della loro provenienza storico-religiosa. A Sud di Israele c'era infatti la Penisola del Sinai, che aveva visto la nascita della nazione ebraica.

LA "CERCA" DELLA GIOVINEZZA TRA GLI ALCHIMISTI ANTICHI E...
La Ricerca del Graal, che abbiamo visto affondare le sue radici in tempi molto antichi ed essere associata alla regione del Sinai, si associa alla "Ricerca", in tempi successivi, operata dall'Alchimia, che, peraltro, sembra derivare anch'essa le sue radici storiche proprio dall'Antico Egitto.
Alcuni studiosi hanno ritenuto di associare il nome arabo dell'Egitto "Al Qemet" proprio con il termine "Alchimia".
Apparentemente gli Alchimisti sembravano cercare la Pietra Filosofale che tramutasse il Piombo in Oro. Tuttavia anche questa "scienza" sembra mirasse a trovare invece la sostanza che consentisse di prolungare la Vita Umana.
Fantasie? Certo!
Tuttavia Alexis Monteil ("Histoire des Francais des divers etats") riferisce che Nicholas Flamel, noto Alchimista del 14° secolo, fosse stato visto a ben 400 anni dalla sua "presunta" morte, vicino alla sua dimora, ancora vivo e vegeto, insieme alla moglie Perenelle. Quasi analoga sorte sembra essere toccata, secondo Genevieve Dubois, ad un altro noto, ma enigmatico Alchimista francese: Fulcanelli. Egli sarebbe stato visto a Siviglia nel 1952 alla "fresca età" di 113 anni, in buona salute.
Sia Flamel che Fulcanelli avrebbero raggiunto l'obbiettivo di prolungare alchemicamente la loro Vita usando forse elementi mono o di-atomici del gruppo del Platino, dalle proprietà di super-conduttori.
Tale sostanza mono o di-atomica, secondo Laurence Gardner ("Le misteriose origini dei Re del Graal"), sarebbe stata la responsabile di questo miracolo. Tale elemento sarebbe stato lo stesso che era presente in grande quantità a Serabit el Khadem, visto dall'Archeologo Flinders Petrie durante le sue prime esplorazioni del sito. Esso, probabilmente, era anche l'elemento che costituiva il "Pane dell'offerta" o "Pane della Luce" che troviamo raffigurato sia su Steli Votive dell'Antico Egitto presenti a Serabit el Khadem che altrove, sia nella Bibbia come offerta fatta da Ietro, sacerdote dei Madianiti, (il popolo di minatori e fabbri di stirpe semita che abitavano la zona di Serabit) e suocero di Mosè.
Il "Conseguimento dell'Opera" cioè l'ottenimento reale dell'"Elixir di lunga Vita" sarebbe stato, a quanto dice lui stesso, conseguito da Nicholas Flamel il 17 Gennaio 1382. Era forse questo "conseguimento" il segreto alchemico-iniziatico che si nascondeva sotto la epica frase "...Et in Arcadia ego"?
Il dipinto di Nicholas Poussin "I Pastori d'Arcadia" mostra un sepolcro chiuso presso cui alcuni pastori leggono la frase "...Et in Arcadia Ego". Nonostante il sepolcro sia ermeticamente chiuso, e quindi non si possa sapere nulla riguardo al suo contenuto, viene dato per "dimostrato" in modo "iniziatico" che il "sepolcro" era vuoto. Forse perché il suo "teorico" occupante aveva prolungato la sua vita?
Queste strane considerazioni sulla ricerca del Graal e sull'"Elixir di lunga Vita" e sulla data del 17 Gennaio consentono di spingerci a valutare sotto una chiave interpretativa diversa, una strana e complessa vicenda ricca di intrighi, di influenze politiche, di potere, di conoscenze segrete e misteriose trasmesse per via iniziatica.
A dispetto delle apparenze, infatti, l'intricata vicenda di Rennes-le-Chateau e dell'enigmatico Abate Sauniere, avvenuta tra la fine del 19° secolo e l'inizio del 20°, e già da qualche tempo connessa da molti ricercatori alla leggenda del Graal, lascia trapelare un legame che ha radici estremamente antiche e strettamente correlate con l'Antico Egitto.
Come lasciano trapelare Mariano Bizzarri e Francesco Scurria ("Sulle tracce del Graal"), i collegamenti tra la ricerca del Graal e gli avvenimenti di Rennes-le-Chateau partono da molto lontano nel tempo e nello spazio della Storia. Per i due autori infatti la Regina Hat-Shep-Sut ed il figliastro Tuthmosi 3°, appartenenti alla ormai nota e, per certi versi inquietante, 18a Dinastia, sono inaspettatamente depositari di eventi strani e misteriosi riguardanti ciò che sarebbe stato chiamato nei secoli futuri come "Graal". Essi ci dicono, tra l'altro, che (pagina 223) "(a Rennes les Bains, poco distante da Rennes le Chateau) Incisa sulla roccia da cui sgorga la sorgente della Maddalena, abbiamo trovato una croce ansata od Ankh. In Egitto veniva anche chiamata 'il Vivente', attestando quanto il suo simbolismo fosse strettamente intrecciato a quello della 'Vita' e della 'Resurrezione'. - J. Chevalier ed A. Gheerbrandt (Dizionario dei Simboli) - Chiunque possedeva la chiave geometrica dei misteri esoterici, il cui simbolo era la croce ansata, poteva aprire le porte del Mondo dei Morti... questa croce rappresenta il centro da cui emanano gli elisir di immortalità; afferrarla significa abbeverarsi a queste stesse fonti".
Inoltre Bizzarri e Scurria affermano che ci sarebbero strani collegamenti tra la Regina Hat-Shep-Sut, come abbiamo visto frequentemente presente nelle "strane" Steli di Serabit el Khadem che "prolungavano la vita" tramite l'Ankh, e l'intrigo di Rennes le Chateau.
Abbiamo infatti visto in precedenza sia le funzioni, che gli effetti dell'Ankh nelle Steli di Serabit el Khadem, unitamente alla frase esplicativa "il Fluido della Lunga Vita dietro di lui, (divenuto) Principe (come) Ra".
Il motto latino "Lapsit exillis" strettamente connesso al Graal, variamente interpretato da secoli, potrebbe essere solamente "Lapsit ex illis" = "Cadde da loro" riferito a quel gruppo di esseri divini dalla tecnologia aliena che vivevano nel Sinai, nei pressi di Serabit el Khadem?
La pietra verde con cui il Graal è stato spesso associato, era forse lo Smeraldo oppure il Turchese (il Fekat degli Antichi Egizi), o forse la Malachite (lo Shesmet degli Antichi Egizi), o forse quella sostanza che, una volta purificata, dava la polvere mono o di-atomica dalle incredibili possibilità, tra cui quella di prolungare la Vita, (il M-afkat degli Antichi Egizi)?
Quel che è certo è che la ricerca dell'Immortalità o, meglio, dell'"Elixir di Lunga Vita" ha attirato ed ammaliato generazioni di uomini da migliaia di anni a questa parte.
L'inizio di queste antichissime peregrinazioni, da Gilgamesh ai Cavalieri della Saga di Re Artù fino ai giorni nostri, cominciò forse proprio nella Penisola del Sinai.
Fu proprio quello strano ed intrigante luogo che risponde al nome di Serabit el Khadem a costituire il contemporaneamente il punto di partenza e di arrivo della nostra ricerca?
Un luogo per cui le espressioni "qui il tempo sembra essersi fermato" e "qui l'uomo diventava come Dio" sembrano essere quanto mai realistiche!
Dobbiamo forse partire anche noi in direzione della Penisola del Sinai per la "Cerca" della "Fonte della Vita eterna"?

fine Seconda Parte


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