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n° 12 Nov./Dic. 2003

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SUA MAESTÀ IL MAHÂBHÂRATA

    parti precedenti:

L’ILIADE È NATA IN INDIA »
INDOARII IN MEDIORIENTE »
HYKSOS, OVVERO FENICI, BABILONESI & C. »
I DORI ED I POPOLI DEL MARE »
I CANTI EPICI DELL’AREA SLAVA »

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Nelle corti nordeuropee del primo medioevo s’era stabilita una singolare usanza. Quando un re regalava ad un suo vassallo un importante simbolo di nobiltà guerriera, come ad esempio uno scudo decorato con scene mitologiche, il cavaliere era allora obbligato, in conseguenza di questo regalo, a comporre una poesia in lode ed onore del suo re. Se dimenticava di farlo, oppure componeva un carme senza la giusta vena poetica, o senza rispettare le regole letterarie in voga per i componimenti del tempo, allora il re, ritenendosi gravemente offeso, lo faceva mettere a morte.
Naturalmente poteva succedere anche il contrario, e cioè che se un cavaliere era stato condannato a morte - per altri motivi - e riusciva, nella sua prigione, a comporre una bella poesia per il re, allora aveva salva la vita.
Molti di questi poeti, chiamati "scaldi" (dal norvegese "skald", che vuol dire appunto "poeta"), che nella loro vita dovevano essere altrettanto bravi con la penna almeno quanto lo erano con la spada, hanno comunque lasciato un posto nella letteratura europea grazie al genere particolare da essi creato.
Uno di questi poemi scaldici, una "drapa" (componimento poetico di parecchie decine di strofe) genealogica della fine del novecento, parla del duello tra il dio del cielo Heimdallr ed il dio malvagio Loki, in cui il dio Heimdallr è definito "figlio di una e di otto madri", cioè di otto onde del mare che precedono la nona, detta l’ariete per la sua potenza distruttiva.
Il dio irlandese Lug possiede caratteristiche analoghe, in quanto alla sua nascita è il solo sopravvissuto d’un gruppo di fratelli annegati dalle onde del mare.
Anche uno degli eroi centrali del "Mahâbhârata", Bhîsma, anch’esso incarnazione del dio del cielo Dyu (che nel VI canto del "Mahâbhârata" viene più volte nominato come Dyupitar, analogo allo "Juppiter", Giove Padre, dei Latini) ha le stesse caratteristiche di nascita delle equivalenti divinità nordeuropee, ma non solo.

- Sia Bhîsma che Heimdallr sono il primo dio che nasce e l’ultimo dio che muore in un ciclo di civiltà umana.
- Entrambi, pur essendo i primogeniti di un’era, rinunciano al loro diritto a regnare e ad essere padri.
- Entrambi hanno la preoccupazione di addestrare un re al governo del mondo.

Altre coppie di omologhi tra la mitologia nord-europea e gli dei del "Mahâbhârata" sono il dio scandinavo Vidarr e l’indiano Visnu, il malvagio Loki ed il demoniaco Duryodhana, ma in genere tutta la battaglia escatologica, con la conseguente palingenesi finale, della mitologia germanica ha il suo omologo nella battaglia di Kuruksetra e nei personaggi che la animano.
Dopo che il figlio di Odino, Baldr, è stato ucciso dal malvagio Loki con l’inganno (come Osiride da Seth, come Yudhisthira è vinto ai dadi con l’inganno da Duryodhana) il mondo ha perduto gli ideali e le speranze. Ormai tutti i mostri simboli del male si sono liberati delle loro catene ed avanzano inesorabilmente verso gli dei protettori del mondo: Surtr che è il fuoco ardente, Loki, il Lupo Fenrir, Hrymr che governa la nave costruita con le unghie dei morti, cosicché agli dei non resta che prepararsi alla battaglia.
Non ci sono eserciti che scendono in campo, ma ogni dio ingaggia un duello individuale con il demone suo avversario, e così facendo finiscono per uccidersi tutti l’uno con l’altro.
Il Lupo Fenrir avanza con la bocca spalancata, la mascella inferiore tocca la terra, mentre la superiore tocca il cielo: ha già inghiottito Odino e sta per inghiottire l’intero universo quando Vidarr, con un piede, schiaccia al suolo la mascella inferiore del Lupo e, tenendo ferma con una mano quella superiore, gli squarcia la gola. Heimdallr e Loki sono gli ultimi a morire, uccidendosi l’un l’altro.
Adesso Surtr, il fuoco ardente, spazza via ogni forma di vita dalla terra che, subito dopo, viene sommersa dalle acque degli oceani. Ma poiché Vidarr ha ucciso il Lupo, il mondo, anche se è stato distrutto da un immane cataclisma, non viene annientato definitivamente. Lentamente esso riaffiora dalle acque che lo hanno sommerso, ed inizia a risorgere rigenerando così i suoi cicli di vita.
Nel "Mahâbhârata" il ricordo mitico della distruzione di un’antica civiltà sulla Terra fa da sfondo, serbatoio mitologico della comune base culturale indoeuropea, cui attingere il modello della distruzione quasi totale della dinastia dei Bhârata, in cui la morte dei giovani rappresenta la morte delle sue speranze.
Su questa ricca mitologia indo-europea (le sue storie, i suoi personaggi), il creatore indiano del "Mahâbhârata" innesta gli schemi narrativi tipici del poema, la cui forma costituisce indubbiamente la sua più caratteristica espressione poetica.
Quando Vyasa fa raccontare a Sañjaya i preparativi della grande battaglia, nel V canto, si vedono accorrere lunghissime file di alleati e adunare eserciti immensi, composti da milioni e milioni di soldati. Quando inizia la guerra, tuttavia, queste immense folle in armi sembrano fare solamente da colonna sonora alle imprese dei singoli eroi, oppure soltanto a dimostrare, attraverso apocalittiche distruzioni di massa, il valore soprannaturale degli dei incarnati e delle loro armi "divine".
La guerra infatti non è altro che un insieme di scontri individuali tra singoli personaggi, che incrociano le loro armi in duelli formidabili, combattuti sempre all’ultimo sangue. Ricordiamo quello tra Karna ed Arjuna o quello che oppone Duryodhana a Bhima; ma anche la battaglia, ricca di terribile bellezza e di quell’indicibile "pathos" che soltanto lo scontro tra esseri soprannaturali può creare, in cui s’affrontano Krsna, incarnazione di Visnu, ed Ašvatthaman, incarnazione di Šiva.
All’inizio d’ogni giorno di guerra vengono annunciate strategie militari e disposizioni degli eserciti sul campo, ma appena la battaglia ha inizio tutto sembra dissolversi nel nulla ed il poeta descrive solo fatti ed episodi di comportamento individuale.
Il dio Krsna, che ha giurato di non combattere mai, è l’auriga di Arjuna, ma gli altri dei scendono direttamente nella battaglia e non hanno alcun problema a "sporcarsi le mani" in mezzo agli umani.
Sicuramente, in ognuno di questi espedienti narrativi, il lettore avrà già riconosciuto anche quelli, del tutto identici, che si trovano nell’"Iliade" e che pure si sovrappongono ad un insieme di riferimenti, geografici e climatologici, che non s’attagliano per niente ad un teatro d’azione di tipo mediterraneo.
Così come, infatti, Vyasa crea il suo racconto su una base mitologica nord-europea, allo stesso modo Omero riprende gli schemi narrativi di Vyasa, inserendoli in un substrato di ricordi geografici e climatologici portato in Grecia dalle migrazioni dei popoli nordeuropei.
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