
UN VIAGGIO ATTRAVERSO I MISTERI DELL'ASIA CENTRALE: LA GRANDE VIA DELLA SETA (TURKMENISTAN E UZBEKISTAN)
di P. C.

Il viaggiatore che si reca in Asia Centrale e percorre la Grande Via della Seta, l’antica via commerciale che si estendeva per 10.000 chilometri da Xi’an, in Cina, a Costantinopoli, l’attuale Istanbul, in Turchia, prima o poi, finirà per imbattersi in qualche mistero.

Antiche leggende, miti senza tempo e storie fantastiche, difatti, popolano questa regione dell’Asia dai primordi dell’umanità ed attraverso i millenni sono giunte fino a noi.
Leggendo questo articolo, farete un viaggio attraverso e dentro alcuni dei misteri in cui mi sono imbattuto durante un recente viaggio in Turkmenistan ed Uzbekistan, due delle cinque ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale che, assieme allo Xinjiang (1), costituisce il Turkestan (letteralmente, "il paese dei Turchi").
Una delle principali diramazioni della Grande Via della Seta attraversava la Valle di Fergana, una grande oasi lussureggiante con il terreno più fertile ed il clima migliore di tutta l’Asia Centrale.
La Valle di Fergana si trova in Uzbekistan ed è situata in un vasto bacino pianeggiante di 22.000 chilometri quadrati attraversato dal corso superiore del Syr-Darya. Con i suoi otto milioni di abitanti, un terzo della popolazione dell’Uzbekistan (2), questa valle è la regione a più alta densità di popolazione dell’Asia Centrale.
Presso il villaggio di Okhna, 40 chilometri a sud della città di Fergana (3), sul fiume Shiahimardan, G.V. Sciatskij, un collaboratore dell’Istituto Centrale di Ricerche Cristallografiche, avrebbe rinvenuto uno strano graffito rupestre assai controverso, sulla cui autenticità gli studiosi nutrono seri dubbi.
Il graffito si articola in due spazi contestuali nettamente separati; a sinistra è raffigurato uno strano essere con il volto deformato mentre afferra, con la mano sinistra apparentemente guantata, un oggetto circolare inciso mentre a destra è visibile un bizzarro paesaggio, con il cielo caratterizzato dalla presenza di quello che sembra essere il Sole, basso sull’orizzonte, a sinistra e di altre due enigmatiche formazioni disposte più in alto, a destra. Sulla linea dell’orizzonte si notano due montagne dal profilo triangolare; il rilievo più basso, posto a sinistra, è sormontato da un oggetto volante non identificato fusiforme dalla cui porzione inferiore sembra fuoriuscire una nuvola di fumo o vapore che sfiora la cima della montagna. Il terreno ricorda una sorta di scacchiera (gli scacchi costituiscono il gioco nazionale dell’Uzbekistan) ed è reso irregolare dalla presenza di quelle che sembrano asperità o blocchi di roccia. Al centro di questo paesaggio, sul terreno, a sinistra della montagna più bassa, è visibile una figura antropomorfa che indossa un casco munito di due antenne e sembra imbracciare una sorta di fucile la cui canna è rivolta verso i due rilievi.
I fautori dell’ETH (ExtraTerrestrial Hypothesis: Ipotesi Extraterrestre) sostengono che questo graffito costituisca una prova dell’avvenuto contatto tra visitatori provenienti da altri mondi e gli uomini che abitavano questa regione in tempi remoti.
Non mi potei recare nella Valle di Fergana per esaminare il graffito come avrei voluto in quanto il poco tempo a mia disposizione non mi consentì di deviare dal percorso prestabilito che prevedeva la visita delle principali città (Khiva, Bukhara, Shakhrisabz e Samarcanda) situate sul ramo della Grande Via della Seta che attraversa l’Uzbekistan. Mostrai, tuttavia, una fotografia del graffito alla guida locale, un’esperta di storia ed archeologia dell’Uzbekistan, chiedendole se fosse a conoscenza dell’esistenza dell’incisione e se fosse in grado di attestarne l’autenticità. La studiosa, recatasi più volte nella Valle di Fergana, mi disse di avere avuto modo di ammirare tutti i graffiti rupestri rinvenuti fino ad oggi nella regione ma di non avere mai visto né sentito parlare del graffito in questione. La guida concluse dicendomi che, a suo parere, si tratta quasi sicuramente di un falso, realizzato ad arte per suscitare la curiosità dei turisti ed indurli a visitare la valle.
Negli ultimi anni, in Asia centrale, gli archeologi ed i paleoantropologi hanno rinvenuto numerosi scheletri risalenti a circa 20.000 anni fa. L’esame delle ossa ha rivelato la presenza di segni riconducibili a primitivi interventi chirurgici eseguiti con affilati strumenti ricavati dalla selce. Dallo spessore del periostio (4) localizzato in corrispondenza delle incisioni, si evince che i pazienti sopravvissero all’operazione per almeno cinque anni.
Altre culture del passato hanno dimostrato di possedere conoscenze avanzate di anatomia umana; gli antichi Egizi e gli Inca, ad esempio, eseguirono con successo numerose operazioni di neurochirurgia e l’esame delle mummie, i cui teschi presentano segni riconducibili ad una trapanazione del cranio, ha stabilito che in molti casi i pazienti sopravvissero all’intervento per alcuni anni. Sembra che in molte culture del passato la trapanazione del cranio fosse una pratica comune, dettata dalla fideistica credenza nella possibilità di far uscire dalla testa gli spiriti maligni ritenuti responsabili del male che affliggeva il paziente.
Percorrendo in macchina le accidentate strade dell’Uzbekistan, non è infrequente scorgere, su entrambi i lati, dei rilevi a forma di tronco di cono alti una cinquantina di metri; sono colline artificiali ed i locali le chiamano Tepee. Nel corso dei secoli vi è cresciuta l’erba e ricordano delle isole in mezzo ad un oceano di steppa. Gli archeologi ritengono che tali formazioni siano tumuli funerari e che al loro interno si celino camere colme di manufatti e monili di inestimabile valore storico ed artistico.
Lo studio delle tecniche costruttive che portarono alla realizzazione di queste antiche ed imponenti opere di ingegneria edile ante litteram e l’esplorazione di eventuali camere ricavate al loro interno fornirebbero agli archeologi preziose informazioni sulla misteriosa cultura a cui tali opere sono attribuite; purtroppo, fino ad oggi, sono stati esplorati pochissimi Tepee a causa della scarsezza di fondi governativi.
Il mito delle Amazzoni, che i più, a torto, ritengono esclusivo della Grecia, è uno dei tanti aspetti meno noti della cultura e della storia dell’Asia Centrale.
Secondo la mitologia greco-romana, le Amazzoni erano donne-guerriero molto abili nell’uso delle armi e originarie della Cappadocia, sulla costa meridionale del Mar Nero, in Asia Minore.
La capitale del regno delle Amazzoni, sempre secondo il mito, era Themiskyra, sul fiume Termodonte e la regina di queste guerriere era Pentesilea, destinata a soccombere per mano di Achille durante un combattimento all’ultimo sangue.
È interessante notare come anche il celebre storico greco Erodoto, nel V secolo a.C., parli di un esercito di donne-guerriero e si riferisca a loro chiamandole Amazzoni.
Sono anni che gli studiosi tentano di stabilire l’etimologia del termine Amazzoni, barcamenandosi tra due spiegazioni: quella secondo cui queste donne fossero talmente dedite alla guerra da farsi amputare il seno destro per poter utilizzare più agevolmente l’arco ed impartire alle frecce una maggiore velocità e quella secondo cui tale termine significhi "allevate senza allattamento". Gli studiosi, tuttavia, propendono per la seconda spiegazione in quanto la prima non sembra essere supportata dall’iconografia classica che raffigura queste guerriere con entrambi i seni.
Il sistema sociale del popolo delle Amazzoni consisteva in una forma estrema di matriarcato basato sulla guerra, in cui gli uomini, che vivevano ai margini della società e dei centri urbani, non trovavano posto, se non per assicurare la continuità della stirpe; i neonati di genere maschile, difatti, venivano uccisi o in alternativa, restituiti immediatamente ai loro padri. Le bambine, invece, erano, fin dalla più tenera età, istruite nell’arte della guerra ed addestrate all’uso dell’arco e della spada.
Il mito delle Amazzoni si incrocia con quello di Ercole nell’ambito di una delle dodici fatiche che il semidio, figlio di Zeus, compie durante la sua giovinezza. In tale impresa, il possente eroe greco si reca in Libia, dove un gruppo di guerriere si è trasferito, al fine di entrare in possesso della cintura di un’altra regina delle Amazzoni, Ippolita o Melanippe.
La leggenda delle Amazzoni sembra aver trovato un riscontro oggettivo in alcuni recenti scavi eseguiti su tumuli funerari, detti kurgans, rinvenuti sul confine tra il Kazakistan e la Russia. Gli archeologi, difatti, hanno portato alla luce degli scheletri di donna con le ossa così deformate da suggerire che l’equitazione fosse una pratica comune tra il gentil sesso e che le donne iniziassero a cavalcare fin dall’infanzia, continuando poi per tutta la vita.
Assieme agli scheletri sono state rinvenute molte armi, tra cui spade, pugnali, archi e frecce dalla punta di bronzo. Sembra che alcune tombe fossero state riservate a sacerdotesse in quanto, accanto agli scheletri in esse rinvenuti, erano stati collocati manufatti rituali e di culto, specchi di bronzo e copricapi estremamente elaborati.
Vi sono sufficienti elementi di prova per indurre gli archeologi a ritenere che queste donne facessero parte di una delle prime civiltà nomadi delle steppe dell’Asia Centrale e che venissero addestrate alla guerra, a cavalcare ed all’uso delle armi fin da quando erano molto piccole, proprio come le Amazzoni di classica memoria. A differenza di quest’ultime, tuttavia, le donne-guerriero delle steppe dell’Asia Centrale combattevano assieme ai propri uomini che non erano, quindi, relegati ai margini della società, come nella comunità delle Amazzoni mediterranee ma costituivano, forse, una classe elitaria di combattenti molto apprezzati e rispettati.
La morte di Temujin, meglio conosciuto come Genghiz o Gengis (che in mongolo significa letteralmente "oceano") Khan (5) (che significa "capo") (1155 c. - 1227), lo spietato fondatore dell’impero mongolo, è tuttora avvolta nel mistero ma ancor più misterioso è il luogo in cui egli venne sepolto. Gengis Khan, prima di passare a miglior vita, ordinò ai suoi soldati più fedeli di uccidere qualsiasi forma di vita, dagli insetti agli esseri umani, si fosse avvicinata alla processione che avrebbe portato il suo corpo nel luogo della sepoltura.
Nonostante tutti i sudditi di Gengis Khan fossero stati avvertiti di tenersi lontano dal corteo funebre, pena la morte immediata, molti di essi, desiderosi di vedere l’imperatore mongolo un’ultima volta e di dargli l’estremo saluto, ignorarono l’ordine e si recarono, sprezzanti del pericolo e con una buona dose di incoscienza, incontro alla processione. I soldati di Temujin fecero una strage, massacrando alcune migliaia di persone e continuarono ad uccidere fino al luogo in cui le spoglie mortali del condottiero vennero tumulate.
Nel corso degli anni gli storici e gli archeologi hanno ubicato la tomba di Gengis Khan in varie località del continente asiatico, dal Giappone alle steppe russe; secondo le antiche cronache, tuttavia, il corpo di Temujin venne portato ai piedi del monte Burkan Kaldun che nessuno, fino ad oggi, è stato in grado di localizzare con precisione. La salma di Temujin sarebbe stata seppellita sulle pendici di questa montagna, assieme all’immenso bottino di guerra accumulato grazie ai saccheggi delle città conquistate ed ai corpi di tutti coloro che furono uccisi dai soldati dopo essersi recati incontro al corteo funebre.
"Tutto quel che ho sentito di Marakanda è vero, tranne il fatto che è più bella di quanto immaginassi", queste le parole pronunciate da Alessandro III, meglio conosciuto come Alessandro Magno, Alessandro il Grande (356 a.C. - Babilonia, 323 a.C.), dopo avere conquistato Samarcanda e mai tali parole furono più appropriate per descrivere la bellezza di questa città.
In effetti chi arriva a Samarcanda non può non rimanere affascinato dalla bellezza delle sue raffinate opere architettoniche e dei suoi elaborati monumenti; è senza ombra di dubbio una delle più belle città che abbia avuto la fortuna di visitare e costituisce quel genere di esperienze visive e culturali il cui ricordo rimane impresso nella mente per tutta la vita.
Fondata, probabilmente, nel V secolo a.C., Samarcanda, nota ai Greci come Marakanda, oltre ad essere una delle città più importanti poste sulla Grande Via della Seta, è anche uno dei centri urbani più antichi dell’Asia Centrale. Capitale dell’impero di Sogdiana, venne conquistata da Alessandro Magno nel 329 a.C. e distrutta dalle orde mongole di Gengis Khan nel 1220. Nel 1370 Amir Timur (letteralmente, l’"emiro di ferro"), detto anche Timur Lang (Timur "lo zoppo" (6)), meglio conosciuto in Occidente come Tamerlano (7) (Kish 1336 - Otrâr 1405), fece di Samarcanda la capitale del suo sterminato impero, che si estendeva dalla Turchia all’India settentrionale, comprendendo la Siria, la Persia, l’Iraq, l’Armenia, la Georgia e l’Asia Centrale.
Ulughbek (letteralmente, "grande re", da "ulugh", che significa "grande" e "bek", "re"), il nipote prediletto di Tamerlano, regnò su Samarcanda fino al 1449, facendone un prestigioso centro intellettuale. Nel XVI secolo subentrarono gli Shaybanidi uzbeki i quali decretarono Bukhara capitale del loro impero e per Samarcanda iniziò una lenta ma progressiva decadenza; il processo si invertì solo quando la città venne conquistata dai Russi nel 1868. Samarcanda divenne la capitale della Repubblica Socialista Sovietica dell’Uzbekistan nel 1924; nel 1930 le autorità decisero di spostare la capitale a Tashkent.
La città di Samarcanda, situata nella valle dello Zeravshan, il terzo fiume dell’Uzbekistan dopo l’Amu- Darya ed il Syr-Darya, è suddivisa, sia dal punto di vista storico che architettonico, in tre città distinte: la città antica, la città vecchia e la città nuova. La prima raggiunse il suo massimo splendore tra il VI ed il IV secolo a.C., fino, cioè, alla conquista da parte di Alessandro Magno e comprende un importante sito archeologico di 2,2 chilometri quadrati, detto Afrosyab (letteralmente, "sopra il Syab", da "afro", che significa "sopra" e "Syab" che è il nome di un fiume che scorre vicino), in cui è possibile ammirare le vestigia di Marakanda, l’antico nome di Samarcanda.
La città vecchia risale al XIV secolo ed è opera di Tamerlano che vi fece costruire mausolei, moschee e madrase (8) mentre la città nuova è moderna in quanto risale al XIX secolo ed è il risultato degli sforzi urbanistici dei russi che l’abbellirono con ampi viali alberati. Nella città vecchia sorge lo splendido mausoleo Guri Amir, che in tagiko significa "tomba dell’emiro", sormontato da una cupola azzurra scanalata; la costruzione di questo mausoleo fu voluta da Tamerlano nel 1404 per accogliere le spoglie mortali di alcuni suoi figli e nipoti.
Nonostante Timur si fosse fatto costruire una modesta cripta a Shakhrisabz, dove avrebbe dovuto essere collocato dopo la morte, le sue spoglie mortali riposano nel mausoleo Guri Amir, accanto a quelle di due figli e di due nipoti. Il motivo per cui la salma di Tamerlano non venne trasferita nella cripta fatta costruire a Shakhrisabz è ancora oggetto di discussione tra gli studiosi.
Vi è una leggenda secondo cui il corpo di Amir Timur, stroncato da una polmonite nell’inverno del 1405 mentre si trovava in Kazakistan, dove stava pianificando l’invasione della Cina, venne portato dai suoi soldati a Samarcanda e tumulato nel mausoleo Guri Amir, anziché a Shakhrisabz, in quanto i passi di montagna da attraversare per giungere in questa città erano impraticabili a causa della neve.
L’interno del mausoleo era originariamente decorato con oro e quando nel 1970 si rese necessario restaurarlo, al fine di conservarne l’impronta architettonica ed estetica originaria, dovettero essere utilizzati circa 2,5 Kg di questo prezioso metallo.
La lapide centrale è quella di Tamerlano ed è stata ottenuta da un singolo blocco di giada di colore verde scuro.
Nel 1740 Nadir Shah, un condottiero persiano che nello stesso anno distrusse la città di Khiva, fece trasferire la lapide di Timur in Persia, dove si ruppe in due pezzi; dopo questo incidente, pare che a Nadir Shah siano accadute numerose disgrazie, la più tragica delle quali fu una grave malattia che colpì il figlio. Secondo quanto riportato dalla tradizione, costui guarì completamente solo dopo che Nadir Shah, dietro suggerimento dei suoi consiglieri, dette l’ordine di riportare la lapide a Samarcanda. La lastra di marmo posta a sinistra del sepolcro di Tamerlano è la lapide di Ulughbek, uno dei nipoti di Timur, nonché apprezzato matematico ed abile astronomo mentre a destra vi è la tomba di Mersaid Baraka, uno dei tutori di Tamerlano. La lapide situata di fronte al sepolcro del grande condottiero accoglie le spoglie mortali di Mohammed Sultan, un altro nipote di Tamerlano mentre le tombe visibili dietro la lapide di Timur appartengono ai figli Shah Rukh, padre di Ulughbek e Miran Shah. L’ultima lapide è di Sheikh Umar che, tra i tutori di Tamerlano, è quello più venerato; la sua tomba, non a caso, si differenzia dalle altre per la presenza di un lungo palo di legno alla cui estremità pende un pennacchio di criniera di cavallo, un segno di distinzione che indica la sepoltura di un santo mussulmano.
È interessante notare come nei mausolei mussulmani i sepolcri situati all’interno dell’edificio principale abbiano sempre e solo una funzione puramente simbolica e siano, quindi, vuoti. Le spoglie mortali dei defunti riposano in una cripta sottostante, all’interno di sepolcri identici per forma, dimensioni ed ornamenti ai primi e disposti esattamente sulla verticale di questi.
Il 19 Giugno 1941 una spedizione scientifica guidata dall’antropologo sovietico Mikhail Gerasimov riesumò i corpi di Tamerlano e dei suoi discendenti al fine di condurre uno studio sulle caratteristiche anatomiche e sulle cause della loro morte. I risultati delle analisi condotte sui corpi convinsero i ricercatori del fatto che Ulughbek venne effettivamente decapitato, confermando quanto riportato dalle cronache dell’epoca e stabilirono che Tamerlano era alto 1,67 metri, anche se altre fonti documentarie riportano un’altezza di 1,7 metri (una statura di tutto rispetto per l’epoca e per l’etnia di cui il grande condottiero faceva parte).
Il Dott. Gerasimov notò sulla lapide una scritta che recita così: "chiunque aprirà questa tomba sarà sconfitto da un nemico più terribile di me". Questa iscrizione non può non richiamare alla memoria la celebre maledizione del faraone-bambino Tutankhamon (XIV secolo a.C.), maledizione che per molti anni venne ritenuta la causa della morte di alcuni membri della spedizione archeologica guidata da Howard Carter (Swaffham, Norfolk, 1873 - Londra 1939), il famoso egittologo che nel 1922 aprì la tomba del sovrano egizio.
Anche la maledizione legata alla tomba di Tamerlano "fece" delle vittime, solo che furono molte di più, dal momento che, tre giorni dopo la riesumazione dei resti di Timur, il 22 Giugno 1941, la Germania nazista attaccò l’Unione Sovietica!
Quando Iosif Vissarionovi Stalin (Stalin deriva dal termine "stahl" che in russo significa "acciaio") (Gori, Tiflis, 1879 - Mosca 1953) venne a conoscenza della maledizione di Tamerlano e del fatto che dopo tre giorni dall’apertura del suo sepolcro il paese era stato invaso dalle armate del Terzo Reich, avrebbe immediatamente ordinato di ricollocare le spoglie mortali del condottiero nella cripta sotterranea del mausoleo Guri Amir; il caso volle che, subito dopo, il 22 Febbraio 1943, i sovietici sconfissero i tedeschi nella sanguinosa battaglia di Stalingrado!
Dopo questa vicenda, nessuno osò più toccare la tomba di Tamerlano ed è ancora oggi severamente vietato farlo.
In genere, l’accesso alla cripta sotterranea dei mausolei mussulmani è interdetto alla gente comune, soprattutto ai turisti ed ai viaggiatori stranieri e nel caso del mausoleo Guri Amir, tale divieto è pressoché tassativo, tuttavia, la curiosità di vedere e soprattutto, di fotografare il sepolcro di Tamerlano era troppo forte perché me ne andassi senza aver fatto almeno un tentativo per ottenere l’autorizzazione ad accedervi. Mi avvicinai, quindi, ad uno dei guardiani che sorvegliavano l’edificio principale del mausoleo, quello al cui interno sono situate le lapidi simboliche e gli offrì qualche migliaio di "sum" (la valuta uzbeka; al cambio attuale 1000 "sum" equivalgono a 1 dollaro americano) in cambio di una breve visita alla cripta e di qualche fotografia della tomba di Tamerlano. Dovetti faticare non poco per convincere il guardiano a lasciarmi entrare nella cripta, tuttavia, dopo un quarto d’ora di contrattazioni e qualche altro migliaio di "sum", il custode cedette alle lusinghe di un facile guadagno e mi scortò nei sotterranei del mausoleo. Dopo avermi ricordato di non toccare assolutamente la lapide di Timur, mi consentì finalmente di scattare qualche fotografia al suo sepolcro.
Prima di lasciare la splendida città di Samarcanda, vorrei spendere qualche parola su Ulughbek, intorno al quale non vi è alcun mistero ma che, a mio parere, merita di essere ricordato per la sua abilità di matematico ed astronomo, per la sua profonda conoscenza della sfera celeste e del moto degli astri e per le sue incredibili cognizioni di geografia astronomica e di cartografia stellare.
Nel 1409 Ulughbek salì sul trono di Samarcanda, facendo di questa città un centro culturale destinato a rimanere tale ancora per molti anni dopo la sua morte e regnò sui territori centroasiatici che erano stati parte dello sterminato impero del nonno. Nel 1420 fondò la più grande madrasa di Samarcanda, la Madrasa di Ulughbek, dove si dice abbia insegnato matematica e che è attualmente situata nella piazza Registan (in uzbeko, "luogo sabbioso").
Tra il 1420 ed il 1430, Ulughbek fece costruire un grande osservatorio astronomico di tre piani del quale, purtroppo, rimangono solo poche rovine ed un gigantesco astrolabio in marmo di 30 metri con cui calcolò, con incredibile precisione, la durata dell’anno solare e determinò la posizione ed il moto di alcune stelle, scoprendone ben 200 fino ad allora sconosciute.
Di questo astrolabio è possibile ammirare solo la parte semicircolare, rinvenuta nel 1908 da un insegnante ed archeologo dilettante russo, Vladimir Vyatkin. Ulughbek rimase al potere fino al 1449, anno in cui, a seguito di una rivolta culturale e religiosa promossa dalle autorità religiose islamiche che non tolleravano che il re-astronomo desse più importanza alle scienze che alla religione, cadde vittima di un complotto ordito dal suo stesso figlio, Abdul Latif.
Vicino all’astrolabio è stato costruito un piccolo ma interessante museo dedicato a Ulughbek e ad altri astronomi uzbeki; al primo piano dell’edificio è esposta una tabella che mostra quanto siano precisi i calcoli che il nipote di Tamerlano eseguì per stabilire la durata dell’anno solare e quanto poco scarto vi sia tra il valore ottenuto da Ulughbek e quello ricavato dai calcoli effettuati dai moderni astronomi.
Un altro mistero di cui mi sono occupato in passato ed in cui mi sono imbattuto percorrendo il tratto della Grande Via della Seta che attraversa l’Asia Centrale consiste nella presunta rete di caverne e gallerie sotterranee che si snoderebbe dalla Cina e dalla Mongolia alle cinque ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale ed oltre, fino alle tre ex repubbliche sovietiche del Caucaso (Georgia, Armenia ed Azerbaijan).
Avevo già sentito parlare di questo ramificato sistema di gallerie sotterranee nell’Agosto 2000, visitando alcune località e siti archeologici nel Deserto di Gobi, durante un viaggio effettuato lungo il tratto della Grande Via della Seta che attraversa l’altopiano cinese dello Xinjiang.
Archeologi, esploratori e speleologi avrebbero scoperto a più riprese, il condizionale è d’obbligo in questi casi, gallerie sotterranee in Iran e nelle tre ex repubbliche sovietiche caucasiche e secondo alcuni studiosi ma tale affermazione manca di qualsiasi riscontro oggettivo, queste gallerie sarebbero collegate ad altre rinvenute presso l’Amu-Darya, in Turkmenistan, in Afghanistan, negli altopiani della Cina Esterna, lo Xinjiang ed il Tibet ed infine, in Mongolia.
In effetti in queste regioni vi sono antiche leggende che narrano di baratri, cunicoli, gallerie e tunnel sotterranei, alcuni dei quali sarebbero stati accidentalmente scoperti da delle tribù mongole che fuggivano di fronte all’inarrestabile avanzata di Gengis Khan nel XIII secolo.
Vi è anche qualcuno, della cui attendibilità sarebbe bene nutrire seri dubbi, che sostiene di essere accidentalmente giunto, esplorando alcune di queste gallerie, a Shamballah, la capitale del mitico regno sotterraneo di Agarthi o Agartha, alla ricerca del quale Adolf Hitler (9) (Braunau, Alta Austria, 1889 - Berlino 1945) avrebbe sguinzagliato schiere di archeologi ed esploratori prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, senza, tuttavia, trovare mai alcunché.
Esploratori che si sarebbero spinti per un breve tratto in queste gallerie avrebbero notato, sulle pareti, dei graffiti rupestri raffiguranti simboli antichissimi comuni a molte culture del passato, quali la svastica (10), il simbolo dell’infinito e la spirale.
Mentre mi trovavo nella città-oasi di Dunhuang, nella Cina settentrionale, venni a conoscenza dell’esistenza di numerose grotte scavate nella roccia dai monaci buddisti, le Caverne di Mogao, situate a 25 chilometri a sud-est di Dunhuang.
Il complesso comprende 492 grotte, di cui, però, solo una settantina sono visitabili. Le prime caverne ad essere scavate sarebbero state quelle attribuite al monaco buddista Lezun, nel 366 a.C. mentre le ultime risalirebbero all’epoca dell’invasione dei mongoli di Gengis Khan. Nel 1898 un monaco di nome Wang Yuanlu giunse alle Caverne di Mogao ed iniziò ad aprirne alcune; la prima a vedere di nuovo la luce fu quella contrassegnata con il numero 16 mentre nella successiva, la numero 17, rinvenne oltre 40.000 manoscritti.
Quando, tra il 1907 ed il 1914, il famoso esploratore ed archeologo anglo-ungherese Sir Aurel Stein esplorò le Caverne di Mogao, acquistò da Wang oltre 6.500 manoscritti mentre Paul Pelliot, un altro esploratore, ne comprò altri 6.000.
Questi manoscritti, di inestimabile valore storico ed archeologico, sono attualmente conservati nella Biblioteca Nazionale ed al Louvre, a Parigi ed al British Museum, a Londra.
Sulle pareti delle Caverne di Mogao, al cui interno, purtroppo, è proibito fotografare, è possibile ammirare splendidi affreschi che narrano antiche leggende e storie fantastiche tratte dalla mitologia religiosa buddista.
Su queste grotte, nel corso degli anni, sono fiorite strane storie; alcuni studiosi, ad esempio, sostengono che le prime caverne non furono scavate dai monaci buddisti ma sarebbero opera di una misteriosa e progredita civiltà sconosciuta millenni più antica.
Uno dei numerosi accessi alla rete di gallerie e tunnel sotterranei che attraverserebbero l’intera Asia sarebbe celato proprio all’interno di alcune grotte di Mogao ed il primo tratto delle gallerie che da queste avrebbero inizio sarebbe stato fatto crollare da alcuni monaci al fine di impedire a banditi e predoni di impossessarsi dei favolosi tesori ivi nascosti.
Quando nell’ormai lontano Gennaio del 1987 mi recai ai piedi dell’Himalaya, in Nepal, mi capitò di ascoltare dai locali alcune incredibili storie sullo yeti, conosciuto in Occidente come "l’abominevole uomo delle nevi"; le stesse leggende mi furono raccontate anche nello Xinjiang cinese ed in Pakistan, nell’Agosto 2000 mentre attraversavo le imponenti catene montuose del Pamir e del Karakorum. Nell’immaginario collettivo lo yeti sarebbe un grande primate antropomorfo bipede estremamente schivo, alto circa 2,5 metri e con una folta pelliccia; sarebbe stato avvistato in più di un’occasione sulle montagne innevate del Nepal, del Tibet e del Pamir.
Il primo a parlare di una creatura pelosa e senza coda, simile ad un uomo, fu un certo R.R. Hodgson, un magistrato britannico che prestò servizio in Nepal nella prima metà del diciannovesimo secolo; tuttavia, il merito di aver fatto conoscere all’Occidente il mito dello yeti fu di C.K. Howard-Bury che, nel 1921 mentre stava scalando il Monte Everest, scorse con il suo binocolo una strana sagoma scura dall’aspetto umanoide e quando arrivò nel punto in cui aveva avvistato la bizzarra creatura, notò sulla neve impronte di piedi molto simili a quelli umani.
Nel 1951 altri due alpinisti inglesi, Eric Shipton e Michael Ward, fotografarono, ad una quota di 6.000 metri sull’Himalaya, l’impronta di un piede pentadattilo di 33 x 20 centimetri, molto simile a quello umano.
Nel 1959 il miliardario e criptozoologo (11) statunitense Tom Slick organizzò una spedizione scientifica alla ricerca di prove dell’esistenza dello yeti. Durante tale spedizione vennero trovati i presunti escrementi dell’uomo-bestia che, una volta analizzati, risultarono contenere, inglobati al loro interno, parassiti mai classificati.
Nel corso della stessa esplorazione, l’ardimentoso studioso si imbatté, nel monastero buddista di Pangboche, in Nepal, nello scheletro di una mano che uno dei monaci dichiarò essere appartenuta ad uno yeti. Un dito venne furtivamente rimosso e portato a Londra, dove venne studiato; il verdetto finale dei ricercatori fu che il reperto apparteneva ad una specie sconosciuta di primate antropomorfo. Campioni di pelle della presunta mano dello yeti vennero fatti pervenire all’antropologo George Agogino il quale li fece analizzare ma non pubblicò mai i risultati. In tempi più recenti quegli stessi campioni di pelle vennero nuovamente analizzati dal personale del laboratorio biomedico dell’Università della California ed emerse che l’epidermide del presunto yeti era simile a quella umana, sebbene la creatura in questione non appartenesse alla nostra sottospecie, l’"Homo sapiens sapiens".
Anche Sir Edmund Hillary, passato alla storia per essere stato il primo alpinista a raggiungere la vetta del Monte Everest, dichiarò di aver scorto alcune di queste creature durante la spedizione che lo portò a conquistare la montagna più alta del mondo.
Sempre Hillary, nel corso di una spedizione in Nepal, nel 1960, trovò, nel monastero buddista di Khumjung, uno strano copricapo che i monaci sostenevano essere stato realizzato con la pelle dello yeti ma che, ad un’analisi più approfondita, risultò essere stato prodotto con la pelle di un "serow", un quadrupede locale simile ad una capra. Una creatura molto simile allo yeti si aggirerebbe anche sulle montagne del Caucaso e gli avvistamenti sarebbero stati così frequenti che la popolazione della regione ormai da per scontata la sua esistenza.
Secondo Ivan T. Sanderson, considerato uno dei massimi esperti di criptozoologia al mondo, esisterebbero non una ma ben tre distinte specie di yeti. Il "Teh-ma", che significa "essere simile all’uomo", conosciuto anche come Piccolo Yeti, sarebbe alto circa 1 metro ed avrebbe una pelliccia rossa. Le sue impronte sarebbero lunghe 10 centimetri, vivrebbe in valli calde e si nutrirebbe prevalentemente di rane ed insetti.
La seconda specie di yeti sarebbe il "Meh-teh", che significa "l’uomo-bestia"; questa creatura sarebbe dotata di una folta pelliccia bruno-rossastra ed avrebbe dimensioni comparabili a quelle umane, con testa conica, collo grande e robusto e bocca larga priva di labbra. La sua dieta sarebbe costituita prevalentemente di animali di ridotte dimensioni, volatili e piante. I piedi, pentadattili, sarebbero corti e larghi, con il secondo dito più lungo del primo. Creatura molto schiva, il suo habitat sarebbe costituito dalle foreste di alta quota.
La terza specie, lo "Dzuteh", che significa "la grossa cosa vivente", sarebbe più grande e forte dello "Meh-teh" ed avrebbe una testa piatta, sopracciglia sporgenti, arti superiori lunghi e robusti, mani larghe ed una folta e lunga pelliccia scura. Le impronte di questa creatura, sebbene considerevolmente più grandi di quelle umane, presenterebbero con queste ultime forti similitudini.
Sono tanti i nomi assegnati allo yeti, uno per ciascun paese dove sarebbe stato avvistato; la Cina sarebbe il territorio dello Yeren, il Canada del Sasquatch, gli U.S.A. del Big Foot, ecc. ed altrettante sono le ipotesi avanzate dagli studiosi per tentare di collocare filogeneticamente questa misteriosa creatura.
Una delle teorie più plausibili è quella formulata dal criptozoologo belga Bernard Heuvelmans, Direttore del Centro di Criptozoologia a Le Vesinet, presso Parigi (vedi l'articolo di Roberto Fondi "L’uomo di Neanderthal è tuttora fra noi?"), secondo cui lo yeti deriverebbe dal ramo filogenetico di cui faceva parte il "Gigantopithecus", un antico primate antropomorfo due o tre volte più grande del gorilla ("Gorilla gorilla"), un tempo diffuso in Cina e nel sud-est asiatico ed estintosi circa 300.000 anni fa.
Altri ricercatori ipotizzano che lo yeti discenda da un altro ominide, lo "Sivapithecus", dal quale è derivato anche il "Pongo pygmeus", più noto come "orangutan", che in malese significa "uomo della foresta".
A questo riguardo, è recente la notizia, confermata dall’Istituto di anatomopatologia veterinaria di Barnaul, secondo cui, a 3500 metri, in un ghiacciaio situato sulle montagne siberiane dell’Altai, è stato rinvenuto un arto inferiore, provvisto sia della gamba che del piede, risalente a migliaia di anni fa, arto che non apparterrebbe né ad un essere umano né ad un qualsiasi altro animale conosciuto, esistente o estinto. L’analisi ai Raggi X ha consentito di stabilire che la creatura, a cui l’arto un tempo apparteneva, era un individuo adulto e camminava in posizione eretta. È stato anche accertato che il piede è di grandezza pari ad un numero 39 di scarpa e che le dita, simili a quelle dei primati, sono provviste di artigli. Il pollice ha tre falangi, anziché due e sia il piede che la gamba sono ricoperti da una fitta peluria rossiccia.
Alcuni studiosi ritengono che il misterioso arto possa costituire una prova dell’esistenza di un primate antropomorfo bipede fino ad oggi sfuggito ad ogni tentativo di classificazione e completamente sconosciuto alla scienza o di un ominide scampato all’estinzione.
I primatologi ed i paleoantropologi non escludono la possibilità che un vicolo cieco evolutivo, un ominide o un grande primate antropomorfo bipede sia sopravvissuto all’estinzione dei suoi simili ed abbia attraversato indenne decine di migliaia di anni fino ad arrivare alla nostra epoca, tuttavia, considerano una tale eventualità altamente improbabile in quanto, se è vero, come è vero, che sono stati rinvenuti e continuano ad essere rinvenuti, fossili di scimmie antropomorfe, grandi quanto un gatto, vissute 20 milioni di anni fa, è altrettanto vero che non è mai stato trovato un solo frammento osseo appartenente ad una creatura con le stesse caratteristiche anatomiche dello yeti o ad un gigantesco e peloso primate antropomorfo bipede del peso di alcune centinaia di chilogrammi.

Note:
1. Xinjiang: la Cina, dal punto di vista geopolitico, è suddivisa in Cina Interna o Han, a Est e Cina Esterna, a Ovest. La Cina Esterna, a sua volta, comprende due estesissimi altopiani: lo Xinjiang, al Nord ed il Tibet, conosciuto anche come il "Tetto del Mondo", a Sud.
2. Al censimento del 1999, la popolazione dell’Uzbekistan era costituita da 24 milioni di abitanti.
3. Fergana: fondata nel 1877 con il nome di Novy Margilan (Nuova Margilan), è la città più moderna e meno uzbeka dell’intera valle.
4. Periostio: strato di tessuto connettivo caratterizzato dalla presenza di una componente fibrosa interna che riveste le ossa aderendovi strettamente. Sulla superficie esterna si ancorano i muscoli ed i tendini. Il periostio comprende una lamina interna con funzioni osteogeniche, ossia di generazione dell’osso, contenente osteoblasti (cellule fortemente basofile dotate di potenzialità osteogeniche, implicate nella produzione della matrice ossea e disposte alla periferia dell’osso, sovente strettamente addossate le une alle altre. Gli osteoblasti, una volta aver prodotto la matrice ossea, vi rimangono imprigionati, trasformandosi in osteociti.) in attività o a riposo.
Alla fisiologica fase osteogenica, che si completa precocemente, possono far seguito, come nel caso di processi riparativi, altri periodi di attività.
5. Gengis Khan: figlio del capo di una tribù originaria della Mongolia orientale, dopo essersi assicurato il controllo delle terre del padre, si mise a capo di un potente esercito e conquistò la Mongolia (1203-1205), dopodiché, nel 1215, riuscì ad ottenere l’indipendenza dalla Cina. Tra il 1218 ed il 1225, conquistò l’Asia Centrale, spazzando via i regni mussulmani delle fiorenti città poste sulla Grande Via della Seta, quali Khiva e Bukhara. Con il figlio primogenito, Gi cî, impegnato ad estendere l’egemonia del padre in Occidente, Temujin decise di intraprendere una campagna militare per invadere la Cina ma la morte sopraggiunse nella provincia del Kan-su prima che potesse concretizzare i suoi piani di conquista. Lo sterminato impero di Gengis Khan mantenne l’unità sotto il governo dei suoi quattro figli: Gi cî, Ciagatây, Ogutây e Tulây. Temujin, crudele e sanguinario conquistatore di terre lontane, tuttavia, si contraddistinse per un’insolita tolleranza religiosa; difatti, nonostante fosse rimasto fedele alla religione originaria del suo popolo, lo sciamanesimo, fino alla fine dei suoi giorni, non perseguitò mai chi, tra i suoi sudditi, professava l’islamismo, il buddismo o il cristianesimo nestoriano.
6. Durante una campagna militare presso Kabul, in Afghanistan, Timur venne ferito da una freccia ad un piede. Il condottiero trascurò la ferita che si infettò e lo rese zoppo per tutta la vita.
7. Tamerlano: figlio di Turgai, capo della tribù turca dei Barlas, si mise a capo di un potente esercito e grazie al suo genio militare, conquistò la Transoxiana (la terra oltre l’Oxus, l’odierno Amu-Darya, ossia la regione compresa tra i fiumi Amu-Darya e Syr-Darya) ed il Turkestan orientale, da Kashgar a Turpan (attualmente nell’altopiano dello Xinjiang, in Cina), spazzando via il Khanato dell’Orda d’Oro (1391-1396). In un secondo tempo, conquistò la Persia (1393), l’Iraq, l’Armenia, la Georgia e l’India settentrionale (1395), espugnò le città di Aleppo e di Damasco, occupò il resto della Siria e sconfisse i Turchi Ottomani ad Ankara (1402), invadendo l’Anatolia. Morì mentre stava pianificando l’invasione della Cina. I suoi discendenti costituirono la dinastia dei Timuridi che regnò ancora per un secolo sulla Transoxiana e la Persia orientale. Uno dei nipoti di Tamerlano, Bâbur, si trasferì in India settentrionale dove fondò il potente impero Moghul, destinato a durare fino al XVI secolo.
8. Madrasa: istituto d’insegnamento superiore in cui gli studenti apprendono la teologia e la legge islamica, la Sharia, studiando il Corano ed altre sacre scritture.
La madrasa è una sorta di seminario islamico dove gli studi hanno una durata di cinque anni e sono equiparati a quelli universitari. Vi si può accedere solo dopo aver completato i 10 anni di studio obbligatorio nelle scuole statali. In genere, le madrase hanno due piani e sono caratterizzate dalla presenza di un cortile centrale e di portali ad arco, detti "iwan", disposti sui quattro lati. All’interno vi sono delle piccole porte da cui si accede alle celle, dette "hujra", dove dormono e studiano i seminaristi e gli insegnanti ed a quelle, destinate ad accogliere gli asceti dervisci di passaggio, per la preghiera e la meditazione. Le madrase sono in genere dotate di un grande portale sulla facciata esterna. A sinistra dell’ingresso è situata la sala di lettura, detta "darkshana" mentre a destra vi è la moschea.
9. Adolf Hitler era ossessionato dall’idea di scoprire l’ubicazione del regno sotterraneo di Agarthi, poiché era convinto che, trovandolo, avrebbe ottenuto un immenso potere, grazie al quale avrebbe vinto la guerra e dominato il mondo.
10. Svastica: dal sanscrito "svastica", derivazione di "svasti" che significa "felicità", "salute". È una croce provvista di quattro bracci di eguale lunghezza e ripiegati ad angolo retto verso sinistra. Sono state avanzate numerose ipotesi sul significato della svastica ma nessuna di esse è accettata all’unanimità dalla comunità scientifica internazionale; una delle teorie più interessanti è quella secondo cui questo antichissimo simbolo, originario del subcontinente indiano, rappresenti il Sole. In effetti tale teoria acquista una certa plausibilità quando si considera che è grazie al Sole che il grano cresce rigoglioso e se le messi sono abbondanti, il popolo è ben nutrito, quindi, è felice ed in buona salute. La svastica venne adottata in Germania, come simbolo del superuomo ariano, da alcuni movimenti antisemiti pre-nazisti nel 1910 e successivamente, Adolf Hitler, ruotandola in senso inverso, ne fece l’emblema del partito nazionalsocialista tedesco, ossia il partito nazista e del Terzo Reich. Vi sono anche altre interpretazioni del significato simbolico della svastica, interpretazioni che, tuttavia, sono accettate piuttosto malvolentieri dalla comunità scientifica internazionale, se non, in alcuni casi, addirittura rifiutate. Secondo alcuni studiosi, difatti, i quattro bracci simboleggerebbero i quattro punti cardinali (Nord, Est, Sud e Ovest), secondo altri, invece, le quattro interazioni fondamentali dell’universo (la gravitazionale, l’elettromagnetica, la nucleare debole e la nucleare forte), ecc.
11. Criptozoologia: branca poco conosciuta della zoologia che studia sia animali che la scienza considera ormai estinti che le cosiddette A.B.E. (Anomalous Biological Entities: entità biologiche anomale), ossia tutte quelle creature misteriose che popolano leggende e miti di culture anche molto differenti tra loro e che sarebbero state avvistate in numerosi paesi, quali, ad esempio, il Mostro di Loch Ness, lo Yeti ed il Mokele Mbembe, conosciuto anche come il "Dinosauro del Congo".

Bibliografia
- "Almanacco del mistero 1991", Sergio Bonelli Editore, 1991.
- "Almanacco del mistero 2001", Sergio Bonelli Editore, 2001.
- "Asia Centrale", di Bradley Mayhew, Richard Plunkett e Simon Richmond. EDT, 2000.
- "Cina", di Manfred Morgenstern. Guide APA - Zanfi Editori, 1994.
- "Non è terrestre", di Peter Kolosimo. Sugar Editore, 1968.
- "Terra senza tempo", di Peter Kolosimo. Sugar Editore, 1970.
- "Le Scienze", N° 422 - Ottobre 2003.
- "UFO Dossier X. Incognite, Alieni, Enigmi dell’Universo", Fabbri Editori.
- "Nuova Enciclopedia Universale Curcio - delle lettere, delle scienze, delle arti", Armando Curcio Editore, 1968.


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