
INDOARII IN MEDIORIENTE

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L’ILIADE È NATA IN INDIA »

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Anche l’"Iliade" porta con sé vistose testimonianze di legami culturali con l’oriente. Questo argomento è da sempre al centro d’un acceso ed inesauribile dibattito; gli studiosi sono discordi nella valutazione delle prove e dei documenti, che dunque per questo risultano ancora più misteriosi e complessi.
Ad esempio non è possibile, data la mancanza di verifiche, tenere nella dovuta considerazione un’affermazione che fa il retore Dione Crisostomo nella sua orazione n° XI (troiana), quando sostiene di avere visto un libro (siamo nel primo secolo dell’era volgare) contenente un’epopea indiana tradotta da Omero.
Martin Bernal, nel suo celebre saggio "Black Athena", "The Afroasiatic Roots of Classical Civiliziation", Londra 1987 (trad. it. "Atena Nera. Le Radici Afroasiatiche della Civiltà Classica", EST - Milano 1997), sostiene che "per ragioni d’orgoglio culturale i Greci tendessero a sminuire la portata dell’influenza e della colonizzazione giunte dal Vicino Oriente (p. 102) - ed aggiunge subito dopo che - furono proprio le colonizzazioni più recenti il terreno di scontro nel periodo che segnò la caduta del modello antico ed il trionfo di quello ariano".
Questo autore cita, tra le testimonianze pittoriche a favore della tesi d’una colonizzazione orientale "un frammento di vaso a rilievo del VII secolo, che rappresenta Europa in costume orientale".
Tuttavia è propria di quel periodo un’evoluzione della pittura vascolare verso motivi decorativi importati dall’oriente, in accordo con la tendenza generale d’un accentuato fìlo-orientalismo che vedeva giungere, perfino dall’India, nuove influenze culturali.
Più consistente l’indizio che ci offre Omero, quando definisce Europa
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kourhV,
"figlia del Fenicio" (Iliade, XIV, 321), dato che la stessa cosa la dice anche Esiodo, in un frammento del "Catalogo delle donne", dove parla di lei come della figlia d’un "nobile fenicio".
Se consideriamo che i fatti narrati nel poema omerico si svolgono quando l’età micenea volge al termine (Eratostene, nelle sue "Cronografie", disse che la caduta di Troia era avvenuta nel 1184 a.C.), dobbiamo supporre che gli eventi che riguardano Europa, e soprattutto suo fratello Cadmo, mitico fondatore della città di Tebe in Beozia, siano ben più antichi di quella data, non solo, ma che risalgano ad alcuni secoli prima persino delle "Lettere di Amarna", anche se ancora Eratostene affermava che Cadmo aveva introdotto l’alfabeto fenicio in Grecia nel 1313 a.C.
Vediamo perché lo studioso di Cirene potrebbe aver sbagliato i suoi calcoli, riguardo a Cadmo, probabilmente di trecento anni circa.
Le lettere di Amarna sono una raccolta d’oltre trecento tavolette d’argilla, incise con caratteri cuneiformi, ritrovate fortunosamente tra le rovine della città di Akhetaten nel Medio Egitto. Esse rappresentano una parte della corrispondenza di Stato intercorsa, in un arco temporale di 30 anni (dal 1370 al 1340 a.C.) tra il governo egiziano - da Amenhotep III a Tutankhamen - ed i sovrani di piccoli e medi staterelli mediorientali.
Se guardiamo i nomi contenuti in queste lettere e togliamo quelli egiziani, otteniamo la seguente distribuzione degli altri presenti:

- nomi semitici 32
- nomi hurriti 3
- nomi vari 6
- nomi indoariani 20

L’analisi qualitativa mette poi in evidenza il fatto, di grande importanza, che i nomi indoariani sono collocati in maggiore quantità ai vertici della scala sociale, mentre diminuiscono man mano che si scende lungo questa scala, inversamente agli altri nomi.
Troviamo una stretta associazione tra Hurriti e Indoariani negli Stati di Nuzi, Mitanni e nella Siria del nord: infatti i "maryannu", una casta di guerrieri formata da nobili d’alto rango (qualcosa di simile ai cavalieri del nostro medioevo), in queste zone hanno nomi indoariani.
Nomi che sembrano usciti dai versi, o dagli elenchi dei guerrieri, del "Mahâbhârata", si trovano anche tra principi e re di città-stato cananee.
Il principe di Acco, principale porto della Palestina del nord, si chiama Zurata (EA 8, 85, 232, 245b); il principe della biblica Gat, futura città dei Filistei, ha per nome Shuwardata (EA 278-284, 366); il re di Meghiddo, strategica ed importante città della Palestina del nord, si chiama Biridya (EA 242-247, 365); la vicina Ta‘annak ha come re Yashdata (EA 248); la biblica città di Akshaf, nella piana di Acco, è retta in questo periodo da un re che si chiama addirittura Indrauta, che in indo-ario significa "sostenuto da Indra", cioè il re degli dei del pantheon induista (EA 223, 367); dal biblico altopiano di Bashan, ad est del Mare di Galilea, arriva al faraone la lettera di Artamanya, re di Siribashani (EA 201); il re di Kumidi, città-stato della Beqaa’, è l’indoariano Arawana, lo stesso nome del Gebuseo che vendette a David (2 Sa 24, 17-25), per cinquanta sicli d’argento, il terreno dove poi Salomone costruirà il Tempio di Gerusalemme (EA 198); il re di Qadesh è Etagama (EA 53, 56, 140, 151, 189, 190, 197).
Ma fermiamoci qui, il concetto è sufficientemente chiaro.
Gli indoarii (Hurriti) sono presenti in Mesopotamia fin dal III millennio, come dimostra un’iscrizione babilonese, che documenta elementi etnici e linguistici hurriti, in cui si parla di un certo Tisdal re di Urkish.
Una spedizione dell’Università di Los Angeles, guidata da G. Buccellati nel 1997, ha identificato poi quest’antica città con l’odierna Tell Mozan, a sud-est di Babilonia.
È soltanto 1000 anni dopo, intorno al 1500 a.C., che inizia a prendere corpo un vero e proprio organismo politico e statale, il Mitanni, che s’installa nella regione siriana. Da sempre dunque convivevano in quell’area, assieme a quelle semite, le tradizioni culturali indoarie che erano, come dicono gli stessi nomi dei suoi rappresentanti - presenti ancora all’epoca di Amarna - particolarmente vive.
Nel periodo storico delle "Lettere di Amarna" assistiamo poi al fatto che, "nell’intera area mediorientale", persone abituate a lavori servili, pagate da sempre con qualche cipolla e un po’ di pane nero per sopravvivere, cominciano a riunirsi in gruppi e ad attaccare i poteri e le istituzioni locali, a prevalente rappresentanza ariana.
Queste persone vengono designate col termine "habiru", che sta ad indicare genericamente individui estranei alla società canaanea per ragioni di natura sociale, politica, economica o altro ancora.
Se gli ebrei di Mosè sono entrati in quel periodo nella Terra di Canaan, è perfettamente possibile che i Canaanei li abbiano compresi in questa categoria dispregiativa di nemici della loro società, denominandoli appunto "Habiru".
Il re di Gerusalemme Abdi-Kheba denuncia al faraone che dei servi "fattisi habiru" hanno ucciso il re di Lachis Zimrida (EA 288).
Ma altre lettere parlano di "habiru più forti di noi" (EA 305), di "habiru [che] hanno incendiato le tue città e i tuoi magazzini col fuoco" (EA 306), o di portuali che hanno "disertato [consegnando] tutta la terra del re mio signore agli habiru" (EA 272). Abdi- Kheba dice che "al re non restano terre, gli habiru hanno saccheggiato tutte le terre del re" (EA 286); "tutta la terra del re va in rovina, hanno aperto ostilità contro me dalle terre di Se‘ir fino a Ginti-kirmil" (EA 288).
E più avanti, nella stessa lettera: "il forte braccio del re prende Nahrina e Kush, ma le città del re le prendono gli habiru"! E ancora: "Turbashu è stato ucciso davanti a Sile ... Yapti-Adda l’hanno ucciso davanti a Sile, ed il e è rimasto inerte"!
Spicca la vicenda di Sichem; il re Labaya è morto ed i suoi figli, rispettosi della volontà del padre e della sua vita spesa contro il faraone ed i suoi alleati locali, "hanno dato la terra del re agli habiru" (EA 287). Se noi identifichiamo gli "Habiru" con gli Ebrei, allora questo episodio potrebbe trovare un riscontro nel racconto biblico, dove nel libro di "Giosuè" si parla in effetti di un’alleanza con la città di Sichem. Ma le lettere che giungono al faraone dal Medio Giordano e dalla zona costiera della futura Filistea, che parlano anch’esse di azioni "habiru", sono in contrasto con il racconto biblico, dove non si trova alcun accenno alla conquista di queste zone. Potrebbe però trattarsi di ribellioni di "habiru" locali, come in effetti risulta in EA 272, cioè di dipendenti che approfittano del momento di confusione, e della latitanza dell’Egitto, per tentare il colpo della vita.
Fino allo svolgersi di questi drammatici eventi dunque, le corti del medioriente, frequentate e dominate da indoarii, non potevano che essere allietate, durante le feste, dai "sûta" (aedi) indiani, ai quali era affidato il compito di raccontare le gesta contenute in una prima, e più antica, redazione del "Mahâbhârata" (8.800 strofe, contro le oltre 100.000 della terza ed ultima redazione completata nel IV secolo d.C.).
Ai "kuçîlava", i cantori itineranti della valle dell’Indo che giravano per le piazze dei paesi, invece, era affidata, oltre che la recitazione delle canzoni di gesta, anche la diffusione del "Râmâyana". Ma in medioriente il popolo, contrariamente alla classe dominante - come sappiamo dalle "Lettere di Amarna" -, era semita, e dunque soltanto il "Mahâbhârata", cantato dai "sûta" nelle corti dei re e dei nobili ariani, poteva avere diffusione, come ebbe, tra l’aristocrazia ed i cantori più illustri del medioriente di allora.
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