
DOLORE E PIACERE NEL FACHIRISMO E NEGLI STATI MEDITATIVO CONTEMPLATIVI DEGLI YOGI E DEI MISTICI
di John Martin

I volti del misticismo in India. Aspetti tradizionali, spirituali e psico-fisiologici dei mistici indù.


Quando mi recai, in occasione di tre distinti viaggi, in India del Nord e Nepal, in India del Sud ed in Rajasthan (1), ebbi l’opportunità di assistere ad alcune interessanti e spettacolari esibizioni di fachirismo, durante le quali alcuni asceti si trafissero lentamente e più volte, diverse regioni del corpo con dei lunghi ed acuminati spilloni metallici, senza dare la minima impressione di avvertire dolore.
A Bali (2), nota anche come l’Isola di Smeraldo, per la sua rigogliosa vegetazione tropicale, invece, partecipai alla famosa danza tradizionale Kecak (3), nel corso della quale alcuni uomini camminarono più volte su un tappeto di carboni ardenti allestito sul pavimento del cortile centrale di un tempio induista, anche in questo caso senza avvertire, almeno apparentemente, il minimo dolore.
In Estremo Oriente, in particolare in India, anche gli yogi (4) in stato meditativo profondo sembrano non percepire alcun dolore quando vengono trafitti con degli spilli; la stessa sorprendente ed inesplicabile insensibilità al dolore, documentata, peraltro, in numerosi referti medici, compare anche in Occidente, in quei soggetti, i cosiddetti "mistici", che dichiarano di vedere e di colloquiare con Gesù, la Madonna o i santi.
Sempre in India, specialmente nell’isola di Ceylon (5), vi sono fachiri e yogi che, dopo essersi trafitti la cute della schiena con degli uncini di ferro legati a delle corde, vengono sollevati ad una certa altezza, rimanendo appesi per diversi minuti.
Escludendo tutti quei casi in cui tali performance sono rese possibili da trucchi mutuati dalla prestidigitazione e dall’illusionismo e quelli in cui si fa ricorso a particolari accorgimenti per rendere meno dolorosa l’esibizione, ne rimangono alcuni in cui sembra proprio che alcuni soggetti abbiano acquisito la capacità di alterare la percezione del dolore, agendo volontariamente, con modalità ancora in gran parte ignote alla biologia ed alla medicina, sul meccanismo o i meccanismi biofisici implicati nell’insorgenza fisiologica del dolore.
Vi sono alcune evidenze sperimentali che suggeriscono la possibilità che alla base di queste pratiche estreme, ovviamente di quelle genuine, non mistificate, cioè, da trucchi e/o ingegnosi stratagemmi, vi sia uno stato di coscienza modificata che, nel caso dei fachiri indiani e dei danzatori balinesi, consiste probabilmente in una trance più o meno blanda; tale trance, nei piro-camminatori balinesi, ad esempio, viene indotta dall’ossessivo e monotono ritmo della musica suonata durante il Kecak. Nel caso degli yogi, invece, lo stato di coscienza modificata implicato nell’inibizione del dolore assume i connotati della meditazione trascendentale, mentre nei mistici occidentali la sensibilità al dolore viene soppressa quando essi si trovano in uno stato contemplativo che la neuropsichiatria definisce "transestatica mistica" e la cui induzione sembra essere indipendente dalla volontà.
Sembrerebbe, quindi, che l’instaurazione di uno stato di coscienza modificata svolga un ruolo fondamentale nell’inibizione del dolore ma in che modo?
Gli spilloni che i fachiri utilizzano per trafiggersi la cute di varie regioni del corpo provocano un tipico dolore nocicettivo acuto che viene percepito dal soggetto quando la stimolazione meccanica che lo induce ha un’intensità eguale o superiore ad un determinato valore "soglia"; in tal caso, lo stimolo dolorifico attiva le terminazioni libere specializzate di peculiari cellule nervose, dette nocicettori (6), presenti nella parte più interna della pelle o cute (7).
La sollecitazione meccanica viene trasdotta dalle terminazioni libere dei nocicettori in impulsi elettrici, i cosiddetti Potenziali d’Azione (8) (P.d.A.), caratterizzati da una frequenza proporzionale all’intensità dello stimolo; quindi, maggiore è l’intensità di quest’ultimo, più elevata sarà la frequenza del P.d.A. evocato e più forte risulterà il dolore avvertito dal soggetto. L’impulso elettrico viene successivamente trasmesso dalle terminazioni libere al corpo del nocicettore e da questo al suo assone (9); quando il P.d.A. giunge all’estremità distale di quest’ultimo, detta "bottone presinaptico", vengono rilasciate, nello spazio sinaptico (10), delle molecole, dette neurotrasmettitori (11) o neuromediatori, che, nel caso specifico, sono la sostanza P ed amminoacidi eccitatori. Queste molecole, dopo essersi diffuse nella fessura sinaptica ed essere giunte sulla superficie di cellule nervose localizzate nel midollo spinale (12), interagiscono specificamente, mediante associazione fisica, con dei recettori molecolari accolti nello spessore della membrana plasmatica (13) di tali cellule. I recettori specifici per la sostanza P sono detti NK1 mentre quelli per gli amminoacidi eccitatori sono noti come AMPA. Il legame specifico tra i due neurotrasmettitori ed i rispettivi recettori di membrana induce l’insorgenza di impulsi elettrici che vengono inviati ai centri nervosi superiori, a livello dei quali viene generata la sensazione di dolore.
La sensibilità o meglio, il grado di eccitabilità delle cellule spinali, tuttavia, è finemente modulato, per cui la loro attivazione e la conseguente generazione e conduzione degli impulsi elettrici dipendono dallo stato di eccitabilità in cui esse si trovano e dall’intensità e durata dello stimolo meccanico periferico. In condizioni fisiologiche, le cellule spinali trasmettono al cervello solo gli stimoli di intensità superiore ad una determinata soglia; tale meccanismo filtrante di modulazione è costituito da una via nervosa che, mediante l’incremento della soglia di eccitabilità di queste cellule, le mantiene parzialmente inibite. L’azione di questa via nervosa si esplica con il rilascio di alcuni neuromediatori, quali la noradrenalina (14), la serotonina (15), il GABA (16) (acido gamma-amminobutirrico), i cannabinoidi endogeni e soprattutto, le endorfine (17), che inibiscono le cellule neuronali sulle quali vanno specificamente a legarsi i farmaci oppioidi.
La funzione delle endorfine e degli altri neurotrasmettitori inibitori, quindi, è quella di garantire, mediante la parziale inibizione delle cellule nervose localizzate a livello del midollo spinale, una selettività nella trasmissione degli stimoli dolorifici periferici ai centri nervosi superiori. Il grado di attivazione della via inibitoria e quello consequenziale di inibizione delle cellule spinali, tuttavia, variano da soggetto a soggetto e nell’ambito dello stesso individuo, potendo, difatti, dipendere dalle condizioni psico-fisiche, dallo stato mentale e dall’umore.
È stato fatto notare come alla base dell’inibizione del dolore nei fachiri, negli yogi, nei bonzi (18) in stato meditativo e nei mistici occidentali in estasi, vi sia sempre uno stato di coscienza modificata ed è stato mostrato, inoltre, come vi sia anche un fine meccanismo fisiologico di regolazione della percezione del dolore che si esplica con l’attivazione di una via nervosa inibitoria che, a sua volta, incrementa la soglia di eccitabilità delle cellule spinali, cellule che, in questo modo, lasciano passare solo gli stimoli dolorifici di adeguata intensità, bloccando, invece, tutti quelli che hanno un’intensità inferiore ad un determinato valore "soglia".
Alla luce di tali considerazioni, è lecito ipotizzare che il grado di attivazione della via nervosa inibente le cellule spinali sia modulato dall’instaurazione di uno stato di coscienza modificata a vari livelli. È possibile che tale meccanismo psiconeurofisiologico sia simile a quello implicato nell’azione analgesica dell’agopuntura, praticata da millenni nell’ambito della medicina tradizionale cinese e negli ultimi anni, presa in considerazione anche da quella occidentale.
Alcuni recenti studi condotti sull’azione analgesica dell’agopuntura, difatti, suggeriscono la possibilità che la sollecitazione meccanica a cui varie regioni del corpo vengono sottoposte, mediante l’impiego di sottilissimi ed acuminati aghi, regioni a livello delle quali la medicina tradizionale cinese ritiene siano localizzati canali e punti energetici in cui scorre il fluido energetico vitale, il prâna, in realtà stimoli specifiche aree della corteccia cerebrale a produrre maggiori quantità di sostanze antiserotoniniche, determinando, in questo modo, un significativo innalzamento della soglia del dolore.
Sempre più medici occidentali, difatti, ricorrono all’agopuntura per alleviare il dolore di pazienti affetti da disturbi non gravi e di varia natura. Le molecole principalmente implicate nell’inibizione delle cellule spinali e di conseguenza, nell’innalzamento della soglia del dolore, quindi, sono le endorfine; un’estensione dell’ipotesi di lavoro preliminare, a questo punto, potrebbe includere un’attenta valutazione della possibilità che l’instaurazione di uno stato di coscienza modificata determini un massiccio rilascio di endorfine, che, a loro volta, potrebbero svolgere una temporanea azione analgesica, innalzando la soglia del dolore mediante l’inibizione delle cellule spinali o altri meccanismi analoghi.
Le endorfine, probabilmente, svolgono un ruolo fondamentale anche nel primo stadio delle N.D.E. (Near Death Experiences: letteralmente, esperienze vicine alla morte) o come vengono definite in Italia, EPM (esperienze di pre-morte), ossia di esperienze molto particolari e non del tutto spiegate dalla medicina, che un numero non trascurabile di pazienti vive quando si trova in uno stato comatoso più o meno profondo. Tali esperienze sono ancora erroneamente considerate, da alcuni parapsicologi, soprattutto da quelli di formazione spiritistica, la prova irrefutabile dell’esistenza della vita oltre la morte, di un diverso e superiore piano di esistenza, cioè, a cui gli esseri umani assurgerebbero nel momento della loro dipartita. Nell’ottica di questa falsa convinzione, dunque, i pochi fortunati che hanno vissuto una N.D.E. avrebbero effettuato una rapida incursione nel mondo dell’aldilà, per poi tornare di nuovo alla vita terrena.
Nel 1980 Kenneth Ring, un medico statunitense dell’Università del Connecticut, individuò cinque distinte fasi nelle N.D.E.: una sensazione di pace e tranquillità, l’apparente separazione del soggetto dal proprio corpo fisico, l’ingresso nell’oscurità o più precisamente, in un tunnel buio, la visione di un’intensa luce in fondo a quest’ultimo e l’ingresso in tale luce. Le ultime quattro fasi esulano dall’oggetto di questa trattazione, per cui non verranno prese in considerazione mentre vale la pena, a mio parere, focalizzare l’attenzione sulla prima fase, in quanto può rivelarsi utile ai fini di un chiarimento del ruolo svolto dalle endorfine; tale stadio, difatti, è caratterizzato da una ovattata sensazione di pace, benessere e tranquillità e sempre più ricercatori ritengono che questa sensazione possa essere dovuta proprio ad un massivo rilascio di endorfine.
È ipotizzabile che nell’ambito dello stato comatoso, talune volte, si instauri una sorta di temporaneo stato di coscienza modificata, anzi, per la precisione, alterata, in quanto, nel caso specifico, sussiste una condizione patologica che lo determina, presumibilmente la stessa condizione che è anche responsabile dello stato comatoso in cui il paziente è caduto. Questo peculiare stato di coscienza alterata potrebbe stimolare la produzione di una massiccia quantità di endorfine, responsabili della sensazione di pace e benessere sperimentata dai pazienti durante la prima fase di una N.D.E..
Sono stati condotti alcuni studi i cui dati sperimentali sembrano confermare l’ipotesi secondo cui l’instaurazione di uno stato di coscienza modificata sia responsabile dell’inibizione del dolore.
Nel 1980, difatti, un team di ricercatori dell’Università di Tubinga, in Germania, si recò alla festa annuale di San Costantino, a Langadàs, nel nord della Grecia, per studiare il fenomeno della pirobazia, ossia la capacità che alcuni soggetti possiedono di camminare a piedi nudi su un tappeto di carboni ardenti senza avvertire dolore e senza riportare lesioni o ustioni alla pianta dei piedi. Mentre gli uomini che avrebbero dovuto camminare sui carboni ardenti si preparavano, cantando ed eseguendo danze rituali, i ricercatori predisposero svariati strumenti ed applicarono sulla testa degli officianti gli elettrodi di un elettroencefalografo. Gli studiosi appurarono che, durante la performance dei piro-camminatori, l’elettroencefalografo aveva registrato l’emissione di onde cerebrali di tipo teta (19). Il cervello umano è in grado di produrre quattro diversi ritmi cerebrali, che corrispondono a e determinano, altrettanti stati mentali. Ogni ritmo cerebrale è caratterizzato da una specifica attività bioelettrica cerebrale che genera correnti elettriche oscillanti di determinata frequenza, le cosiddette onde cerebrali.
La medicina dispone di uno strumento, l’elettroencefalografo, in grado di registrare l’emissione dei deboli impulsi elettrici del cervello mediante una serie di elettrodi posizionati sul cuoio capelluto, elettrodi che, oltre a rilevare le correnti elettriche oscillanti generate dall’attività bioelettrica cerebrale, ne quantificano anche la frequenza; i segnali elettrici, successivamente, vengono amplificati e riportati in un tracciato elettroencefalografico.
Quando un soggetto si trova in uno stato mentale caratterizzato da intensa attività cerebrale, ad esempio mentre lavora, pratica sport o legge, il ritmo cerebrale che determina tale stato è detto "beta" e le onde cerebrali ad esso associate hanno una frequenza compresa tra 30 e 13 Hz (20) mentre in un soggetto che si trova in uno stato mentale rilassato, a riposo quindi, il ritmo cerebrale è detto "alfa" e le onde cerebrali corrispondenti sono caratterizzate da una frequenza compresa tra 12 e 8 Hz.
Lo stato di sonno superficiale, invece, è contraddistinto da un ritmo cerebrale, detto "delta", che si manifesta con la produzione di onde cerebrali di frequenza compresa tra 3 e 1 Hz; nello stato di sonno profondo ed in quelli di coscienza modificata, quali la trance, infine, il cervello genera onde cerebrali di tipo teta, caratterizzate da una frequenza compresa tra 7 e 4 Hz.
Quando l’attività bioelettrica del cervello genera onde cerebrali di tipo beta, si ha lo stato di veglia vigile, nel quale la percezione dello stimolo dolorifico è soggetta a variazioni dipendenti dal grado di attivazione della via nervosa inibitoria presa in considerazione a inizio articolo, grado a sua volta determinato dallo stato mentale in cui, di volta in volta, il soggetto si trova.
I fachiri, gli yogi ed i bonzi, evidentemente, sono in grado di modificare volontariamente la propria attività bioelettrica cerebrale, passando da quella che determina il ritmo beta a quella che produce il ritmo teta; quest’ultimo, a sua volta, potrebbe incrementare il grado di attivazione della via nervosa che inibisce le cellule spinali, alterandone l’eccitabilità ed innalzando, in questo modo, la soglia del dolore.
Il caso dei mistici, ossia di quei soggetti psico-anomali che dichiarano di vedere Gesù, la Madonna e/o i santi e di colloquiare con essi e che dimostrano di essere insensibili al dolore quando vengono punti con degli spilli durante le loro visioni, si diversifica da quello dei fachiri, degli yogi e dei bonzi in quanto il passaggio dall’ordinario stato di veglia vigile a quello di transestatica mistica si verifica, almeno in apparenza, involontariamente e senza alcun controllo da parte del soggetto; anche alla base della transestatica mistica, quindi, potrebbe esservi il ritmo cerebrale teta ed il meccanismo neurofisiologico inibente il dolore potrebbe essere simile a quello ipotizzato per gli altri casi, potrebbe, cioè, essere mediato da un abbondante rilascio di endorfine. Il coinvolgimento di queste molecole, peraltro, giustificherebbe la profonda ed avvolgente sensazione di pace e beatitudine che, a detta dei mistici, accompagna le loro visioni.
Le cause dell’alterazione dell’attività bioelettrica cerebrale nei soggetti psico-anomali che vivono esperienze di transestatica mistica non sono state ancora indagate a fondo dalla neurofisiologia e dalla neuropsichiatria, tuttavia, potrebbero risiedere in un dismetabolismo cerebrale e in un disequilibrio dello psichismo dovuti a qualche sindrome neuropsichiatrica non ancora ben definita.
Ritengo, comunque, che la respirazione e la postura del corpo giochino un ruolo fondamentale nell’alterazione volontaria dello psichismo e dell’attività bioelettrica cerebrale ad opera dei fachiri, degli yogi e dei bonzi. I primi due, difatti, ricorrono frequentemente alle posizioni dello yoga (21), le âsanas (22), per promuovere uno stato di coscienza modificata mentre i terzi si avvalgono, per lo più, delle classiche posizioni del loto e del semiloto; tuttavia, indipendentemente dall’âsana adottata per l’induzione degli stati di coscienza modificata, tutti e tre si affidano al sapiente uso della respirazione, di cui sono dei veri maestri.
Un’adeguata respirazione ed una corretta postura del corpo, quindi, potrebbero essere tra i fattori causali più importanti e più frequentemente implicati, nell’induzione di una modificazione volontaria dell’attività bioelettrica cerebrale dal ritmo beta a quello teta, quantunque, a tutt’oggi, non siano ancora noti i meccanismi fisiologici coinvolti in questo processo né le modalità con cui questi due fattori promuovono tale modificazione.
Le molteplici posizioni codificate dall’antichissima tradizione orientale dello yoga sono state concepite, in tempi immemorabili, da ignoti sapienti, al fine di stimolare determinati organi, parti di organi e ghiandole del corpo umano, tuttavia, esiste anche la possibilità che tali posizioni siano le più idonee per agevolare l’adozione di un’appropriata respirazione e per mantenerla costante nel tempo. In tal caso, la respirazione e le âsanas agirebbero sinergicamente sullo psichismo del soggetto, alterandone la configurazione ordinaria e determinando, in questo modo, una modificazione dell’attività bioelettrica cerebrale tale da promuovere una variazione del ritmo cerebrale da quello di tipo beta a quello di tipo teta.
Gli scarsi studi condotti sui fachiri e sugli yogi inducono ad avanzare l’ipotesi secondo cui il "segreto" della respirazione, come mezzo privilegiato con cui modificare volontariamente il ritmo cerebrale, risieda non solo nella sua ritmicità e costanza nel tempo ma anche e soprattutto, nel fatto che il praticante abbandona la respirazione di tipo toracico, che tutti noi, in condizioni normali, mettiamo in atto quotidianamente, per adottarne una di tipo diaframmatico o ventrale. Quest’ultima potrebbe notevolmente diversificarsi dalla respirazione di tipo toracico per la sua capacità di rifornire il sangue di una maggiore quantità di ossigeno, magari fin quasi alla saturazione.
A riguardo, la tradizione yogica può contare su un gruppo di âsanas opportunamente sviluppate per garantire una ricca irrorazione di sangue al cervello ed ai vari tratti del midollo spinale (23).
Alla luce di tali considerazioni, l’aumentato rifornimento ematico di ossigeno, dovuto alla respirazione diaframmatica e la ricca irrorazione di sangue al cervello, promossa da specifiche âsanas, potrebbero agire sinergicamente, determinando, in questo modo, un maggior afflusso di ossigeno e di glucosio alle cellule nervose.
L’incremento della bio-disponibilità di ossigeno e glucosio potrebbe provocare un cambiamento del metabolismo cellulare e in corrispondenza di determinate aree cerebrali, tale alterazione metabolica potrebbe, a sua volta, attivare meccanismi neurobiochimici, a tutt’oggi ancora in gran parte ignoti, responsabili della modificazione dell’attività bioelettrica cerebrale e della conseguente instaurazione di uno stato di coscienza modificata (24).
È doveroso, tuttavia, fare presente che l’insorgenza di uno stato di coscienza modificata non costituisce il solo fattore che rende possibile l’esecuzione di pratiche estreme quali trafiggersi con degli spilloni o appendersi a degli uncini; non bisogna dimenticare, difatti, che i fachiri e gli yogi vantano una conoscenza piuttosto approfondita dell’anatomia del corpo umano e grazie a tale conoscenza, essi sono in grado di evitare accuratamente gli organi vitali durante le loro esibizioni.
Poiché le parti del corpo nelle quali vengono inseriti gli spilloni sono sempre le stesse ogni volta che i fachiri o gli yogi si cimentano con questa pratica, in corrispondenza di esse si forma un tessuto cicatriziale poco irrorato da vasi sanguigni e ciò rende conto, rispettivamente, della sorprendente facilità con cui la cute viene trapassata da oggetti appuntiti e della quasi assente emorragia.
Alcuni ricercatori ritengono che la scarsa o addirittura nulla, emorragia delle parti del corpo interessate da questo tipo di sollecitazione meccanica possa essere dovuta ad una stimolazione della produzione di noradrenalina, un ormone che induce la vasocostrizione periferica e che quindi determinerebbe una notevole riduzione dell’afflusso di sangue nei distretti corporei trafitti dagli spilloni.
Nel caso in cui, tuttavia, la parte del corpo sollecitata non presenti tessuto cicatriziale, riesce difficile pensare che l’emorragia venga contrastata, fino ad impedirla completamente, solo grazie ad un’aumentata produzione di noradrenalina e che quindi non intervengano sinergicamente altri fattori fisiologici; recentemente, difatti, è stata avanzata l’ipotesi secondo cui all’azione esercitata da questo ormone, che da solo, con ogni probabilità, non sarebbe sufficiente ad evitare totalmente l’emorragia, si affianchi l’attivazione, con modalità del tutto ignote, della via di coagulazione estrinseca del sangue, una complessa cascata di reazioni enzimatiche che esita in una rapida coagulazione ematica.
Infine, nel caso dei fachiri che si trafiggono la cute della schiena con degli uncini, ai quali poi rimangono appesi per lungo tempo, un ruolo molto importante lo svolge anche la fisica, in quanto gli uncini vengono abilmente e meticolosamente distribuiti in modo uniforme sull’intera superficie della schiena, in modo da evitare che la cute, sotto il peso del corpo, si laceri, causando gravi lesioni tissutali.

BIBLIOGRAFIA:
"Nuova Enciclopedia Universale Curcio - delle lettere, delle scienze, delle arti" - Armando Curcio Editore, 1968.
"Dizionario Enciclopedico Multimediale di Medicina e Biologia di 'Le Scienze'"- Anatomia Umana, di autori vari. Edi - ermes, 1992.
"Le Scienze" - Le sfide della medicina - N° 399 - Novembre 2001.
"La scienza degli X-Files" - di Michael White. Rizzoli, 1996.
"I Chakra" - di M. Albanese, G. Cella e F. Zanchi - Xenia Tascabili, 1996.
"Il Tantrismo - Il gioco della dea" - di Marilia Albanese - Xenia Tascabili, 1996.
"Corso di sanscrito" - di Carlo Della Casa - Edizioni CUEM - UNICOPLI Milano, 1998.
"Grammatica sanscrita" - di Saverio Sani - Giardini Editori e Stampatori in Pisa, 1991.
"Paranormale - Dizionario Enciclopedico" - Arnoldo Mondadori Editore, 1992.
"Guide Apa - Indonesia" - di Eric Oey - Zanfi Editori, 1994.

Note:
1. Rajasthan: Stato federato dell’India la cui capitale è Jaipur. Si estende nella parte nord-occidentale del paese, al confine con il Pakistan e si costituì a seguito dell’aggregazione degli antichi stati di Râjputâna, Jaipur, Jodhpur, Udaipur ed altri minori.
2. Bali: delle 13.677 isole tropicali che compongono l’arcipelago indonesiano, questa è una delle più belle e suggestive. È un fazzoletto di terra lungo 120 Km e largo 90 Km in mezzo all’oceano pacifico, con capitale Denpasar.
3. Kecak: secondo una moderna leggenda balinese, questa danza nacque nel villaggio di Batubulan; nel 1928, difatti, l’artista tedesco Walter Spies ed il barone von Messon, direttore del primo lungometraggio sull’isola di Bali, assistettero al Sanghyang Dedari, una danza tradizionale in cui chi vi partecipa balla in stato di trance. Ad un certo punto, uno dei danzatori improvvisò una Baris, ossia una danza di guerra essenzialmente femminile che magnifica la virilità del guerriero balinese vittorioso e questa esibizione fuori programma suggerì a Spies l’idea di elaborare una danza che accompagnasse il coro maschile del Sanghyang Dedari, perciò, assieme a Kathryn Myerson, creò il kecak per il lungometraggio del barone. La danza prevede la partecipazione di alcune danzatrici e di un coro che dovrebbe essere costituito da 100 uomini, i quali si dispongono in cerchi concentrici; i 100 uomini rappresentano l’esercito delle scimmie comandato dal re-dio Hanuman, con cui il mitico guerriero Râmâ, settima avatarâ (incarnazione) del dio Vishnu e simboleggiante, forse, la conquista da parte degli Aria - in sanscrito, i "Nobili" - dell’India meridionale e di Ceylon, si allea per sconfiggere il perfido dio del male e re di Ceylon, Rawana, il quale ha rapito e portato nel suo regno Sîtâ, la consorte di Rama. Le eroiche gesta di quest’ultimo e le circostanze in cui egli riuscì a liberare la sua amata, passando sul cosiddetto "Ponte di Adamo", sono narrate in uno dei più conosciuti poemi epici indiani, il Râmâyana - letteralmente, "Il viaggio di Râmâ" - scritto in sanscrito, costituito da 7 libri e 24000 strofe ed attribuito al poeta indiano Valmiki (secc. III - II a.C.) ma giunto ai nostri giorni in una redazione del II secolo d.C..
4. Yogi: asceta che pratica una o più tecniche yogiche. Lo yogi ("yogin", se è di genere femminile) che abbia raggiunto un elevato livello di spiritualità e di consapevolezza, secondo la tradizione, può acquisire poteri soprannaturali o sviluppare facoltà paranormali, le cosiddette "siddhi" o "mahâsiddhi" (grandi poteri), distinte in otto differenti tipi:

animâ (rimpicciolimento): la capacità di ridurre le dimensioni del proprio corpo fino a quelle degli atomi e di passare attraverso le barriere strutturali quali porte, mura, ecc.<
laghimâ (leggerezza): la capacità di alleggerire il proprio corpo, facendogli assumere un peso inferiore a quello della lana; in parapsicologia tale fenomeno è noto come levitazione.
garima (peso): la capacità di rendere il proprio corpo pesantissimo ed irremovibile.
mahimâ: la capacità di toccare qualsiasi oggetto a qualunque distanza.
prâkâmya (volontà irresistibile)
içitva (predominio sui corpi e sulle menti)
vaçitva (controllo assoluto degli elementi)
kâmâvâsayitva (compimento dei desideri)

5. Ceylon: isola dell’Oceano Indiano, conosciuta anche come Sri Lanka, situata a Sud-Est dell’India, da cui è separata dallo stretto di Palk. La capitale è Colombo.
6. Nocicettore: recettore nervoso aspecifico, detto anche algocettore, algorecettore o recettore dolorifico, in grado di rispondere a stimoli di varia natura e di intensità tale da provocare un danno tissutale. I nocicettori, quindi, sono recettori caratterizzati da un’elevata soglia e la loro stimolazione genera sensazioni di dolore ed attiva riflessi protettivi finalizzati, quale, ad esempio, il riflesso flessorio.
7. La cute è composta da due strati: lo strato esterno, superficiale, costituito dall’epidermide, a sua volta suddivisibile in cinque strati e lo strato interno sottostante, rappresentato dal derma. Nella porzione più profonda della cute è situato l’ipoderma, in cui è presente il tessuto adiposo che forma il cosiddetto pannicolo adiposo sottocutaneo. In questi strati più interni sono localizzati gli annessi cutanei, i dispositivi vascolari e le strutture nervose, tra le quali vi sono anche le terminazioni libere dei nocicettori.
8. Potenziale d’Azione: depolarizzazione ed inversione della differenza di potenziale elettrico esistente tra il versante citoplasmatico e quello extracellulare della membrana plasmatica delle fibre eccitabili. Il potenziale d’azione insorge quando si verifica una rapida e transitoria diminuzione del potenziale di riposo (Vrest) fino ad un valore definito "soglia". Durante il potenziale d’azione, la membrana cellulare delle fibre nervose o muscolari subisce un’inversione della propria polarità, da un valore medio pari a circa - 70 mV (millivolts) a circa + 20 mV. Il potenziale d’azione ha luogo in seguito ad un selettivo e temporaneo incremento della permeabilità della membrana plasmatica nei confronti degli ioni sodio (Na+) e potassio (K+). Tali variazioni di permeabilità si verificano durante la conduzione dell’impulso elettrico lungo le fibre nervose o muscolari e si propagano in modo analogo ad un’onda.
9. Assone: detto anche neurite, nevrasse o cilindrasse. Nella citologia del sistema nervoso, per assone si intende il prolungamento citoplasmatico di un neurone, sovente rivestito da una guaina mielinica e unico per ogni cellula nervosa. Tale prolungamento, dal quale possono staccarsi rami collaterali, in numero e lunghezza variabili, ha origine dal pirenoforo, il corpo del neurone, in corrispondenza di una struttura coniforme detta cono di emergenza. L’impulso nervoso, in un neurite, si trasmette in direzione centrifuga rispetto al pirenoforo. In genere, il nevrasse, in corrispondenza dell’estremità distale, termina con un’espansione di quest’ultima, detta bottone presinaptico, una struttura specializzata che si affaccia sulla fessura sinaptica e costituisce uno dei componenti della sinapsi (giunzione specializzata presente tra cellule nervose o tra cellula nervosa e cellula muscolare, costituita dal bottone presinaptico, lo spazio sinaptico ed il bottone postsinaptico). A livello del bottone presinaptico, il neurone rilascia dei mediatori chimici che migrano attraverso lo spazio sinaptico e vanno ad interagire con dei recettori di membrana specifici presenti sulla porzione dendritica di un altro neurone, ripristinando, a livello del bottone postsinaptico, l’impulso nervoso e garantendo, in questo modo, una continuità alla propagazione di quest’ultimo lungo le fibre eccitabili e quindi alla trasmissione nervosa.
10. Spazio sinaptico: nell’ambito della sinapsi, il ridottissimo spazio, di circa 10 nm, compreso tra il bottone presinaptico e quello postsinaptico e nel quale diffondono i mediatori chimici liberati dalle vescicole presinaptiche, organuli subcellulari intracitoplasmatici membranati e specializzati, questi ultimi, presenti a livello del bottone presinaptico.
11. Neurotrasmettitore: qualsiasi composto chimico rilasciato da una terminazione nervosa in risposta ad un impulso neuroelettrico ed in grado di trasmettere quest’ultimo attraverso la sinapsi.
12. Midollo spinale: porzione allungata del Sistema Nervoso Centrale (S.N.C.) contenuta all’interno dello speco vertebrale, il canale interno della colonna vertebrale. Il midollo spinale costituisce con l’encefalo il S.N.C..
13. Membrana plasmatica: per membrana plasmatica, detta anche membrana cellulare, membrana citoplasmatica o plasmalemma, si intende la complessa struttura cellulare che delimita esternamente il citoplasma (porzione della cellula delimitata dal plasmalemma con l’esclusione del nucleo, dotata di una struttura estremamente complessa e comprendente diversi tipi di organuli sub-cellulari immersi in una fase liquida, viscosa e non strutturata, detta ialoplasma o citosol o matrice citoplasmatica, caratterizzata dalla presenza di un reticolo di microtubuli e micro-filamenti, il citoscheletro, con funzioni di sostegno statico e/o dinamico) e svolge numerosi ruoli di estrema importanza, quali, ad esempio, garantire una permeabilità selettiva nei confronti delle sostanze extracellulari, regolare i rapporti intercellulari e quelli con i substrati, trasferire particelle relativamente voluminose da e per il citoplasma e promuovere l’integrazione con le molecole regolatrici o portatrici di segnali, a livello di specifici recettori. La struttura della membrana plasmatica e di tutti i sistemi di membrana endo e pericitoplasmatici, è descritta piuttosto bene dal modello del mosaico fluido che prevede la presenza di un doppio strato fosfolipidico, detto bilayer. La membrana plasmatica, tuttavia, presenta alcune peculiarità, rappresentate, ad esempio, da un rivestimento glicoproteico del versante esterno, il glicocalice, da alcune proteine intrinseche, probabilmente con funzione di recettori e infine, da proteine estrinseche e di natura contrattile dislocate sul versante citoplasmatico.
14. Noradrenalina: detta anche norepinefrina o arterenolo. Molecola sintetizzata dall’organismo a partire dalla tirosina (un amminoacido essenziale) e dotata di molteplici attività fisiologiche. La noradrenalina è il principale neurotrasmettitore dei nervi adrenergici ed agisce sui vasi sanguigni, sul cuore, sulla muscolatura scheletrica volontaria, sull’occhio, sul rene, sulla trasmissione gangliare, ecc. Gli effetti fisiologicamente più rilevanti di questa sostanza si esplicano a livello dei vasi sanguigni, che subiscono una vasocostrizione che, a sua volta, porta ad un effetto ipertensivo sistemico e a livello del cuore, su cui esercita un’azione inotropa positiva, determinando, in questo modo, un incremento del battito cardiaco. La noradrenalina, congiuntamente all’adrenalina, agisce anche sul metabolismo, stimolando la glicolisi, la lipolisi e la liberazione in circolo di potassio da parte del fegato.
15. Serotonina: detta anche 5-idrossitriptamina (5-HT), è un’amina biogena derivata dalla decarbossilazione del 5-idrossitriptofano e sintetizzata dalle cellule enterocromaffini della mucosa intestinale, oltre ad essere presente anche nel sistema nervoso, nella muscolatura liscia e nelle piastrine. Alcuni ricercatori annoverano la serotonina tra gli ormoni tissutali. È un potente vasocostrittore locale ed un efficace ipotensivo generale, inoltre svolge un ruolo importante nella emostasi, stimolando la riparazione dei vasi lesi.
16. GABA: amminoacido non proteogenetico derivato dalla decarbossilazione in posizione alfa dell’acido glutammico ad opera della glutammico decarbossilasi. Nel tessuto nervoso subisce una transaminazione con l’acido-chetoglutarico, dando origine alla semialdeide succinica o acido 4-oxobutirrico e per ossidazione, all’acido succinico, successivamente metabolizzato attraverso il ciclo degli acidi tricarbossilici. Negli Artropodi e nei Vertebrati è stata dimostrata la sua funzione quale neurotrasmettitore di tipo inibitorio. È presente nel tessuto cerebrale dei Mammiferi, ove svolge un’azione inibitrice sulle vie riflesse, agendo come mediatore chimico a livello sinaptico.
17. Endorfine: semplici molecole facenti parte di un gruppo di neuropeptidi oppioidi recentemente isolati dall’ipofisi o ghiandola pituitaria, in grado di legarsi ai recettori specifici per la morfina, mimando, in questo modo, l’azione analgesica e gli effetti determinati da quest’ultima (azione morfino-simile).
18. Bonzo: termine specifico con cui in Estremo Oriente, in genere, è denominato il monaco buddista.
19. È doveroso precisare, tuttavia, che l’instaurazione di uno stato di coscienza modificata, responsabile dell’attivazione di meccanismi neurofisiologici inibenti il dolore, non è il solo fattore ad essere implicato nella pirobazia ed a rendere possibile una sua esecuzione pratica; vi sono, difatti, numerosi altri fattori che svolgono un ruolo altrettanto importante e che consentono ai piro-camminatori di attraversare indenni un tappeto di carboni ardenti. Innanzitutto, in Estremo Oriente, molti di coloro che si cimentano con questa pratica estrema non indossano o indossano raramente, calzature, per cui, con il trascorrere degli anni, la pianta dei loro piedi viene interessata da un processo di ispessimento dell’epidermide che porta alla formazione di uno strato cutaneo termoisolante protettivo. Inoltre, non bisogna trascurare l’importante contributo apportato dal cosiddetto Effetto Leidenfrost, consistente nella formazione, sempre a livello della pianta dei piedi, di un sottile "cuscinetto" di vapore acqueo termoisolante, "cuscinetto" creatosi a seguito dell’evaporazione del sudore che l’ansia e la tensione, dovute alla performance, contribuiscono a far secernere in grande quantità, anche in virtù del fatto che in questa parte del corpo le ghiandole sudoripare sono abbondantemente presenti. Vi sono altri fattori, di ordine squisitamente fisico, che dovrebbero essere presi in attenta considerazione, se si vuole fare chiarezza, una volta per tutte, sul fenomeno della pirobazia, fattori, quindi, non meno importanti di quelli fisiologici; fa riflettere, ad esempio, il fatto che quando si misura la lunghezza di un tappeto standard di carboni ardenti, si scopre che questa risulta essere sempre inferiore ai 10 metri, una lunghezza tale, cioè, da mantenere il livello di dolore, causato dal calore emesso dai carboni ardenti, entro limiti ancora abbastanza accettabili da un essere umano ma al contempo, tale da conservare quella spettacolarità visiva che, qualora il tappeto fosse più corto, non potrebbe, forse, essere più garantita. Un astuto accorgimento che i piro-camminatori adottano consiste nell’attraversare il tappeto camminando piuttosto velocemente, se non, addirittura, correndo, in questo modo, difatti, il tempo in cui ciascun piede rimane a contatto con lo strato dei tizzoni ha una durata tale da limitare considerevolmente il dolore e la gravità di eventuali lesioni cutanee da ustione. Ritengo che, prima di chiudere questa breve parentesi esplicativa sui fattori di ordine fisico e fisiologico implicati nella pratica della pirobazia, debba essere espressa un’ultima considerazione sul materiale - i carboni ardenti - con cui vengono allestiti i tappeti attraversati dai piro-camminatori. Il primo aspetto da prendere in esame consiste nel fatto che ogni tizzone è in realtà costituito da due parti distinte: un nucleo interno incandescente alla temperatura di 400-500 °C ed una crosta superficiale a contatto dell’aria notevolmente più fredda. I piedi dei piro-camminatori, perciò, stando a contatto con lo strato superficiale e non con il nucleo incandescente, dei tizzoni, non riportano gravi ustioni. L’altro aspetto di fondamentale importanza che emerge dall’analisi delle proprietà termiche dei carboni ardenti consiste nella loro conducibilità termica, ossia nella capacità di trasmettere il calore ad un corpo più freddo. Ora, i tizzoni sono prevalentemente costituiti da carbonio, elemento, quest’ultimo, caratterizzato da una struttura atomica molto regolare ed una conducibilità termica piuttosto bassa, per cui la quantità di energia termica trasmessa ai piedi, nonostante la temperatura interna dei carboni si aggiri intorno ai 500 °C, è sorprendentemente bassa. Infine, vi sono vari trucchi a cui alcuni fachiri e piro-camminatori, sovente, ricorrono per agevolare la passeggiata sui carboni ardenti, quali il bagnarsi con acqua la pianta dei piedi poco prima dell’esibizione o il cospargersi con degli appositi unguenti termoisolanti.
20. Hz: abbreviazione di Hertz, l’unità di misura della frequenza, pari ad 1 ciclo al secondo.
21. Yoga: termine sanscrito derivato dalla radice "yuj", che significa legare assieme, mettere sotto il giogo, congiungere. La tradizione orientale considera questa pratica psico-fisica uno dei sei sistemi filosofici ortodossi dell’antica India ed il suo obbiettivo finale consiste nel conseguimento della liberazione dal samsâra, il ciclo delle morti e delle rinascite. Secondo il grammatico indiano Patanjali, oltre allo yoga classico, vi è anche uno yoga popolare, detto "barocco", un altro ascetico, un altro ancora erotico, ecc. Per la Bhagavad-Gita, lo yoga costituisce un mezzo attraverso il quale consentire all’âtman, l’anima individuale, di fondersi con il "brahman", l’anima universale divina mentre per alcune sette consiste in un complesso sistema di pratiche magiche basato sul controllo della volontà e sull’autodisciplina. Uno dei primi obbiettivi che queste tecniche si prefiggono di conseguire è quello di distaccarsi da tutto ciò che è materiale; in seguito, le scuole di Bhakti-Yoga, lo yoga devozionale o mistico, consentiranno all’adepto di operare l’unificazione dell’"atman" con il "brahman". Il principale testo di yoga è lo Yoga-sutra o Aforismi sullo Yoga, del II - V secolo d.C. ed attribuito a Patanjali, il quale vi riportò, integrandole e classificandole, alcune pratiche ascetiche indiane preesistenti, la cui origine si perde nella notte dei tempi. L’opera si compone di quattro capitoli che trattano rispettivamente la concentrazione estatica (samâdhi), i mezzi per ottenerla (sâdhâna), le incredibili capacità che ne conseguono (vibh ti) ed il distacco dell’anima dalla materia ("kaivalya"). Nello Yoga-sutra, lo yoga è visto come la via da percorrere per acquisire la capacità di squarciare il velo illusorio della realtà, velo che avvolge tre tipi di esperienza sensoriale; il primo tipo annovera le illusioni derivanti dalle esperienze oniriche, dagli stati allucinatori e confusionali e dai disturbi dispercettivi, il secondo comprende le sensazioni e le percezioni ordinarie mentre il terzo è rappresentato dalle esperienze di natura paranormale, vissute occasionalmente ed involontariamente o grazie alle capacità individuali sviluppate con lo yoga stesso. Ora, la filosofia dello yoga considera fittizi i primi due tipi di esperienza sensoriale, in quanto frutto di illusioni create dalle molteplici manifestazioni della Realtà Ultima, unica ed indivisibile e dalla limitata percezione umana mentre il terzo tipo, quello delle esperienze paranormali, avvicinandosi di più a tale Realtà, gode di maggior credito, anche perché le esperienze paranormali precedono l’estasi, la samadhi, obbiettivo ultimo dello yoga e tappa fondamentale per raggiungere l’illuminazione. Per ottenere tutto ciò, lo yoga propone alcune pratiche psico-fisiche e spirituali, dette "anga", che, nello Yoga-sutra, sono 8:

le astensioni (yama): il completo controllo di se stessi, del proprio corpo e della propria mente.
le discipline (niyama): l’adempimento dei doveri religiosi che porta alla purezza spirituale.
le posizioni (âsana): l’assunzione di determinate posizioni atte ad influenzare le attività fisiologiche.
la respirazione (prânâyama): il controllo assoluto della respirazione che deve essere ritmica.
il dominio dei sensi (pratyâhâra).
la concentrazione (dhârana): stato mentale di assoluta attenzione finalizzata ed orientata su un’attività che allontana dalla mente le emozioni ed i desideri che normalmente la offuscano.
la meditazione (dhyâna): forma di concentrazione assoluta sulle verità più alte e probabilmente, considerabile, da un punto di vista neurofisiologico, uno stato di coscienza modificata.
la contemplazione o concentrazione suprema (samadhi): stato di coscienza modificata di livello ancora più elevato rispetto a quello della meditazione trascendentale e grazie al quale è possibile conseguire l’illuminazione e raggiungere, in questo modo, un superiore livello di consapevolezza della Realtà Ultima.

Vi sono quattro principali tipi di yoga: il "mantra-yoga", lo "hata-yoga", il "laya-yoga" ed il "raja-yoga".
Nel primo tipo, il fine ultimo dello yoga viene raggiunto grazie alla vocalizzazione di determinate parole ed alla recitazione di svariate formule mistiche, dette mantra mentre lo hata-yoga, il più diffuso e praticato in Occidente, attribuisce, invece, molta importanza al controllo ed alla stabilizzazione della respirazione e qualora venga eseguito correttamente e con costanza, determina effetti benefici sulle condizioni di salute del praticante. Il terzo tipo di yoga è stato specificamente concepito per "risvegliare" la kundalini, l’energia primigenia femminile che, in condizioni normali, è quiescente e localizzata, nella forma di un serpente arrotolato e sopito, a livello del "muladharachakra" (il chakra del "sostegno della base"), posto alla base dei genitali. Il raja-yoga, infine, porta al completo controllo dello spirito sulla mente e per questo è conosciuto anche come "la via regale". Gli ultimi tre tipi di yoga fanno parte del cosiddetto "Yoga Tantrico", in quanto si basano su tecniche fisiologiche.
22. Âsana: in sanscrito, postura, ossia la posizione del corpo assunta dal praticante di yoga. Le principali âsanas, quelle, cioè, contemplate dall’Hatha-yoga, sono 84 e sono state concepite per agire sulle ghiandole endocrine e sui canali o meridiani energetici, le cosiddette "nadi" (in numero di 72.000, secondo la tradizione ma è sicuramente una cifra simbolica indicante la grande quantità di canali di cui il corpo umano sarebbe costituito), in cui, secondo il sistema filosofico estremo-orientale, scorre l’energia vitale, il prâna (in Cina è detto "chi", in Giappone, "ki"). La corretta e costante esecuzione delle âsanas mantiene il corpo in buone condizioni di salute, trasmette sicurezza e determinazione e sviluppa l’agilità e la resistenza.
Le âsanas del Raja-yoga hanno, ad esempio, lo scopo di eliminare disturbi ed affezioni che affliggono il corpo fisico, creando, al contempo, uno stabile e resistente equilibrio psico-fisico. Alcune di queste posture hanno nomi di piante, quali, ad esempio, il loto (padma) mentre altre di pesci, di anfibi, rettili, uccelli e mammiferi; altre ancora si rifanno ad eroi mitici e leggendari, famosi saggi, potenti divinità del pantheon mitologico-religioso induista post-vedico, ecc.
23. Alcune di queste posture sono: la posizione della candela (sarvangâsana), quella dell’aratro (halâsana), lo stiramento della schiena dalla nuca ai calcagni (pascimottânâsana), la posizione dell’arco (dhanurâsana), la semitorsione della colonna vertebrale (matsyendrâsana), ecc.
24. Le due âsanas che meglio di tutte le altre favoriscono la meditazione trascendentale e quindi, la produzione di onde cerebrali teta sono quella del saggio (siddhâsana) e quella classica del loto (padmâsana).


|
vai alla visualizzazione normale
invia questa notizia ad un amico

imposta Edicolaweb come Home aggiungi Edicolaweb a Preferiti

|
|
|