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n° 12 Nov./Dic. 2003

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TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE SULL’ILIADE...

    parti precedenti:

L’ILIADE È NATA IN INDIA »
INDOARII IN MEDIORIENTE »
HYKSOS, OVVERO FENICI, BABILONESI & C. »
I DORI ED I POPOLI DEL MARE »
I CANTI EPICI DELL’AREA SLAVA »
SUA MAESTÀ IL MAHÂBHÂRATA »

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Se nel "Mahâbhârata", dunque, il dio Krsna è l’auriga di Arjuna, nell’"Iliade" Omero decide di far fare la stessa cosa, saltuariamente, ad alcuni dei suoi dei, tra quelli che partecipano direttamente alla battaglia.
Così ad esempio nel V canto è la divina Atena in persona che fa da auriga al terrestre Diomede: "saltò essa sul cocchio, accanto a Diomede, come un dio furente la dea; molto scricchiolò la tavola di faggio piegata dal peso, perché una dea tremenda ed un ottimo uomo la stritolavano. Prese la frusta e le redini Pallade Atena..." (versi. 837- 840).
I due incontrano subito il dio della guerra Ares che, guidando di persona i Teucri contro gli Achei, si trova anche lui alla guida d’un cocchio ("per primo Ares balzò sopra il giogo e le redini dei cavalli", verso 851).
Ma Atena che, salendo sul carro di Diomede, ha "attivato l’elmo di Ades", cioè s’è resa invisibile, sferra una botta tremenda nelle parti basse ad Ares che, colpito inaspettatamente, lancia un urlo bestiale e si dà alla fuga.
Una strana fuga: "Quale vento che appare da una nube oscura, buttando giù un soffio di violento calore, così al Tidide Diomede il metallico Ares apparve, circondato da nubi, mentre saliva verso l’ampio cielo" (versi 864-867).
Dal momento che Omero non è arrivato fino a noi con la fama d’indovino e chiaroveggente, non possiamo pensare che ci sta descrivendo la "visione" profetica del decollo d’uno Shuttle da Cape Canaveral. E allora?
Il fatto è che l’"Iliade" è piena zeppa di queste descrizioni d’oggetti volanti, i celebri "Vimana" del "Mahâbhârata".
Ma il problema che si è creato nella nostra cultura è di "come" e "con quali criteri" è stata tradotta fino ad ora l’"Iliade" dai traduttori e dalle traduttrici ufficiali.
Ecco un esempio: "diede potenza al carro che guidato (lett.: senza propria volontà) volò a metà tra la terra ed il cielo stellato. Quanto lontano l’uomo vede con gli occhi stando di vedetta, guardando l’oscuro mare, tanto percorre con un solo balzo il carro che rimbomba in alto" (V canto, versi. 768-772).
Persino il celebre Rocci, vocabolario composto nel 1930 sulla base di testi realizzati da studiosi dell’ottocento, traduce la parola uyhceeV del verso 772 con l’espressione "dagli alti nitriti" o "nitrente a testa alta" (pag. 1934, II col.), il che non ha senso. Questa parola è composta dall’avverbio uyi "in alto", e da hch, "fragore", "rimbombo", dunque "che rimbomba in alto".
Perché i traduttori del primo Novecento si sono inventati un’espressione che non ha alcuna relazione col vero significato del termine greco, tanto più che si parla chiaramente d’un carro che vola?
Un’altra questione più subdola invece, sempre relativa alla scelta del significato da dare alle parole del testo greco, è la seguente.
Nel verso 111 del V canto la frase greca kaq ' ippwn alto camaze è tradotta correttamente (da tutti i traduttori ufficiali) con l’espressione "dal carro balzò a terra". È giusto, infatti, che la parola ippwn non sia tradotta "cavallo" ma "carro", dal momento che i guerrieri dell’"Iliade", così come quelli del "Mahâbhârata", non combattono a cavallo. A questo punto però l’equivoco tra "carro" e "cavallo" diventa inevitabile.
Al verso 768 dello stesso canto la frase mastixen d ' ipouV è tradotta, in modo formalmente corretto, "frustò i cavalli"; dobbiamo infatti pensare che è una cosa del tutto normale che un carrista, dal suo carro, possa e debba frustare i suoi cavalli per andare avanti.
Ma tutta la frase che viene subito dopo, aekonte petesqhn messeguV gaihV te kai ouranou asteroentoV, tradotta alla lettera, e con altrettanta correttezza formale, significa "senza propria volontà volò a metà tra la terra ed il cielo stellato".
Ora è mai possibile che un traduttore trovi normale dire che, frustando i cavalli, un carro possa volare "senza propria volontà tra la terra ed il cielo stellato", non solo, ma che percorra "con un sol balzo" tanta distanza "quanto lontano l’uomo vede con gli occhi, stando di vedetta, guardando l’oscuro mare"?
Non si tratta neanche di un’iperbole del linguaggio, tanto per dire che era così veloce che sembrava volasse, perché è la dea Era che sta guidando il suo "carro" dalla "cima più alta d’Olimpo" (verso 754) alla pianura di Troia.
Dunque quest’oggetto vola per davvero, non solo, ma quando arriva a destinazione, ecco che, atterrando, peri d ' hera polun eceue "intorno innalzò molta nebbia" (verso 776).
È dunque del tutto evidente che l’intero contesto del racconto rende quanto meno assurdo tradurre la frase mastixen d ' ippouV come "frustò i cavalli". La parola greca mastix significa in effetti letteralmente "sferza", "frusta", ma è lo stesso Rocci che la fa derivare dalla radice indoeuropea "men", rimandando quindi il lettore alla parola men(oV) che significa "forza", "potenza", "impeto".
A questo punto i conti cominciano a tornare.
Frustando i cavalli, infatti, si suscita la loro forza, il loro movimento, e dunque la traduzione etimologicamente corretta è "dare forza", "dare potenza" e cioè, applicando questo concetto al cavallo, "frustare" appunto. Ma se questo concetto non è da applicare ad un cavallo?
A riguardo della parola ippouV, infatti, dobbiamo deciderci: o si traduce sempre "carro" o si traduce sempre "cavallo"; basta scegliere, non è difficile. Ma tradurre una volta "carro" ed un’altra "cavallo", a seconda di come ci gira per la testa, non è un modo di fare serio e corretto.
Certo, l’idea che Omero stia dicendo, in realtà, che la dea Era dà gas al motore del suo "carro" celeste, è troppo dura da digerire per un qualunque storicista: dovendo scegliere tra questa interpretazione, che non può avere senso, e quell’altra che sicuramente non ne ha proprio, perché nessun cavallo preso a frustate si mette a volare in cielo (chissà, forse gli asini ...?), per lo storicista è senza dubbio meglio la seconda.
Ma il fatto più incredibile che mi è capitato di leggere, in una celebre traduzione d’una celebre traduttrice di Omero, è il modo in cui è stato tradotto il termine greco aekonte (verso 768, vedi sopra), cioè con la parola "ardenti". Aekonte è una parola composta dalla cosiddetta a privativa e da ekwn, che significa "volontariamente", "di propria volontà"; la parola così composta non può significare, dunque, nient’altro che "senza propria volontà"; in pratica Omero sta parlando d’un motore che, non avendo un cervello come l’animale, ubbidisce ai comandi senza che abbia la "volontà" d’ubbidire.
Se tutto questo è assurdo, allora la traduzione con la parola "ardenti" è un emblema d’onestà intellettuale.
Dal momento che in alcuni testi cuneiformi, culturalmente più defilati dalla ribalta mondiale rispetto ai testi omerici, non esistono di queste ambiguità (o per lo meno nessuno, finora, ha cercato di crearne) può essere utile citare, a questo stesso proposito, un racconto babilonese, "le imprese del dio Ninrag", in cui viene descritto "un carro di lapislazzuli" che produce "un terribile fulgore nel cielo" e che "a causa del rimbombo e dell’immenso frastuono, quando si muove fa rintronare il cielo e la terra".
Anche qui dunque si parla, e senza equivoci, di un "carro" che vola in cielo e che produce, così come dice anche Omero, un "immenso frastuono".
Il profeta Ezechiele, che nel suo celebre libro della Bibbia parla di un "animale" con le ali, o "Gloria di Dio", che egli vede atterrare sulla sponda del canale Kebar (nei pressi di Babilonia), parla anche lui di "un grande frastuono" (Ez. 3, 12), e del "rumore d’un grande frastuono" (Ez. 3, 13).
Ed il "Mahâbhârata"?
Se è da lì che nasce tutto, il poema indiano non può che essere stracolmo di carri tonanti che volano.
Tanto per fare qualche piccolissimo esempio, si può citare l’"Adiparvan", "il canto dell’inizio", quando Dushyanta si reca nella foresta per cacciare "ecco, il sovrano col suo carro che si vedeva volare come Suparna, riempiva di fragore la terra ed il cielo".
Nel "Bhismaparavan", "il canto di Bhisma", Krsna dirige il carro di Arjuna verso Bhisma, carro "la cui insegna della scimmia levava un grande, pauroso fragore, ed il carro produceva rumore da una nuvola e splendeva come il Sole". Espressioni analoghe le pronuncia anche il re David nella Bibbia: "dense nubi erano la sua casa ... Iahvé rimbombava nei cieli" (2 Sa 22, 12-14).
Nel XIV canto, l’"Ašvamedhikaparavan", "libro del sacrificio del cavallo", Yudhishthira è in viaggio a piedi come penitente, seguito soltanto dal suo cane, e si sta inerpicando su per le montagne dell’Himalaya. "Allora, facendo rimbombare il cielo e la terra in ogni parte, Çakra con il suo carro si avvicinò al Prthide e gli disse: 'sali su'".
Ma torniamo al V canto della nostra "Iliade".
Afrodite, ferita da Diomede mentre tentava di salvare suo figlio Enea, deve correre subito in Olimpo per farsi curare e cerca Ares, affinché le presti il suo "carro volante". "Trovò quindi il bellicoso Ares fuori dalla battaglia, che stava riposando: la sua arma ed il veloce carro immersi nella nebbia" (verso 355). Afrodite, con il braccio sanguinante per la ferita, si rivolge al fratello: "amato fratello, aiutami, prestami il carro affinché vada in Olimpo, dove c’è la sede di chi non muore (aqanatwn edoV)".
Ares, vedendo la sorella in pericolo, non se lo fa certo ripetere due volte e le dà subito il suo "carro volante": "ed Ares le diede il carro dai fregi dorati. Ella salì sul carro con il cuore pieno d’angoscia; accanto a lei salì anche Iris che prese i comandi e diede potenza per andare, e quello guidato (lett.: senza propria volontà) s’alzò in volo. Giunsero immediatamente alla sede degli dei, l’Olimpo scosceso, e la veloce Iris, dai piedi di vento, fermò il carro, sciolse i sostegni (le cinture di sicurezza?) e si lanciò verso il cibo ambrosio" (versi 363-369).
Ancora, e sempre, Omero usa le stesse parole che abbiamo già visto nella descrizione del "carro" di Era.
Ma quali armi usavano questi "dei" per difendere alcuni terrestri contro altri?
Anche in questo caso Omero ci dice qualcosa. Nel verso 594, sempre del V canto, dice ad esempio che "Ares azionava una prodigiosa arma (appoggiata) sopra la spalla".
Io traduco la parola greca palamhsi col termine "azionava" perché questo significato è nella sua radice.
Il verbo palamaomai significa infatti "compiere", "eseguire", mentre l’aggettivo palamhdeioV significa "ingegnoso" e l’espressione palamh, letteralmente "palmo della mano", indica una conoscenza tecnica particolare nell’eseguire qualcosa.
Nel seguito della frase troviamo la parola greca pelwrion. Pelwr significa "cosa portentosa", "prodigio", mentre pelwrioV può significare "terribile", "spaventoso", ma anche "di smisurata grandezza", "immane", "colossale".
Noi tuttavia dobbiamo escludere questi tre ultimi significati dal nostro caso, perché Omero ci fa sapere che Ares poneva l’arma en wma, "sopra la spalla", dunque essa non può essere "colossale" bensì "portentosa" o "spaventosa" (un bazooka?).
Portentose e spaventose sono anche le armi divine di cui parla Vyasa nel "Mahâbhârata" e di cui spesso descrive i terrificanti effetti distruttivi.
A proposito di quest’arma, Omero ci dà una spiegazione analoga a quelle che fornisce Vyasa, al verso 745, quando la dea Era s’appresta a scendere dall’Olimpo per dare manforte agli Achei, che stanno soccombendo sotto i colpi di Ares: "Balzò sul carro fiammeggiante, afferrò poi l’arma pesante, grande, forte con cui abbatte le schiere degli eroi, se con questi è sdegnato il padre potente. Era poi rapidamente diede potenza al carro, ed automaticamente cigolarono le porte del cielo, che le Ore custodivano, ed alle quali è affidato l’Olimpo ed il grande cielo, quando si deve aprire o fare scendere la densa nube."
Si tratta dunque di un’arma "pesante, grande, forte", tant’è che per usarla deve essere appoggiata sulla spalla; un arma, poi, capace di abbattere "le schiere degli eroi", e qui vengono in mente i "missili" di cui parla anche il "Mahâbhârata" che, quando erano lanciati, distruggevano in un sol colpo intere schiere di soldati.
I suoi effetti distruttivi sono talmente gravi che può essere usata solo quando "è sdegnato il padre potente".
Ovviamente non è così, dal momento che Ares la usa a suo piacere, ma questa espressione viene introdotta da Omero per far capire al lettore la straordinarietà dell’arma.
Se non si tratta d’un bazooka è certo qualcosa che gli assomiglia molto.
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