
L'ILIADE È NATA IN INDIA

L’autore del Mahâbhârata, Vyasa, ha creato il suo racconto epico su una base mitologica nord-europea. Omero, dopo aver ascoltato i canti indoarii nelle corti del medio-oriente, ne riprende gli schemi narrativi ma, a differenza del poeta indiano, li inserisce in un diverso contesto, in cui spicca un substrato di ricordi geografici e climatologici portato in Grecia dalle migrazioni dei popoli nordeuropei.

di Michele Manher

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Il motivo che mi ha spinto a scrivere questo saggio è nato in modo casuale. Mi è capitato di leggere in un libro una frase di un vescovo spagnolo, Diego De Landa, sbarcato nello Yucatàn al seguito dei conquistadores, che dice: "Trovammo un gran numero di libri scritti con questi caratteri degli indiani, e poiché non ve ne era alcuno che non fosse pieno di superstizioni e menzogne del demonio, li bruciammo tutti".
La frase è terribile, anche se quel li bruciammo tutti non deve essere preso alla lettera; Victor Von Hagen, nel suo "Antichi Imperi del Sole" (Mondadori, Milano 1974) fa sapere infatti che almeno tre originali sono sopravvissuti, essendo sfuggiti al "rogo de libri" compiuto allora dal vescovo.
È evidente tuttavia che una quantità enorme di preziose ed antiche conoscenze è stata perduta per sempre.
Altri scritti invece, le cui prime origini si perdono anch’esse nella notte dei tempi, sono giunti fortunatamente fino a noi. Tra i più antichi abbiamo il "corpus" dei "Testi delle Piramidi", che i faraoni della V dinastia (2510-2460 a.C.) e della VI (2460-2200 a.C.) fecero incidere ad eterna memoria sulle pareti delle camere interne delle loro piramidi.
Il periodo compreso tra il 2500 ed il 2200 a.C. è sicuramente il periodo in cui vennero materialmente scritti quei testi arrivati fino a noi, ma è molto difficile, se non impossibile, poter immaginare che un così elevato livello di conoscenze e di saggezza fosse spuntato dal nulla, senza una precedente e lunga tradizione di altri scritti che a noi purtroppo non sono giunti. Un altro libro molto antico è il poema sacro indiano del "Mahâbhârata", un immenso racconto epico di oltre centomila versi (qualcosa come otto volte l’"Iliade" e l’"Odissea" messi insieme) che è allo stesso tempo epopea nazionale, morale e religiosa di tutta l’India.
Anche in questo caso vi fu una prima raccolta organica dell’immenso corpus narrativo in un periodo di tempo compreso tra il IV secolo a.C. ed il IV secolo d.C., durante il quale il nucleo originario del poema subì apporti ed "arricchimenti" di vario genere. Ma è noto che le epiche imprese originarie, tra le quali spicca il racconto della battaglia di Kuruksetra (la cui pianura, presso Delhi, è tuttora considerata sacra, essendosi svolto in India quell’evento e non altrove), e poi confluite nel poema, erano cantate da tempo immemorabile dai "sûta" (aedi) indiani nelle corti dei nobili in India.
Secondo la tradizione puranica Yudhisthira, il mitico re dei Pandava, regnò nella valle dell’Indo agli inizi della "Kali-Yuga" ("età di Kali") e cioè intorno al 3000 a.C., ma questo dato è in forte contrasto con quello che noi sappiamo essere il periodo effettivo della discesa degli Arii in India, e cioè più di mille anni dopo quella data.
Certamente sono molto antichi alcuni degli espedienti narrativi contenuti nel poema. Ad esempio il racconto secondo cui i figli del re (i Pânduidi, "figli" di Pându) sono in realtà generati dagli dei, sarà poi uno dei temi centrali della religiosità egizia, in cui la regina madre, o la sposa principale del faraone, è colmata, nelle migliori tradizioni dinastiche, dallo spirito del dio.
Un rito importante, a questo proposito, avveniva ad esempio durante la festa di Opet, in piena estate, quando la statua del dio Amen veniva portata in processione dal Tempio di Karnak a quello di Luxor dove, nella sala detta appunto "della nascita divina", la regina-madre s’incontrava col dio. Questo rituale d’"accoppiamento", evocativo e simbolico, aveva il preciso scopo di ricordare al popolo che il faraone regnante era, appunto, figlio di dio.
L’eco di questi rapporti carnali, tuttavia, tra divinità ed esseri umani la ritroviamo ovunque: nell’antichissimo "Libro di Enoch", nel primo libro della Bibbia (Gen. 6, 2-4) e nella mitologia greca, dove il re degli dei Zeus è addirittura un brutale donnaiolo, perché non è solo seduttore ma anche rapitore di giovani e belle fanciulle terrestri.
Ancora nell’"Âdiparvan", "Il canto dell’inizio", cioè il primo libro del "Mahâbhârata", quando Dushyanta è costretto dalla "ragion di Stato" a non riconoscere Çakuntalâ come sua sposa e il di lei figlio come suo figlio, ecco che una voce scende dall’alto dei cieli, udita dal re a da tutti gli uomini della corte e del governo, che ordina al re di riconoscere la donna come sposa, oltreché il bambino come proprio figlio. Questo "coup de théâtre" dall’effetto altamente drammatico ed emotivamente coinvolgente verrà ripreso tale e quale, com’è noto, dai tragici greci: nei teatri dell’Antica Grecia vennero costruite macchine per ottenere l’effetto scenico del dio che scende dall’alto e risolve in questo modo i problemi, i drammi e le tragedie umane, da cui l’espressione "deus ex machina" "dio [che parla] dalla macchina".
La figura di Çakuntalâ, poi, fu un modello di comportamento per le donne di tutto il mondo antico: patetica e remissiva ma con la dignità d’una regina, ubbidiente fino al sacrificio di sé, ligia ai suoi doveri come un soldato; la ritroviamo in Agar madre di Ismaele, nell’Antigone di Eschilo, nella Berenice, figlia del re di Giuda, amata dall’imperatore Tito. Ma c’è ancora dell’altro.
Il nome Çakuntalâ in sanscrito vuol dire "quella dell’avvoltoio" e nasce da un episodio legato alla sua nascita.
Quando la dea Mênaka - la più bella delle apsaras dell’harem del re degli dei Indra - la partorì, fu costretta, per ordine dello stesso Indra, ad abbandonarla ancora in fasce sulla Terra. La ragione di quest’ordine così crudele scaturiva dal fatto che la neonata era il frutto d’un rapporto, altrettanto crudele, tra la dea ed un saggio eremita, sedotto per scommessa. Alcuni avvoltoi videro questa creatura abbandonata e, dopo averle volteggiato sopra, le atterrarono intorno; ma incredibilmente, anziché dilaniarla, si posero a sua protezione.
I Çakuntas, gli avvoltoi, divennero così il simbolo della divinità di Çakuntalâ, la futura progenitrice della casa dei Bhârata.
Nell’antico Egitto il geroglifico che indica la madre, "mut", è l’avvoltoio. Ma non è questo un unico caso di assonanza. Ad esempio nell’antico Egitto il geroglifico che indica il dio, "ntr", è simboleggiato da uno stendardo, esattamente come nel "Mahâbhârata".
Potrebbe dunque contenere elementi di verità l’ipotesi avanzata dal prof. Emilio Spedicato, dell’Università di Bergamo, secondo cui la "terra di Punt", verso cui salpavano le navi egiziane, è da identificare con il Panjab indiano, la valle alluvionale dell’Indo con i suoi quattro principali affluenti ("pang", cinque, ed "ab", fiume; Panjab = la valle dei cinque fiumi).
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