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Tutti gli articoli di ARCHEOMISTERI UN VIAGGIO IN ARMENIA ALLA RICERCA
DELLA LANCIA DI LONGINO E DELL’ARCA DI NOÈ

di P. C.

Sulle tracce della Tradizione Biblica. Nella patria del primo cristianesimo una sorprendente messe di suggestive leggende e non solo.
 


Quando decisi di recarmi in Armenia (1), nell’Agosto-Settembre 2002, non avrei mai pensato di trovarvi così tanti misteri né avrei mai immaginato che alcuni di essi fossero così interessanti da indurmi a scrivere un articolo per questa rivista ma evidentemente, mi sbagliavo!
Si ha quasi l’impressione che in Armenia il tempo si sia fermato ai primi secoli del cristianesimo e presto ci si rende conto che questo è il paese delle leggende e delle tradizioni popolari, in cui ogni complesso monastico, ogni montagna ed ogni angolo di strada può nascondere un mistero senza tempo.
In armeno, una complessa lingua indoeuropea, nel cui lessico è possibile ravvisare forti influenze di iraniano e persiano, oltre a numerosi francesismi, il termine "Armenia" significa letteralmente "paese degli uomini di Dio". Questa piccola ex repubblica sovietica, che in origine era conosciuta con il nome di Nairì (2), è stata il primo paese al mondo a convertirsi al cristianesimo. L’artefice di tale conversione fu re Tiridate III che, dopo essere stato persuaso da San Gregorio l’Illuminatore (Vagharsapat 257 - Sebuh 332), detto anche "il Miniaturista", ad abbandonare il paganesimo per abbracciare la religione cristiana, obbligò il suo popolo a fare altrettanto e nel 301 d.C., pochi decenni prima che anche Roma diventasse cristiana, questa nuova, rivoluzionaria confessione venne adottata dall’Armenia come religione di stato.
Nel mio secondo giorno di permanenza in Armenia, mi recai in visita al complesso monastico di Geghard, situato in un profondo canyon distante 34 Km da Yerevan. Una volta entrati nel complesso, risalente al XII secolo, la competente guida locale, la Dott.ssa Araxia, ci spiegò che in quel monastero i religiosi avevano custodito una delle reliquie più sacre della cristianità: la punta della lancia che la tradizione religiosa ritiene sia appartenuta al centurione Longino e con cui costui avrebbe trafitto il costato di Gesù crocefisso.
Fui alquanto sorpreso e meravigliato di apprendere una simile notizia in un paese in cui non avrei mai creduto di poter trovare tracce del passaggio di una reliquia di cui mi ero già occupato (vedi "La Lancia di Longino"). Nonostante mi fossi documentato a lungo sulla leggenda della Lancia di Longino e nel mio articolo avessi proposto alcune sue possibili ubicazioni, dovetti ammettere, piuttosto a malincuore, di avere ignorato, fino a quel momento, un’importante variante della leggenda e per uno studioso che come me ha dedicato oltre venti anni della propria vita a studiare i sette manufatti esoterico-religiosi del mondo antico (3), a tentare di comprendere dove finisse la storia ed iniziasse la leggenda e a stabilire quanto di vero e quanto di falso vi fosse in ciò che la tradizione ha tramandato, l’essere vissuti nella convinzione che non vi fossero altre varianti della leggenda di questa preziosa reliquia è piuttosto irritante.
Il monastero di Geghard prende il nome proprio dalla lancia con cui il centurione romano Longino inflisse a Gesù, poco dopo la sua morte, la profonda ferita al costato.
Al fine di ottenere maggiori informazioni, decisi di rivolgermi direttamente ai monaci che ancora oggi vivono nel complesso; essi mi riferirono che le circostanze in cui questa reliquia giunse al monastero non sono mai state molto chiare e che è assai arduo reperire informazioni storicamente attendibili sul manufatto prima del suo arrivo a Geghard.
La leggenda narra che il complesso, che gli arabi dettero alle fiamme nel 923 d.C., sia stato edificato nel IV secolo; la più antica chiesa nella roccia attualmente esistente in Armenia, la Chiesa di San Gregorio, è situata all’interno di questo monastero e risale al VII secolo. Il complesso monastico di Geghard è considerato uno dei più suggestivi ed importanti dell’Armenia, non solo perché un tempo custodì una delle reliquie più sacre della cristianità ma anche perché è uno dei monasteri più antichi del paese. Si dice anche che tra le sue mura avvengano dei prodigi; nella principale chiesa del monastero, detta Astvatsatsin, che significa Vergine Maria, per la precisione in una cappella situata al suo interno, è possibile ammirare una bacinella colma di acqua di sorgente, acqua che la tradizione religiosa ritiene abbia proprietà miracolose, in quanto, se spruzzata sulla pelle, sarebbe in grado di mantenerla giovane.
È difficile credere che la presenza di questa miracolosa sorgente non sia correlata al fatto che un tempo questo monastero ospitò la presunta Lancia di Longino; tra i poteri che questa reliquia avrebbe, difatti, vi sarebbe anche quello di preservare dalla vecchiaia.
In realtà, l’eterna giovinezza sarebbe dispensata non tanto dalla Lancia di Longino quanto piuttosto dal sangue benedetto con cui questa sarebbe entrata in contatto nel momento in cui Longino trafisse il costato del Redentore e questa stessa proprietà la si ritrova anche nell’acqua che sgorga dalla sorgente situata nel monastero di Geghard.
In seguito appresi che la punta della presunta Lancia di Longino, considerata dagli armeni una delle due reliquie più sacre in loro possesso, di fattura assai differente da quella della ben più nota Heilige Lance, la Lancia Sacra (attualmente custodita all’interno di una teca di cristallo nella Stanza del Tesoro degli Asburgo, nel Palazzo Hoffburg, a Vienna), venne trasferita, per maggiore sicurezza, nella Stanza del Tesoro Nazionale della Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore a Echmiadzin, il corrispettivo armeno del Vaticano, a pochi chilometri da Yerevan.
Echmiadzin, che significa letteralmente "discesa del figlio unico", è stata la capitale dell’Armenia dal 180 d.C. al 340 d.C. ed è la sede dei supremi "katholikos" della fede apostolica ortodossa armena.
Il cristianesimo armeno presenta alcuni interessanti elementi religiosi pagani, tra i quali si distinguono rituali che prevedono il sacrificio di animali, la cui carne, al termine della cerimonia, viene distribuita alle famiglie povere.
La contaminazione pagana del cristianesimo armeno è probabilmente riconducibile al fatto che il popolo non sottostò mai completamente all’obbligo imposto da Tiridate III di convertirsi a questa religione, perciò, nonostante il nuovo culto fosse stato ormai adottato come religione di stato, molti antichi rituali pagani vennero mantenuti. Con il tempo tali rituali si integrarono con i cerimoniali e le liturgie proprie del cristianesimo, in modo simile a quanto accadde con le chiese armene, le quali vennero edificate sulle fondamenta di templi pagani in cui si venerava il culto del dio sole.
Qualche giorno dopo mi recai a Echmiadzin, che gli armeni considerano il luogo più sacro del paese e una volta entrato nel complesso di chiese di questo centro spirituale, decisi che il primo edificio sacro che avrei visitato sarebbe stata la cattedrale che San Gregorio fece costruire nel 303 d.C. nel punto preciso in cui Gesù, apparsogli in sogno, gli chiese di edificare una chiesa. Sempre secondo questa leggenda, Gesù, al termine del sogno, conferì a San Gregorio il titolo onorifico di Miniaturista.
Una volta all’interno della cattedrale, che la tradizione religiosa narra sia stata costruita con le rocce provenienti dall’Ararat e che, come molte altre chiese armene, sorge sulle rovine di un tempio pagano, entrai nella Stanza del Tesoro Nazionale, il cui accesso è costituito da una porta situata a destra dell’Altare Alto.
Tra pezzi anatomici che un tempo furono parte del corpo di santi e che ora sono preziose reliquie, oggetti rituali in argento ed oro, paramenti liturgici finemente ricamati con fili d’oro, splendidi e preziosissimi manoscritti miniati dei primi secoli del cristianesimo, pastorali, croci e calici d’argento massiccio, vi era anche la punta metallica, presumibilmente di ferro, della presunta Lancia di Longino, che un tempo era custodita nel complesso monastico di Geghard e che ora è conservata in un astuccio d’argento esposto in una teca di vetro.
Nutro forti dubbi sul fatto che questo cimelio sia veramente la punta della Lancia di Longino, in quanto l’elaborata fattura che la caratterizza ricorda più quella di una lancia araba che quella più austera ed essenziale di una lancia romana, tuttavia, una delle reliquie più sacre dell’Armenia era là, davanti a me, a poche decine di centimetri ed il primo pensiero che mi attraversò la mente fu che i lettori avessero il diritto di essere informati sull’esistenza di una "Lancia di Longino" in terra armena.
A questo punto, non restava altro che scattare qualche fotografia con cui avrei realizzato l’iconografia dell’articolo che pregustavo già di scrivere al mio ritorno dal viaggio ma purtroppo, dovetti desistere dall’intento, in quanto, dappertutto, nella Stanza del Tesoro Nazionale, erano affissi cartelli molto espliciti che vietavano tassativamente di fotografare qualsiasi manufatto e come se non bastasse, i turisti erano costantemente sorvegliati a vista da severi sacerdoti pronti a redarguire ed eventualmente anche a sanzionare, chiunque avesse trasgredito il divieto. Gli armeni sono molto gelosi dei propri tesori e nonostante siano un popolo cordiale ed ospitale, soprattutto nelle campagne, è molto difficile strappare l’autorizzazione a fotografare i loro più preziosi manufatti.
Abbandonato, quindi, il proposito di fotografare la punta della presunta Lancia di Longino per le troppe difficoltà ed i troppi rischi che ciò avrebbe comportato, spostai l’attenzione su altri cimeli, quando, ad un certo punto, scorsi quella che riconobbi subito essere la reliquia più sacra del popolo armeno: una lamina d’oro cruciforme adornata con pietre preziose e semi-preziose ed incastonata in un frammento rettangolare di legno grigiastro apparentemente pietrificato, ritenuto provenire dall’Arca di Noè (4).
Secondo una suggestiva leggenda, riportata da Charles Sellier e David Balsiger nel loro interessante libro, dal titolo "L’incredibile scoperta dell’Arca di Noè", nel 678 d.C. San Giacobbe (5), dopo avere supplicato più volte Dio di fargli vedere l’Arca, si addormentò sul Monte Ararat; al suo risveglio, scorse, accanto a lui, un frammento di legno che proveniva dall’Arca di Noè. Persuadendosi che quel pezzo di legno fosse un dono di Dio, ne ricavò una croce che portò alla cattedrale di Echmiadzin.
Nel libro di Sellier e Balsiger si legge che il Prof. J.J. Friedrich W. Parrot, docente di fisica all’università di Dorpat, in Russia, nel 1892 si recò in visita alla cattedrale di Echmiadzin, dove fu il primo occidentale a vedere la croce realizzata con il frammento di legno che la tradizione vuole provenire dall’Arca di Noè.
Il Prof. Parrot visitò anche il monastero di San Giacobbe, nel villaggio di Ahora, sulle pendici dell’Ararat, dove erano custoditi antichi resti dell’Arca e preziosi manoscritti dei primi secoli del cristianesimo. Parrot, inoltre, scalò con successo il Grande Ararat, sulla cui parete nord-occidentale è situato un ghiacciaio che prese il nome dell’esploratore russo: il Ghiacciaio Parrot.
Nel 1932 un altro occidentale, un viaggiatore americano di nome Carveth Wells, ebbe l’opportunità di vedere la reliquia ed approfittando dell’irripetibile occasione occorsagli, scattò una fotografia che ritraeva l’arcivescovo Mesrob, l’allora reggente della cattedrale di Echmiadzin mentre teneva in mano il massiccio astuccio d’argento decorato contenente la croce di legno.
Nel 1989 la cattedrale di Echmiadzin fu visitata anche da Bill Crouse, redattore texano dell’Ararat Report, una rivista che pubblica i risultati delle ricerche sull’Arca. Crouse riferì che la reliquia venne portata in Armenia da San Giacobbe nel 318 d.C. e nel 678 d.C. venne trasferita nella cattedrale di Echmiadzin, dove, dal 1689, viene gelosamente custodita all’interno di una cassa d’argento.
Il redattore dell’Ararat Report fu il secondo occidentale del ventesimo secolo a cui fu concessa l’autorizzazione a vedere, esaminare da vicino e fotografare la reliquia. Gli parve che fosse di legno pietrificato e la descrisse di colore marrone, con riflessi grigiastri ed alcuni segni scuri. Crouse stimò che fosse lunga 20 centimetri e larga 12 e notò che uno degli angoli si era rotto; i monaci gli dissero che nel diciottesimo secolo un piccolo frammento, in corrispondenza dell’angolo inferiore sinistro, venne staccato per offrirlo in dono a Caterina di Russia.
Nonostante avessi già rinunciato all’idea di fotografare la punta della presunta Lancia di Longino, dopo aver scorto quel frammento di legno, decisi di fare comunque un tentativo per immortalare entrambe le reliquie, pur essendo consapevole del fatto che il divieto imposto dai prelati di Echmiadzin era tassativo e stando a quanto altri viaggiatori mi avevano riferito prima di partire per questo viaggio, pressoché impossibile da aggirare.
Certo, avrei potuto approfittare di un attimo di distrazione dei guardiani per scattare furtivamente qualche fotografia; non nascondo che per un attimo l’idea mi stuzzicò ma ho un codice comportamentale che mi impedisce di violare le regole, anche se sono state stabilite da altri paesi, senza contare che vi era anche un valido motivo di ordine pratico che mi spinse a non fotografare le due reliquie senza autorizzazione. Al fine di ottenere delle immagini di qualità soddisfacente, difatti, avrei dovuto utilizzare il flash, in quanto l’ambiente era scarsamente illuminato, tuttavia, in tal caso, il bagliore avrebbe rischiarato la stanza, attirando l’attenzione dei guardiani che avrebbero sicuramente preteso che consegnassi loro la pellicola; senza contare che sarei potuto andare incontro al pagamento di una multa sicuramente molto salata e/o a sanzioni penali.
L’unica strada da percorrere per ottenere onestamente ciò che volevo era quella della legalità, per questo decisi di giocare la carta della persuasione e mi rivolsi alla nostra guida, spiegandole che in Italia scrivevo per una rivista che si occupa di misteri del passato e che i lettori avrebbero apprezzato non poco un articolo sulle due reliquie più sacre dell’Armenia; inoltre, le feci capire che, scrivendo questo articolo, avrei fatto conoscere a migliaia di italiani le bellezze artistiche del suo paese. Contro ogni previsione, la guida accolse la mia richiesta ed anche se era scettica sul fatto che sarei riuscito a strappare l’autorizzazione a fotografare i due manufatti, si rivolse ai guardiani della Sala del Tesoro, i quali, però, le risposero che non rientrava nelle loro competenze rilasciare questo tipo di autorizzazione e che avrebbe dovuto rivolgersi al loro superiore. Dopo essersi fatta spiegare come e dove contattare quest’ultimo, la Dott.ssa Araxia mi disse di aspettare di fronte alla cattedrale fino a che non fosse tornata, dopodiché, si allontanò per andare a parlare con la persona che speravamo potesse risolvere il nostro problema. Dopo 15-20 minuti la guida tornò, dicendomi che neanche il prete con cui aveva fino a quel momento conferito aveva la facoltà di concedere il permesso che avevo richiesto ma mi rassicurò aggiungendo che il religioso ci avrebbe comunque dato una mano. Egli, difatti, avrebbe interpellato una delle più alte cariche di Echmiadzin, uno stretto collaboratore dell’attuale patriarca (il corrispettivo armeno del papa), nonché reggente della Cattedrale di San Gregorio, l’unico, assieme al patriarca stesso, ad avere l’autorità legislativa di concedere il consenso a fotografare le due reliquie.
Dopo altri venti minuti il prete tornò da noi e ci disse di seguirlo; ci fece strada in un dedalo di stradine e viottoli fino ad un edificio un po’ malmesso nel quale entrammo. Una volta all’interno, percorremmo un corridoio fino ad una porta. Il prete bussò, entrò, scambiò poche parole con un uomo dalla folta barba brizzolata e dalla lunga veste bianca e poi ci fece accomodare. Entrammo solo io e la guida, la quale salutò con reverenza il prelato; costui era seduto di fronte ad un PC dell’ultima generazione, in una stanza austera e scarsamente ammobiliata, come si conviene ad un luogo di preghiera ma paradossalmente modernizzata dalla presenza di computer e periferiche. L’alto prelato era un uomo fisicamente imponente, alto e di costituzione robusta, il suo sguardo aveva un che di magnetico ed il suo carisma e la sua autorevolezza erano fuori di discussione; non a caso, a Echmiadzin, era un pezzo da novanta. Lo salutai in armeno e lui contraccambiò il saluto con fare burbero, dopodiché la guida mi introdusse, presentandomi e riassumendo brevemente ciò che le avevo detto quasi un’ora prima. Dopo un interminabile attimo di silenzio, il religioso iniziò a torchiarmi, sottoponendomi ad un vero e proprio interrogatorio, come uno di quelli che si vedono nei film di spionaggio in cui l’operativo di turno viene catturato dai servizi segreti del paese nemico e subisce un estenuante terzo grado, durante il quale i funzionari dell’intelligence cercano di estorcergli quante più informazioni possibile. Nel corso dell’inquisitorio, che si svolse in inglese e che fui costretto a subire mio malgrado, il prete mi chiese chi fossi, quale fosse il mio titolo di studio, di cosa mi occupassi esattamente in Italia, che tipo di rivista fosse quella su cui scrivevo, che genere di argomenti e tematiche trattasse il periodico ed il motivo per cui volessi fotografare i due manufatti religiosi più preziosi dell’Armenia. Risposi a tono a tutte le sue domande e conclusi dicendogli che per la nostra rivista sarebbe stato motivo di vanto poter dedicare un articolo alla Lancia di Longino ed alla croce d’oro incastonata nel legno dell’Arca di Noè e che se il pezzo fosse stato impreziosito da alcune immagini delle due reliquie, avrebbe certamente riscosso un grande successo tra i lettori italiani. Vi fu un’altra, lunghissima pausa, dopodiché, con mia grande sorpresa e soddisfazione e contro ogni previsione, l’eminente sacerdote mi concesse finalmente la tanto agognata autorizzazione; egli, difatti, prese un foglio di carta, vi scrisse alcune righe, vi appose un timbro, chiamò il prete che ci aveva accompagnato da lui e gli consegnò quello che, evidentemente, era il consenso scritto grazie al quale avrei potuto immortalare i due preziosi manufatti.
Scortati dal prete, ritornammo nella Sala del Tesoro; qui il religioso mostrò il documento ai guardiani, i quali mi concessero solo due fotografie, una per ogni reliquia. Non nascondo di avere provato un certo compiacimento nel vedere le facce sorprese ed incredule degli altri turisti mentre mi guardavano scattare le fotografie; era divertente constatare come in quel momento essi non comprendessero per quale motivo il mio comportamento non suscitasse le ire dei vigili guardiani, sempre pronti a redarguire chiunque manifesti solo l’intenzione di immortalare gli antichi manufatti esposti in quella sala ma stranamente indifferenti nei confronti del sottoscritto.
Dopo aver attentamente esaminato la reliquia dell’Arca di Noè, non potei fare a meno di riscontrare una discrepanza tra quanto avevo letto sul manufatto, descritto da alcuni viaggiatori come una croce realizzata con un frammento di legno presumibilmente proveniente dall’Arca di Noè, quanto avevo appreso studiando i resoconti dei viaggi intrapresi da altri esploratori, che descrissero la reliquia non come una croce bensì come un pezzo di legno pietrificato e ciò che ebbi modo di esaminare, per una buona mezz’ora, nella Sala del Tesoro Nazionale della Cattedrale di San Gregorio. Potei constatare, difatti, che il manufatto contenuto nell’astuccio d’argento consiste veramente in un frammento rettangolare di materiale ligneo di colore grigiastro e con venature di colore più scuro.
Le mie scarse conoscenze accademiche di tassonomia (6) botanica, tuttavia, non mi consentirono di identificare la specie dell’albero da cui venne ottenuto quel frammento. Il legno di cui è costituito il manufatto sembrava fosse stato sottoposto ad un processo di pietrificazione ed aveva tutta l’aria di essere piuttosto antico. Nel frammento è stata incastonata una lamina d’oro cruciforme con il patibulum (7) e lo stipes (8) lunghi, rispettivamente, quanto il lato minore e maggiore del pezzo di legno.
Presi atto, quindi, che la reliquia non consiste in una croce di legno, come alcune fonti documentarie riportano ma in un frammento rettangolare di materiale ligneo sul quale è stata apposta una croce d’oro in cui sono state incastonate 12 pietre preziose e semi-preziose, tante quanti sono gli apostoli di Gesù, le tribù d’Israele, i missionari che assieme a Giuseppe d’Arimatea (9) si sarebbero recati in Gran Bretagna dopo la Resurrezione di Cristo, le costellazioni dello zodiaco, i Cavalieri della Tavola Rotonda, ecc. Appurai anche che in corrispondenza dell’angolo inferiore sinistro del frammento di legno manca un piccolo pezzo, presumibilmente quello di cui venne omaggiata Caterina di Russia nel diciottesimo secolo. Tengo a precisare che a pochissimi viaggiatori e studiosi occidentali è stato consentito di fotografare queste due reliquie e che in circolazione vi sono pochissime immagini che le ritraggono, per cui posso affermare, a buon diritto, che quelle mostrate in questo articolo rappresentano una vera rarità.
Mi piace concludere questo breve diario di viaggio con una leggenda ambientata in un luogo suggestivo, incastonato nella splendida cornice paesaggistica dominata dalle due montagne dell’Ararat (in realtà, due vulcani inattivi), il Monte Ararat (10), conosciuto anche come Grande Ararat (5123 metri) ed il Piccolo Ararat (3925 metri dalla piana di Bayazit, già situata a 1000 metri sopra il livello del mare), entrambe in territorio turco, a pochi chilometri dal confine con l’Armenia.
Il luogo è il complesso monastico di Khor Virap, a 30 chilometri a sud di Yerevan, celebre meta di pellegrinaggio. La leggenda narra che in questo monastero del XII secolo San Gregorio l’Illuminatore venne tenuto prigioniero per 12 anni in fondo ad un pozzo, reo di aver professato e diffuso il cristianesimo in un paese dove la religione dominante era il paganesimo. Il re dell'Armenia Tiridate III, si innamorò follemente di una vergine cristiana, Hripsime, che, tuttavia, non corrispondeva il suo amore. Quando Tiridate III le chiese di sposarlo, questa rifiutò e per tutta risposta, lui la fece linciare. A seguito del suo martirio, Hripsime venne santificata ed a lei è dedicata una chiesa vicino a Echmiadzin. Sconvolto dal rifiuto della vergine e dalla sua morte, le condizioni psicologiche del re andarono aggravandosi sempre più, fino al punto in cui iniziò a credere di avere una testa di cinghiale, convinzione che lo fece irrimediabilmente precipitare nel baratro della pazzia.
Khosravodut, sorella di Tiridate III, che aveva a cuore la salute mentale del fratello, lo convinse a liberare San Gregorio, poiché aveva sentito dire che costui era in grado di operare incredibili prodigi.
San Gregorio riuscì a far rinsavire il re ed il sovrano gli fu talmente grato che si convertì al cristianesimo e pretese che l’intero paese facesse altrettanto.
Il pozzo nel quale San Gregorio venne tenuto prigioniero esiste ancora e vi è stato costruito sopra un edificio per preservarlo dagli agenti atmosferici. Non potei esimermi dal provare l’ebbrezza di scendere in questo pozzo ("virap", in armeno), una stretta apertura nella roccia viva del diametro di 4,5 metri e profonda 6 metri; una volta giunto in fondo al pozzo, dopo avere cautamente sceso gli stretti gradini di una ripida ma solida scaletta di metallo, mi ritrovai in un ambiente illuminato da alcuni faretti alogeni, di fronte ad un altare dedicato a San Gregorio.

BIBLIOGRAFIA
- "Georgia, Armenia, Azerbaijan", di Neil Wilson, Beth Potter, David Rowson e Keti Japaridze. Edizione italiana delle guide Lonely Planet, 2001.
- "L’incredibile scoperta dell’Arca di Noè", di Charles Sellier e David Balsiger. Edizioni Piemme, 2000.
- "La nave perduta di Noè: alla ricerca dell’Arca sul Monte Ararat", di Charles Berlitz. Euroclub, Milano 1987.
- Dizionario Enciclopedico Multimediale di Medicina e Biologia di "Le Scienze". Nuova Enciclopedia Universale Curcio - delle lettere, delle scienze, delle arti. Armando Curcio Editore, 1968.

Note:
1. L’Armenia, che un tempo si estendeva dal Mar Nero al Mar Caspio e comprendeva molte zone che oggi fanno parte della Turchia e dell’Iran, è la più piccola delle ex repubbliche sovietiche; essa, difatti, ha una superficie di soli 29.800 Km2, di poco inferiore a quella del Belgio ed una popolazione di appena 3,5 milioni di abitanti, di cui 1,2 milioni residenti nella capitale Yerevan.
2. Nairì: questo è anche il nome di una nota marca del pregiato cognac o meglio, brandy armeno, il cui impianto di produzione si trova nella città di Yerevan.
3. Gli altri sei oggetti sono la Piramide di Cheope o Grande Piramide, l’Arca di Noè, argomento che tratterò brevemente in questo stesso articolo, l’Arca dell’Alleanza (vedi: "Alla ricerca dell’Arca perduta" di Alfredo Lissoni e "Dal Sator all’Arca dell’Alleanza", di Diego Baratono), il Menorah, il sacro candelabro ebraico a sette braccia, un tempo custodito nel Sancta Sanctorum del Tempio di re Salomone a Gerusalemme, il Santo Graal (vedi: "Il Santo Graal: un mistero antico duemila anni - Prima parte" e Seconda parte) ed i 13 Teschi di Cristallo Maya che, secondo quanto tramandato dalla tradizione, racchiuderebbero tutta la conoscenza dell’universo e una volta riuniti, conferirebbero al possessore immensi poteri.
4. Secondo quanto riportato dalla Bibbia, l’arca che Noè ed i suoi tre figli, Sem, Cam e Iafet, costruirono su richiesta dell’Altissimo era un enorme parallelepipedo costituito da tre livelli, lungo 300 cubiti, largo 50 ed alto 30. Nell’antichità il cubito corrispondeva alla distanza tra il gomito e l’estremità del dito medio di un uomo di media corporatura e variava da 43 a 50 centimetri. Se si assegna al cubito il valore di 45 centimetri, l’arca avrebbe dovuto essere lunga 150 metri, larga 25 ed alta 15. Fu presumibilmente costruita con legno stratificato a lamine, colorata con la resina e ricoperta con una pece simile alla gommalacca. Gli studiosi ritengono che l’arca fosse lunga quanto un campo e mezzo di calcio ed alta come un edificio di quattro piani della grandezza di un isolato. Secondo George Williamson, uno studioso dell’Arca, il tetto del natante sarebbe stato talmente ampio che avrebbe potuto essere suddiviso in venti campi da pallacanestro o da pallavolo; il volume dell’imbarcazione avrebbe dovuto essere pari a 1.5 milioni di metri cubici, uno spazio sufficiente a contenere 170 vagoni ferroviari!!! Sarebbero occorsi 855.000 metri cubici di legno, corrispondenti ad un numero di assi compreso tra 9.000 e 13.000, per costruire l’Arca e una volta ultimata, avrebbe dovuto pesare poco più di 4.100 tonnellate di portata lorda. L’unica finestra dell’Arca avrebbe dovuto essere alta 45 centimetri ed avrebbe dovuto essere situata al centro della nave per tutta la sua lunghezza. Al fine di limitare l’ingresso dell’acqua in caso di pioggia, la finestra avrebbe dovuto essere dotata di una sporgenza in modo tale da coprirla parzialmente; il tutto avrebbe dovuto avere l’aspetto di una passerella al centro del tetto. Questa semplice ma geniale soluzione avrebbe assicurato sufficiente illuminazione e ventilazione a tutti e tre i livelli dell’Arca. Grazie all’ingrandimento al computer di alcune fotografie realizzate da Don Shockey, della Fondazione FIBER e da Carl Baugh, durante le undici spedizioni in elicottero effettuate intorno al Grande Ararat alla fine dell’Agosto 1990, alle immagini estremamente dettagliate riprese dal satellite francese SPOT, in orbita attorno alla Terra a più di 80000 chilometri di quota, a quelle eseguite dal satellite digitale russo DD-5, in grado di catturare immagini da 280 chilometri di distanza dalla superficie terrestre, dal satellite russo a controllo remoto ALMAZ, dai sofisticatissimi satelliti-spia della C.I.A. (Central Intelligence Agency: Agenzia Centrale del Servizio Segreto di Informazione, il servizio segreto d’Intelligence civile americano costituito nel 1947), del Pentagono (il Ministero della Difesa U.S.A.) e dell’U.S. Army (l’Esercito degli Stati uniti) e a quelle effettuate dagli aerei-spia U-2 dell’U.S.A.F. (United States Air Force: Aeronautica Militare degli Stati Uniti), è stato possibile individuare un’enorme struttura di legno di forma rettangolare parzialmente ricoperta dalla neve e dal ghiaccio ed ubicata nei pressi del Ghiacciaio Abich, al di sopra della Gola Ahora. Questa struttura, che la grande maggioranza degli studiosi dell’Arca identifica con l’imbarcazione costruita da Noé ed i suoi figli, non è più intatta, bensì spezzata in due parti; la porzione situata più in alto giace a 4800 metri mentre la parte localizzata più in basso si trova a circa 4500 metri. Tra le due zone, sparsi qua e là, vi sono alcuni pezzi di legno, presumibilmente staccatisi dal natante quando si spezzò in due tronconi. Diversi ricercatori ritengono che vi sia una terza porzione dell’Arca, ubicata all’estremità della Gola Ahora e che un troncone dell’imbarcazione sporga fuori dal ghiaccio, rendendosi chiaramente visibile quando, d’estate, la temperatura si alza ed una parte del ghiaccio inizia a sciogliersi. Nel 1840, a seguito di un violento terremoto, un enorme blocco di roccia si staccò dal versante settentrionale del Grande Ararat, seppellendo completamente la cittadina di Ahora ed il Monastero di San Giacobbe, dove, peraltro, era conservato il presunto tesoro dell’Arca di Noè. Questo devastante sisma fu responsabile anche della formazione di uno spettacolare canyon, conosciuto come Gola Ahora, dal nome della città distrutta dal terremoto, profondo oltre 3 chilometri e con pareti a picco larghe 1.5 chilometri. Gli studiosi dell’Arca ipotizzano che l’imbarcazione si sia spezzata in due o più tronconi proprio a seguito di questo terremoto o di altri sismi verificatisi in un periodo precedente o posteriore.
5. San Giacobbe: monaco che successivamente divenne Giacobbe di Medzipin, poi Vescovo di Nisbis ed infine fu santificato.
6. Tassonomia: l’insieme dei metodi e dei criteri che consentono di ricondurre i vari gruppi di organismi a categorie gerarchiche. Nella sua forma più tradizionale, che prende il nome di tassonomia classica, questo elaborato sistema di catalogazione consiste nel descrivere, assegnare una nomenclatura e classificare gli organismi sulla base di criteri essenzialmente morfologici, ai quali si sono recentemente aggiunti metodi e valutazioni biochimiche, sierologiche e genetiche.
7. Patibulum: la trave orizzontale della croce.
8. Stipes: la trave verticale della croce.
9. Giuseppe d’Arimatea: ricco commerciante, membro del Sinedrio e discepolo segreto di Gesù. Secondo le Sacre Scritture, si recò da Ponzio Pilato (I secolo d.C.) per ottenere l’autorizzazione a prendere in consegna il corpo di Cristo, che fece tumulare nella grotta in cui ricavò il sepolcro che avrebbe dovuto accogliere le sue spoglie mortali. Secondo la tradizione religiosa, Giuseppe d’Arimatea (l’antica Ramataim, patria di Samuele (1 Sa 1,1), oggi er-Ram, 9 Km a nord di Gerusalemme), durante la crocifissione, raccolse il sangue di Gesù in un calice (il Santo Graal) e nel 63 d.C., assieme a 12 missionari cristiani, lasciò la sua terra di origine, la Palestina, alla volta dell’Inghilterra, portando con sé la sacra coppa (vedi: "Il Santo Graal: un mistero antico duemila anni - Seconda parte").
10. Una delle leggende più antiche dell’Armenia narra l’origine del nome del Monte Ararat; secondo una delle numerose versioni di questa leggenda, ognuna lievemente differente dalle altre, nel VI secolo a.C. la regina assira Semiramide (leggendaria regina assira le cui vicissitudini vennero narrate in varie opere greche. Morto il consorte, avrebbe regnato da sola sull’Assiria, passando alla storia per aver fondato la ricca città di Babilonia, aver costruito imponenti edifici, quali il grandioso sepolcro dello sposo ed il ponte sull’Eufrate ed aver condotto una vita dissoluta e crudele. Semiramide sarebbe morta suicida dopo aver concesso il suo perdono al figlio il quale aveva complottato contro di lei. La figura di Semiramide è probabilmente identificabile con quella di Sammurâ’mat, sposa del re assiro Shamshi Adad V (823 - 810 a.C.) rimase affascinata dalla bellezza di Ara, re dell’Armenia, a tal punto che decise di recarsi nel suo regno per conoscerlo e chiedergli di sposarla. Il re armeno, tuttavia, rifiutò e Semiramide, per tutta risposta, gli dichiarò guerra. Alla testa del suo esercito, Ara giunse a Babilonia per conquistarla ma perì in battaglia. I soldati portarono la salma del sovrano al cospetto della regina assira, la quale dette l’ordine di porla su un palco; difatti, a quel tempo, vi era la credenza secondo cui ogniqualvolta un soldato moriva in battaglia, arrivassero cani alati a leccargli le ferite ed a resuscitarlo. Alcuni soldati armeni, profondamente addolorati per la morte del loro re, sottrassero furtivamente il corpo di Ara, nascondendolo sulle montagne dell’Armenia. Il monte dove fu occultata la salma di Ara prese il nome di "Ararat", ossia la montagna ("rat") di "Ara", attualmente in territorio turco, a poche decine di chilometri dal confine con l’Armenia.

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