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n° 12 Nov./Dic. 2003

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I DORI ED I POPOLI DEL MARE

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[Città amorrite - 49K .jpg] [Papiro di Torino - 38K .jpg] [Bassorilievo greco - 28K .jpg] [Ghat funerari sul fiume Gange - 34K .jpg] [Tempio di Shiva - 20K .jpg] [L'"oinochoè Levy" - 34K .jpg] [Principi asiatici del Retenu - 32K .jpg] [Tciemehu, antichi abitanti della Libia - 37K .jpg] [Asiatico posto a difesa della città di Kadesh - 33K .jpg] [Testa del Faraone Amasi - 35K .jpg] [Rocca di Lindos - 43K .jpg] [Ramosis III e Stranieri - 57K .jpg]
 

I popoli provenienti da nord, che raggiunsero l’Ellade in almeno due grandi, successive, ondate migratorie, furono gli Achei, nella prima metà del II millennio, e i Dori intorno al 1200 a.C., epoca questa in cui sciamarono anche per tutto il Mediterraneo quei popoli che Ramses III, nel suo tempio di Medinet Habu, chiamò "Haunebu", cioè Popoli del Mare.
Immanuel Velikovsky, nel suo "Peoples of the Sea" (New York 1977), pone in evidenza il fatto che alcune guardie persiane, raffigurate nei bassorilievi del palazzo di Dario a Persepoli, hanno lo stesso copricapo di piume dei guerrieri Peleset raffigurati a Medinet Habu. Dice infatti:
"noi abbiamo mostrato che l’identità dei Peleset può essere determinata comparando i loro caratteristici copricapi con quelli della guardia di Dario sui bassorilievi di Persepoli, e noi abbiamo documentato questa identificazione con il fatto che proprio lo stesso nome Peleset fu applicato in Egitto ai Persiani non più tardi della redazione del Decreto Canopo sotto i Tolomei" (pp. 99-100).
Bisogna far notare, tuttavia, che il palazzo di Dario I (522-485 a.C.) a Persepoli fu costruito ben settecento anni dopo l’invasione dei Popoli del Mare ed i guerrieri raffigurati nei bassorilievi potrebbero benissimo essere dei mercenari d’origine straniera, con ogni probabilità forse anche filistei.
Velikovsky scavalca questo ostacolo affermando che Ramses III visse in realtà nel 380 a.C., e che era lui il faraone che i Greci avevano chiamato Nectanebo I.
Tuttavia nessuno dei cartigli reali di Ramses III contiene qualcosa che possa assomigliare a quel nome, mentre il primo faraone della XXX dinastia ha nel suo nome "Sa Ra" il geroglifico "nekht Her heb" che Wallis Budge, alla pag. 941 del suo "Egyptian Hieroglyphic Dictionary" (New York 1978), traduce con la parola greca NektanebeV (Nectanebo).
Per quanto riguarda il decreto di Canopo, emanato nel 238 a.C., nel nono anno di regno di Tolomeo III Evergete, si parla in effetti dei "vili Persiani" che avevano portato via dall’Egitto le statue degli dei e che i Lagidi, a seguito della vittoria di Alessandro Magno sulla dinastia Achemenide, avevano riportato in Egitto. Sono parecchi i documenti che noi abbiamo del periodo di Tolomeo III in cui si parla dei Persiani.
Troviamo questo nome, infatti, non solo nella stele di Kom el Hisn, dove è inciso il decreto di Canopo nelle versioni geroglifica, demotica e greca (esattamente come la stele di Rosetta), ma anche nel grande tempio di Khnum ad Esna, dove c’è sul muro nord della sala ipostila, assieme ad una lunga lista di nemici sconfitti, il seguente geroglifico che indica i Persiani:

["prwsw" ("perusu")]

e che si legge esattamente "prwsw" ("perusu"). Questo nome è accompagnato dal deteminativo dei Paesi Stranieri (la seconda parte, a destra, del geroglifico), che troviamo riprodotto sullo stesso muro, nella stessa identica forma, in tutti gli altri nominativi che seguono e che precedono il Nostro e che, in base alle regole grammaticali egizie, non si legge.
Nel tempio di Medinet Habu di Ramses III troviamo invece il nome dei Peleset in diverse forme. Nella tavola CXLIV dei "Monumenti Storici" di Ippolito Rosellini si trova riprodotta una scena, tratta da questo tempio, in cui Ramses III presenta come offerta al dio Amen "questi nemici, i Peleset" (ultimo rigo in basso, a destra). La parola "Peleset" è scritta nella forma

["peresati"]

che si legge "peresati". Nella facciata a destra dell’entrata, ala est, della porta-fortezza di Medinet Habu, invece, in una lista di nemici sconfitti, troviamo la forma
["p[rst]", cioè "pereset"]

che R. Giveon, in "Les Bédouins Shosu des documentes Égyptiens" (Leiden 1971), legge "p[rst]", cioè "pereset" (pag. 139). In tutti gli altri nomi di popoli stranieri ("Teresh", "Amurru", "Tjekker" ed altri) di questa stessa lista, il determinativo che indica il Paese Straniero è rappresentato nella forma

["Paese Straniero"]

alquanto diversa, come si vede, da quella del tempio di Esna. Un neofita della lingua egizia, dunque, che non conosca anche il fatto che le raffigurazioni di Esna presentano un determinativo applicato, in forma invariata, ad una lunga lista di nomi di popoli stranieri, e non sia così in grado di stabilire le corrette comparazioni, può facilmente cadere in errore e interpretare la doppia "t" del determinativo, se letta in un documento isolato, come facente parte della parola stessa e leggere quindi "perusutet". Ma anche se noi volessimo forzare la situazione e volessimo interpretare comunque la parola "perusu" della stele di Canopo come "Peleset", anche in questo caso non potremmo mai dire che si tratta d’una evidenza storica. Nei documenti della XVIII dinastia, ad esempio, possiamo trovare la seguente parola:

["kharw" abitante della Palestina o della Siria]

"kharw", o forme simili, che indica, tradizionalmente, sia un abitante della Palestina che della Siria. Le cose tuttavia peggiorano di molto se andiamo a guardare la parola

["stiu", Asiatico o Nubiano]

"stiu", che può indicare sia un Asiatico che un Nubiano.
Le cose non vanno meglio nei documenti scritti in cuneiforme. Nei testi mesopotamici più antichi la parola "Meluhha" indica il Panjab, cioè la valle dell’Indo.
Ma tra le "Lettere di Amarna" ce n’è una, scritta in cuneiforme dal sovrano di Biblo al faraone (EA 70), in cui ritroviamo la stessa identica parola ad indicare un luogo ben diverso dal Panjab, cioè la Nubia.
Per non parlare poi di quella lunga sequela di nomi che l’ing. Felice Vinci, nel suo ormai celebre "Omero nel Baltico", identifica non con località mediterranee o tropicali, bensì scandinave, collocando addirittura gli Etiopi, menzionati più volte nell’"Odissea", al Circolo Polare Artico.
Il nostro caso, ad ogni modo, non rientra in questo genere di ambiguità perché la situazione è del tutto chiara. Ho già detto che la stele di Canopo è redatta, proprio come quella di Rosetta, in tre lingue: geroglifico, demotico e greco. Ebbene, nella versione greca la parola in questione è inequivocabilmente tradotta Peroai ("Persiani"). Ora, poiché il geroglifico "perusu" non può essere letto, come ho già dimostrato, "perusutet", sembra ben accertato dunque che si sta parlando chiaramente e solamente di Persiani. È dunque impossibile, a mio avviso, mettere in discussione il fatto che i Dori siano calati nel Mediterraneo intorno al 1200 a.C. - anno più anno meno - ponendo fine all’età micenea e dando un forte contributo alle migrazioni dei Popoli del Mare.
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