
I CANTI EPICI DELL’AREA SLAVA

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Da quanto detto fin qui risulta evidente l’intrecciarsi di miti e racconti popolari in tutta l’area del Mediterraneo centrale ed orientale. Il risultato è che sovente anche le tradizioni culturali più esclusive, come quelle impregnate di spirito nazionalista in Grecia o religioso in medioriente, hanno debiti con altre, persino lontane nel tempo e nello spazio, tradizioni culturali. L’"Iliade" e l’"Odissea" sono, da questo punto di vista, un caso emblematico. L’apporto d’una tradizione nordeuropea in questi due poemi è stata ipotizzata con coraggio e curiosità intellettuale dall’ing. Felice Vinci nel suo celebre "Omero nel Baltico" anche se, a mio avviso, sono ancora molte le cose da chiarire.
Lo scopo principale della ricerca storica, infatti, è quello d’individuare un quadro di riferimento quanto più possibile evidente, e non ipotetico, in cui collocare dati e documenti scientificamente corretti, evitando di cadere nella trappola d’un uso evenemenziale dei dati, cioè d’individuare legami sintattici tra essi, avulsi da ogni altro contesto.
Ad esempio trovo sbagliata l’idea, peraltro sommessamente suggerita, che tanto l’"Iliade" quanto il "Mahâbhârata" siano espressione d’un medesimo racconto epico nato, già formato e conchiuso in sé, nel nord Europa e poi esportato, con le migrazioni del XVI secolo a.C., dagli Achei in Grecia e dagli Arii in India.
Ho già parlato in precedenza delle influenze culturali che giunsero in Grecia, verso l’VIII secolo, dalla lontana India, ma ci sono anche ragioni di natura filologica che escludono con certezza la matrice d’un comune carme epico nordeuropeo.
Così come ancora oggi esiste in Sicilia l’usanza dei cantastorie che si esibiscono per strada, un’analoga abitudine sappiamo che esiste anche nei paesi slavi dell’Europa orientale. Lo studio comparato di questa tradizione, ancora viva, ha consentito di raggiungere importanti acquisizioni e di sfatare, allo stesso tempo, antiche convinzioni.
S’è scoperto ad esempio che i canti epici dell’area slava, che sono tuttora recitati per strada da cantori illetterati, hanno straordinarie analogie con i poemi omerici. Anch’essi fanno ricorso ad una serie di schemi narrativi identici a quelli dell’"Iliade", come le descrizioni degli abiti, lo svolgimento di assemblee e relativi dialoghi, le battaglie ed anche l’iterazione di formule verbali metricamente scandite, insieme ad un modulo narrativo fisso.
Tuttavia la struttura delle proposizioni, unite ad esempio mediante il criterio dell’equivalenza, e non come interdipendenti (ad es., "le stelle in cielo ... brillano ed ardono", forma equivalente o paratattica, opposta a "brillano ardendo", forma interdipendente usata nell’"Iliade" [libro VIII, v. 556]), oltre al ritmo stesso che deve seguire il cantore, e che non ha niente a che vedere con la metrica della poesia epica in forma scritta, dimostra una serie di diseguaglianze stilistiche che non consentono il passaggio "sic et simpliciter" dalla forma orale a quella della poesia scritta che implica, tra l’altro, un lavoro estremamente tecnico di sintesi e di costruzione letteraria.
Anche se i più antichi documenti noti di scrittura greca non vanno più in là dell’VIII secolo a.C., si sa che già nel X secolo gli abitanti delle isole dell’Egeo ne facevano uso.
Eratostene di Cirene, nelle sue "Cronografie", diceva, come abbiamo già visto, che ad introdurre l’alfabeto fenicio in Grecia era stato Cadmo nel 1313 a.C. ma forse, spostando questa data a trecento anni prima, otteniamo il tempo minimo necessario per la trasformazione di quell’alfabeto da fenicio in greco. Va da se, naturalmente, che gli Achei del XVI secolo a.C. non conoscevano ancora alcuna forma di scrittura e, men che meno, quella greca, che ancora neanche esisteva.
Gli Achei dunque introdussero in Grecia un cospicuo materiale narrativo fatto di ricordi storici, geografici e di racconti popolari tramandati oralmente, ma non un "corpus" letterario già definito e pronto come poema epico. Gli stessi ricordi e tradizioni dovevano averli certamente anche gli Arii, ma anche per loro vale lo stesso discorso.
È dunque evidente che tutto quel materiale, tramandato dagli aedi e dai bardi, fu raccolto in epoche molto successive da qualcuno che, essendo padrone della lingua e della sintassi, sapeva far bene il suo mestiere di poeta.
Ma potevano due poeti, Omero in Grecia e Vyasa in India, fare esattamente lo stesso lavoro poetico e raccontare le stesse cose allo stesso modo?
Naturalmente uno dei due deve aver copiato necessariamente dall’altro. Considerato che nell’VIII secolo in Grecia era scoppiata la "mania" dell’Oriente e che Vyasa, nominato nello stesso "Mahâbhârata" in qualità di progenitore di personaggi centrali del poema come Dhrtarâstra e Pandu, deve essere ritenuto più antico di Omero, è possibile che, tra i due poeti, a copiare sia stato proprio quest’ultimo.
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