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n° 13 Gen./Feb. 2004

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RICERCHE ED IPOTESI SULLA FINE DI ATLANTIDE

Mi sono convinto che l'"Atlantide" di cui parla Platone dovesse essere "l'anello mancante" della transizione dalla civiltà neolitica a quella dei metalli nell'area mediterranea ed europea, il centro di quella grande civiltà marinara che controllò le rotte del nostro Mediterraneo nei secoli compresi tra il 3000 ed il 1200 a.C..

di Alberto Arecchi

[Un invasore dei "Popoli del Mare" - 47K .jpg] [Personaggi raffigurati nelle pitture rupestri sahariane - 38K .jpg] [La costa fra la Sicilia e la Tunisia - 42K .jpg] [Il Sud tunisino e il lago Tritonide - 60K .jpg] [La "stada dei carri" - 49K .jpg] [Le "Colonne d’Eracle" - 43K .jpg] [Il "Mare Atlantico" corrispondeva forse al Grand Erg Orientale - 60K .jpg] [Donne autoctone dell’antico "Sahara Fertile" - 39K .jpg] [Carri da guerra e da caccia trainati da cavalli - 47K .jpg]
 

LE RICERCHE: TRA STORIA E MITO
Ho lavorato a lungo, senza posa, intorno alle descrizioni di Atlantide, offerte da Platone nei due Dialoghi "Crizia" e "Timeo". Un intero anno, trascorso soltanto a rintracciare i testi originali - quelli antichi e quelli di tanti commentatori "moderni" ma non troppo alla moda... - e a vagliarli, alla ricerca di elementi che altri autori avessero potuto trascurare o sottovalutare.
Mi sono convinto che quella "Atlantide" di cui parla Platone, con precise descrizioni e caratteristiche fisiche, dovesse essere "l’anello mancante" della transizione dalla civiltà neolitica a quella dei metalli nell’area mediterranea ed europea, il centro di quella grande civiltà marinara che controllò le rotte del nostro Mediterraneo nei secoli compresi tra il 3000 ed il 1200 a.C.
Devo naturalmente premettere che tutte queste mie considerazioni non entrano neppure nel merito dell’esistenza - o meno - di mondi preistorici, altamente sviluppati, molto lontani da noi nel tempo... ma le premesse del racconto platonico sono precise: gli antenati degli Ateniesi arrestarono l’avanzata di un impero marinaro che, da occidente, premeva contro i territori dell’Egitto e della Grecia... e - secondo le nostre conoscenze - i diretti antenati degli Ateniesi furono un incrocio di popoli (Pelasgi, Achei, Dori) che si formò tra il 1600 ed il 1400 a.C.
Si pensa che Solone abbia compiuto il suo viaggio in Egitto verso il 570 a.C.
Gli autori classici Eudosso di Cnido (1), Manetone (2) e Diodoro Siculo (3) propongono un’interpretazione delle date del racconto platonico basata sull’unità di misura del "mese lunare", anziché su quella dell’anno solare. Supponiamo valida la lettura del tempo in mesi (rivoluzioni lunari).
Un anno solare comprende 12 mesi lunari e 11/12 giorni (l’attuale calendario musulmano). In tal caso, 9.000 mesi lunari equivalgono a poco più di 725 anni solari.
Il racconto di Platone collocherebbe dunque la grande espansione di conquista di Atlantide, e la sua guerra contro gli antenati degli Ateniesi, verso il 1295-96 a.C., mentre la terribile catastrofe che pose fine a quel regno sarebbe avvenuta mille mesi (circa 80 anni) dopo, ossia intorno al 1215 a.C.
Se invece ci basassimo sull’anno egizio, che secondo Erodoto comprendeva 360 giorni e 12 mesi di 30 giorni ciascuno, 9.000 mesi corrisponderebbero a 750 anni e condurrebbero al 1320 a.C., e 1000 mesi dopo corrisponderebbero all’anno 1237 a.C. La catastrofica fine di quel mondo che Platone chiama Atlantide sarebbe così, ragionevolmente, da collocare nel periodo 1240-1210 a.C.
Molti tasselli del racconto platonico (quali l’uso dei metalli, l’uso dei carri trainati da cavalli...) trovano una sistemazione riconosciuta nel sapere anche accademico, se si fa riferimento a quegli anni.
Il grande "miracolo" che compì la specie umana in quei secoli fu la scoperta della fusione dei silicati (smalti, vetri) e dei metalli e in quello stesso periodo la sapienza dell’alchimia egizia seppe elaborare tecniche per la realizzazione delle "pietre artificiali"... (4) ma, come direbbe un autore di libri polizieschi: questa è un’altra storia.
Naturalmente, occorre fare i conti con la perenne abitudine degli autori greci (e Platone non fa eccezione) di ribattezzare i nomi stranieri nella propria lingua. Ragione per cui il nome che davano a quel popolo gli antichi Egizi era certamente differente.
"Tjehenu" mi sembra il termine più probabile, ma non posso fare a meno di ricordare il termine "Ha(u)nebu" e l’interessante studio sviluppato su questo termine da Massimo Barbetta (articolo di prossima pubblicazione n.d. edicolaweb)" (5).
Alla fine delle mie considerazioni, non rimaneva nulla di stupefacente o misterioso, ma soltanto la traccia d’una grande catastrofe, in cui perì il nucleo centrale d’un popolo che per quasi due millenni aveva dominato i mari e si era confrontato da ovest con la fiorente civiltà dei Faraoni. Una "catastrofe annunciata", se vista col senno di poi o con l’occhio di un geologo moderno: perché quel popolo viveva in una pianura fertile, splendida, prospera, ma geologicamente instabile, perché posta sotto il livello dell’acqua degli Oceani, e quindi esposta al rischio reale di una sommersione, causata dai drammatici eventi geologici che modificarono il volto del Mediterraneo verso la metà del secondo millennio prima della nostra era.
Gran parte delle considerazioni da me sviluppate trovavano un riscontro preciso in testi di autori francesi e tedeschi, elaborati tra a fine dell’Ottocento e la fine degli anni ’20 dello scorso secolo. In particolare, l’analisi dell’ing. F. Butavand (capo dell’ufficio dei "Ponts et Chaussées" di Francia) giungeva a stabilire la collocazione di Atlantide in un territorio molto simile a quello che io stavo identificando (6).
L’elemento importante, oserei dire "nuovo", perché nessun autore vi aveva ancora fatto esplicito riferimento, è l’esistenza nel mio quadro geografico di riferimento del vasto "secondo mare sahariano", un ampio bacino di forma approssimativamente circolare, che all’epoca doveva contenere acque dolci, con un’estensione superficiale di circa 280.000 km2, una quota superficiale di + 330-340 metri sul livello attuale del mare ed una profondità massima di circa 400 metri.
Un bacino idrico che esisteva certamente e cominciò a disseccarsi - gradualmente - verso il 2500 a.C., ma poi si svuotò per un "misterioso" evento e lasciò a lungo come residuato l’ampio lago Tritonide, esistente ancora all’epoca dell’Impero romano. Oggi il fondo di quel lago, una depressione ricca di sali, costituisce la "regione degli Shott" (Chott, in grafia francese), tra il sud tunisino e l’est algerino. Intorno al mare sahariano correva la "strada dei carri", che collegava la Piccola Sirte con l’ansa del fiume Niger, passando a ridosso del massiccio dell’Ahaggar (la "montagna rotonda" che Erodoto chiama "Atlante"). Un grande e lungo fiume, paragonabile al Nilo, scendeva da questa montagna, alimentava il lago e poi ne usciva per scendere al Mar Mediterraneo, nell’attuale Golfo di Gabès. Ancor oggi, il perimetro di quell’antico bacino è ricco di falde d’acqua, fredde e calde, che alimentano una corona di oasi.

Note:
1. Eudosso di Cnido, matematico, geografo ed astronomo greco, ca. 409-356 a.C., citato da Proclo, "Commentario sul Timeo", I, 102, 25.
2. Manetone, "Storia universale dell’Egitto, Frammenti", F.H.G. Didot.
3. "Bibliotheca Historica", I, 26.
4. Cfr. J. Davidovits, "Ils ont bâti les Pyramides", Paris, éd. Godefroy, 2002.
5. Cfr. M. Barbetta, "Aldebaran e le Pleiadi: da Atlantide... agli 'Aerei rotondi' dei Nazisti", Archeomisteri, n. 11.
6. F. Butavand, "La véritable histoire de l’Atlantide", Paris, Chiron, 1925.
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