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n° 10 Lug./Ago. 2003

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GLI UFO DI MONTUHOTEP IV »

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Il motivo che avrebbe spinto Montuhotep IV ad inviare una seconda spedizione nello Ouadi Hammamat, secondo quanto asserisce il documento della tavola 149-d, sarebbe stato connesso al desiderio di costruire un santuario per il giovane Horus ("Her seš": lett. "Horus nel nido").
Ma il re manda nientemeno che la più alta autorità politica subito dopo lui, il visir e principe ereditario Amenemhat, "per portare (dallo Ouadi Hammamat a Coptos, n.d.a.) una pietra di grande valore per il bacino sacro" ("ša šeps"), il che appare alquanto esagerato e fuori luogo.
Sarebbe stata infatti un’inconcepibile umiliazione per un visir, e in particolare per un tipo "tosto" come Amenemhat, fare da scorta a qualche squadra di cavapietre, per quanto importante potesse essere il bacino sacro. Quest’oggetto, rappresentato nella scrittura geroglifica per indicare il determinativo in "sš", "alabastro" o in "heb", "festa", era usato quotidianamente nei templi per le purificazioni rituali. Era certo un oggetto di grande importanza per la vita religiosa e le esigenze sacerdotali, ma non solo. Il bacino d’alabastro era al centro di feste annuali e periodiche che avevano, nell’antico Egitto, la stessa importanza che hanno nelle moderne democrazie, ovviamente "mutatis mutandis", le elezioni: servivano infatti per rinnovare il consenso popolare per il faraone e per la sua classe dirigente. Si capisce bene dunque quanto fosse veramente "sacro" e importante un simile oggetto. Il faraone, tuttavia, approfitta della spedizione di Stato anche per le "spesucce" personali. Promette infatti una sua ricompensa per le maestranze che porteranno per lui anche un sarcofago "memoriale per l’eternità".
Fin qui tutto sembra normale. Tra i vari documenti simili a quello contenuto nella tavola 149-d, II sez., del "Denkmaeler", vi è la cosiddetta "Stele monumentale dell’8° anno di regno di Ramosis II", oggi custodita al Museo del Cairo. In questa stele viene raccontato che il re, passando un giorno da Eliopoli, si chiese in che modo avrebbe potuto rallegrare il dio Ra-Herakhty se non costruendo nuovi monumenti dedicati a lui. Non dovette tuttavia, per sua fortuna, mobilitare l’esercito per reperire un enorme blocco di quarzite ed affidarlo ai suoi scultori. È chiaro che nella vicenda della spedizione di Montuhotep IV non quadra il numero esorbitante degli uomini del corpo di spedizione.
Furono addirittura richiamati dei soldati "dai Nomoi del Sud e del Medio Egitto", probabilmente riservisti perché è davvero impensabile che il re sguarnisse le frontiere orientali del Delta ed occidentali del Fayum per una spedizione commerciale d’una quindicina di giorni in un deserto interno.
Tutto questo è completamente assurdo, ma è scritto in un documento di Stato. A meno che il re non sapesse già che si dovevano prendere decisioni incredibili.
Evidentemente nell’altopiano si stavano verificando con continuità "fenomeni" che allarmavano e terrorizzavano le tribù del deserto e la spedizione egiziana aveva in realtà uno scopo segreto: organizzare e gestire l’esodo dei Trogloditi dalle highlands, chiesto da essi stessi. In questo caso i conti tornano perché si trattava, come in effetti si trattò, non d’inseguire e cacciare qualche centinaio di guerriglieri ma tenere sotto controllo militare l’esodo di migliaia di abitanti del deserto.
Abbiamo già visto, nel testo geroglifico della tavola 149-c, due frasi molto chiare e semplici, riportate peraltro concordemente in tutti i testi ufficiali (Couyat e Montet, De Buck, Lepsius), che purtroppo Breasted, nella sua famigerata traduzione del 1906 in "Ancient Record of Egypt", I vol., ignora completamente, per ragioni che io non conosco. Queste frasi sono: "hat nef intw", "l’imbarco di questi Trogloditi", e "khaswt iwt", "gli abitanti del deserto in ambasciata". Le tribù del deserto, dunque, avevano mandato una loro delegazione presso gli egiziani per trattare l’imbarco in navi egizie, cioè in altre parole l’esodo: ecco perché, questa volta, non c’è un generale dell’esercito a guidare la spedizione, ma la più alta autorità politica subito dopo il faraone, vale a dire il visir e principe ereditario Amenemhat. I Trogloditi, dunque, avevano fatto sapere al governo egiziano, sicuramente qualche tempo prima, che non solo offrivano la loro resa, ma che addirittura volevano abbandonare per sempre la loro terra. Era credibile per gli Egiziani una simile proposta? Gli abitanti del deserto offrivano la "loro" terra, con tutte le sue ricchezze e la strategica strada per il mare; in cambio chiedevano navi per fuggire.
Una simile incredibile offerta poteva nascondere qualche vecchio trucco? Chi poteva prendersi la responsabilità di gestire una partita così rischiosa e, in caso di fallimento, chiudere per sempre la propria carriera politica?
Montuhotep IV non riusciva a togliersi dalla testa l’inaffidabilità dei Trogloditi, furbi come scimmie e stupidi quanto basta per compiere sempre una sciocchezza; e se, inviando Amenemhat in missione, avesse potuto liberarsi, così facendo, del suo "vero" nemico? Amenemhat, dal canto suo, pensò che quella era l’occasione della sua vita, in cui dover giocare per forza di cose il tutto per tutto; in fondo, a negoziare con i Trogloditi ci andava lui e, stupidi com’erano, avrebbe potuto imporre loro il suo gioco. Né il re né il suo visir potevano, stando a Coptos, rendersi pienamente conto che la situazione per l’Egitto era già cotta e pronta da mangiare, perché eventi difficilmente credibili, se non vissuti di persona, avevano fatto entrare il terrore nelle ossa degli abitanti del deserto, che "realmente" non pensavano ad altro che andarsene via. Ecco però che, mentre Amenemhat stava negoziando, presumibilmente i dettagli del piano di evacuazione, gli egiziani poterono finalmente vedere con i propri occhi la fonte del terrore che dominava i loro interlocutori. Una gazzella gravida venne sopraffatta da "qualcosa" che arrivò sopra di lei dal cielo uccidendola e, dopo aver fatto questo, ritornò di nuovo "in alto" ("iw"). Immediatamente accorsero sul posto gli uomini di Amenemhat: essi videro che la gazzella "era uccisa, con il collo spezzato e l’aspetto tumefatto". Il documento a questo punto conclude che proprio per questo motivo i Trogloditi, insieme ai fanti di marina egiziani, "s’imbarcarono nelle navi facendo ciò in pace, vedi, ma per la maestà di questo dio eccelso". James Henry Breasted, nella sua inconcepibile "traduzione", scrive (in "Ancient Record of Egypt", cit., vol. I, pag. 212, § 436): "essa partorì il suo piccolo sopra esso (il sarcofago, n.d.a.) mentre questo esercito del re guardava. Allora essi tagliarono il suo collo davanti ad esso (il blocco di pietra) e portarono del fuoco. Esso discese in sicurezza." Nella nota a pie’ di pagina, poi, il Nostro spiega, per essere chiaro fino in fondo: "i soldati sacrificarono la gazzella sopra il blocco di pietra". Ho già dimostrato come Breasted, per "trasformare" il geroglifico della morte sacra nel determinativo (senza la parola) della donna che partorisce, si trovi costretto ad eliminare alcune parole come "if" "corpo morto" o ad inventarne altre, come il "piccolo" che la gazzella partorirebbe. Preso ormai dalla libidine della manipolazione, per mantenere la coerenza con la sua costruzione fantastica non bada a spese ed arriva a "tradurre" che i soldati "tagliarono il collo" alla gazzella che aveva appena partorito. Breasted avrebbe dovuto sapere, da buon archeologo ed egittologo, che una simile mostruosità non era assolutamente possibile che potessero compierla degli egiziani, che avevano, nei confronti degli animali, un’autentica "pìetas", nel senso più etimologico della parola.
In un’ode a Ra scritta nei testi delle piramidi di Saqqara leggiamo: "le tue migliaia di giovani gazzelle si prostrano davanti a te nei deserti chinando il capo". In quel "le tue" c’è come una sorta di consacrazione delle gazzelle al dio Ra; tuttavia questi animali non erano per gli egiziani come le vacche sacre per gli indiani d’oggi, dal momento che li troviamo raffigurati in parecchie scene di caccia sulle pareti delle tombe. Ebbene, proprio in una di queste rappresentazioni possiamo assistere ad una scena che sembra fatta apposta per chiarirci le idee al riguardo, al di fuori di ogni ragionevole dubbio. Si tratta di uno dei dipinti che adornano la celebre tomba di Khnumhotep a Beni Hassan, realizzata per giunta in un periodo, storico e temporale, non molto distante da quello in cui si svolsero i fatti narrati nel documento dello Ouadi Hammamat.
Tra quei dipinti ce n’è uno che descrive scene di caccia con l’arco nel deserto: si vedono arcieri scoccare frecce che trafiggono orici e gazzelle ma, in un settore del campo di caccia, si vedono anche due inservienti che allontanano una femmina d’orice incinta, che sta già mettendo alla luce il suo piccolo. Le immagini non potrebbero essere più chiare e confermano il fatto che gli animali partorienti, secondo la morale egiziana, non potevano essere uccisi. Certo che, se ad ucciderli con mezzi "soprannaturali" era un "dio", allora proprio per questo l’evento assumeva una drammatica eccezionalità. L’uccisione di quella gazzella nello Ouadi Hammamat, dunque, fu un evento "forte" ed indimenticabile. Quell’uccisione amplificò il terrore fra i Trogloditi per quel "dio" che imperversava col suo mezzo "divino" sull’altopiano.
Nella tavola 149-f del "Denkmaeler" di Lepsius troviamo ancora ulteriori elementi che ci permettono di comprendere appieno lo svolgersi ed il susseguirsi dei fatti. Amenemhat fece scrivere al suo scriba che mentre gli operai erano tornati al lavoro per il sarcofago del re "si ripeté il prodigioso atto". Quale sia questo "prodigioso atto" che si ripete lo dice subito, dopo aver parlato di "manifestazioni" ("hpr.w") del dio, il quale fa "dono della sua potenza agli uomini".
Il linguaggio è ambiguo, sfuggente, reticente, forse dovuto allo shock di ciò che è stato visto, ma è chiaro che se il visir parla di "ripetizione" ("whm") questo vuol dire con ogni evidenza che sta parlando della stessa cosa vista nei giorni precedenti e che questa cosa, visto che si ripete, dovrebbe essere, stando a Breasted, il parto di un’altra gazzella in mezzo agli scalpellini. Ma non è così. Ecco invece che la potenza del dio (b3.t) apre nel mezzo della valle una voragine e questa, forse per la rottura di qualche falda sotterranea, si riempe subito d’acqua. Questo riempimento del cratere fu dovuto forse alla vicinanza del lago, ma ha strane analogie con un episodio simile raccontato nella Bibbia, nel secondo libro di Samuele, quando re David "rivolse a Iahvé le parole di questo cantico" (2 Sa 22, 1):

[...],
l’Altissimo ...
Scagliò i suoi bolidi e li disperse;
vibrò i suoi tuoni e li mise in fuga.
Apparvero i fondi del mare;
... ... ...
Dall’alto stese la sua mano
e mi prese;
mi estrasse dalle acque copiose.
(2 Sa 22, 14-17).

Ora, è probabile che questi "bombardamenti", forse rompendo la roccia sopra delle falde sotterranee d’acqua, aprissero dei veri e propri pozzi. Ma torniamo al racconto dello Ouadi Hammamat. Che quel cratere sia stato prodotto da un’esplosione il visir lo dice con una chiarezza che non dà scampo. Infatti egli dice: "fu arrostita un’offerta di carne purificata, sia per le gazzelle di cui si fa mistero, sia per le tribù del deserto orientale, che allo scoppio di fuoco (pr.t) s’imbarcarono per essere nella condizione di andarsene via".
Viene usata dunque una parola per la quale non possono esserci equivoci: "peret", cioè "scoppio di fuoco".
L’unica ambiguità ce la dà lo scriba che non scrive il determinativo (le gambe che camminano) né a destra né a sinistra della "t", ma sotto; con le gambe scritte a destra infatti il significato della parola sarebbe "la comparsa di un corpo celeste o della figura di un dio" (Budge, EHD, pag. 242a). Ma il depistaggio è debole: è molto difficile riuscire a pensare che un intero popolo volesse andarsene via dalla sua terra perché aveva avvistato un corpo celeste in cielo. A questo punto Amenemhat ci rivela il contenuto degli accordi raggiunti con i rappresentanti delle tribù del deserto, della cui ambasciata ci aveva dato notizia nel documento precedente, da noi già visto (tavola 149-c del Denkmaeler di Lepsius). Egli dice infatti che "sua maestà in persona offrì loro un’occasione per partire, vedi, ma protesse questo loro (partire) sapendo che la correttezza (dei Trogloditi) in questo giorno era ignota per lui".
Dunque l’Egitto garantì ai Trogloditi l’imbarco su sue navi nel porto di Quseir, guardati a vista da tremila fanti di marina del Delta, che dovettero scortarli verso qualche nuova destinazione a nord, forse nella penisola arabica.
Poiché dunque il re non si fidava di quel popolo, che era stato sempre nemico dell’Egitto, anche durante tutta l’operazione a terra dell’esodo, diede ordine di predisporre un cordone di sicurezza intorno alle tribù del deserto, per evitare eventuali sorprese o chissà quali tentazioni.
Se questo era il comportamento di un re, soltanto gli ingenui o gli sprovveduti possono pensare che il faraone fosse un ingenuo o uno sprovveduto: come mai allora, quando un altro faraone concesse l’esodo agli ebrei di Mosé, non venne predisposto un simile cordone? Questa è soltanto una delle mille incongruenze di quello strano ed incredibile esodo, o per lo meno, strano ed incredibile secondo il modo in cui sono state presentate le cose nel racconto biblico, ricco com’è di contraddizioni, inesattezze ed errori. Ma questa (forse...) è un’altra storia.
Una volta svuotati gli altopiani, il re ne chiuse i confini, ed Amenemhat ci dice che questa misura fu presa dal re "perché voleva nascondere le manifestazioni della sua potenza" (cioè del dio, n.d.a.) sembrerebbe che 4.000 anni fa le cose fossero come oggi, e che l’atteggiamento del potere fosse lo stesso: "cover up". Ma creare un cordone sanitario intorno allo Ouadi Hammamat implicava uno sforzo militare non indifferente, per cui è davvero difficile, se non impossibile, pensare che un simile sforzo potesse essere compiuto solo per nascondere le conseguenze di qualche "scoppio di fuoco". Inoltre il documento dice molto chiaramente che "udirono ciò quelli che sono in Egitto, le popolazioni dell’Alto e del Basso Egitto, chinarono le loro teste a terra ed onorarono queste buone decisioni di sua maestà per sempre in eterno". E allora come la mettiamo?
Il cordone sanitario per isolare l’altopiano non poteva dunque servire per nascondere quello che ormai tutti sapevano già; doveva servire, invece, per nascondere ben altro, ma cosa? Nei documenti egiziani, lo Ouadi Hammamat è indicato anche come "deserto orientale", la stessa indicazione che troviamo nel "Libro dei Morti", come ad esempio nel capitolo 77, dove al rigo 2 leggiamo la parola "j3bt hst", "deserto orientale" appunto. L’Osiride giustificato vi si reca dopo aver "preso il volo con un falco il cui dorso misura 7 cubiti e le cui ali sono di feldspato verde". Egli dice dunque: "esco dall’abitacolo della nave Nedjedemsektet e mi reco con il cuore lieto nel deserto orientale". Nel capitolo 86° leggiamo: "tu che sei là dove invia messaggi il guardiano della recinzione, dammi il tuo aiuto così che io, scambiando segnali con la cisterna del fuoco (š nsrt), parta come messaggero ed arrivi portando il rapporto".
Dunque nel "deserto orientale" c’era una "cisterna del fuoco" (un velivolo a reazione?) che serviva per poter "partire", dopo che "il guardiano della recinzione" le aveva segnalato la presenza d’un passeggero. Se in questo testo si sta parlando d’un qualche velivolo fermo, allora viene anche descritta una base, recintata e sorvegliata, di decollo e atterraggio.
Il cordone sanitario ordinato dal governo egiziano, dunque, potrebbe aver avuto un senso proprio per un caso simile, cioè quello di garantire la sicurezza d’una base aerea.
Amenemhat lo dice del resto molto chiaramente: "per nascondere le manifestazioni della sua potenza". È un vero assurdo: gli egiziani fanno partire i Trogloditi e loro, anziché dilagare negli altopiani finalmente liberi, che fanno? Li chiudono. Soltanto una terribile motivazione, enormemente più forte degli interessi materiali dell’Egitto, poteva spingerli a prendere una decisione simile, che altrimenti sarebbe risultata completamente inimmaginabile. Nel rigo 7 della tavola 149-c, l’allora visir scrisse che "il Signore del deserto orientale ha fatto un dono per il figlio suo Nebtauira, ... perché vuole legare la sua grandezza a questa esistenza". Il "dono" dunque, per Amenemhat, è quello di veder diventare (purtroppo per lui ...) Montuhotep IV un faraone importante per le decisioni che doveva prendere e che il religioso popolo dell’Egitto avrebbe approvato, dal momento che il vero "dono", quello politico ed economico delle ricchezze degli altopiani e della via per il mare, l’Egitto avrebbe potuto incassarlo qualche tempo dopo, non appena gli "dei" lo avessero consentito. Quel dono era infatti, con ogni evidenza, un regalo degli "dei", e proprio per questo poteva essere sfruttato solo con il loro permesso.
Questa visione delle cose, che ritroviamo ancora seicento anni dopo con Thotmosi III, quando anch’egli - nella stele di Gebel Barkal - parla di "dono di un essere celeste" per la "sua" vittoria sui nubiani, è ancora la stessa che ritroviamo in San Paolo quando, nella più teologica di tutte le sue lettere - quella "ai Romani" - , l’apostolo dice che "non c’è autorità se non da Dio" (Rom 13, 1). Uno dei massimi e più colti egittologi contemporanei, il tedesco Jan Assmann, in un suo straordinario libro uscito di recente anche in Italia (© 2002 Einaudi, Torino) dal titolo "Potere e Salvezza", affrontando proprio questo problema dei rapporti fra teologia e politica, cita la tetralogia romanzata "Giuseppe e i suoi fratelli", di Thomas Mann nel seguente passo:
"Significherebbe disconoscere l’unità del mondo ritenere religione e politica due cose fondamentalmente diverse, che nulla abbiano né debbano avere in comune."
Assmann cita anche lo scrittore latino Marco Terenzio Varrone il quale, oltre ad aver trasmesso alla cultura occidentale il concetto di "teologia politica", accertò perfino che gli inizi delle istituzioni statali e l’origine della religione sono identici.
In sostanza qui ci troviamo di fronte a qualcosa che non è il semplice, bizzarro, estemporaneo e più o meno inverosimile avvistamento di un UFO, ma un intervento vero, pesante e decisivo nelle vicende umane, nel corso stesso della Storia. Non si può sfuggire alla domanda: è mai possibile che degli extraterrestri potessero pensare d’intervenire nelle vicende umane al fine di modificarle pesantemente, mostrando interessi "molto" terreni e la sottile capacità di distinguere tra gli uni e gli altri, di "preferire" questi piuttosto che quelli? Certamente i Trogloditi erano troppo stupidi (non erano neanche uno Stato) per poter garantire, con la loro presenza, la sicurezza della base aerea, mentre gli Egiziani erano sì affidabili, in quanto Stato teocratico. Di certo quegli "esseri" erano molto gelosi delle loro installazioni, com’è testimoniato anche nella Bibbia quando Mosè, pascolando nel deserto del Sinai "il piccolo bestiame di Ietro, suo suocero", vide "un bagliore di fuoco, dal mezzo di un roveto". Ma "Iahvé vide che si era avvicinato per vedere, ... e disse: ... 'Non avvicinarti...! il luogo sul quale tu stai è un luogo santo'" (Es 3, 1-5).
Ma la questione non era soltanto quella d’installare e rendere sicure delle basi operative sulla Terra; la questione era più ampia. Non solo le vicende dello Ouadi Hammamat, ma anche la strage di nubiani raccontata nella stele di Gebel Barkal, il misterioso Essere che costrinse gli ebrei di Mosè a vivere per quarant’anni nel deserto del Sinai, sterminandone a migliaia prima di far entrare "i loro figli" nella terra di Canaan, la misteriosa salvezza di Ramosis II a Kadesh e di re David nelle battaglie contro i Filistei, fanno parte d’una lunga e misteriosa catena di fatti, che delinea ai nostri occhi un vero e proprio progetto, che non è statico; la sua evoluzione è continua ed è determinata dalle risposte che l’Uomo dà al desiderio d’un misterioso "Essere" di realizzare un mondo a Sua immagine, così come auspicava anche Gesù ("venga il Tuo regno...").
Questo grande e rigoroso Amore per un ideale spirituale di Uomo, inseguito nei millenni lungo tutta la Storia, ed inoltre questo "sentimento" riversato sul pianeta come su qualcosa che è proprio... è davvero difficile immaginare che una simile visceralità di sentimenti possa appartenere a degli extraterrestri o ad un "Essere" fatto di solo puro spirito. Del resto, anche gli ebrei dell’Esodo ebbero modo di constatare la "fisicità" del loro "dio" in parecchie occasioni; ne cito una per tutte: "Essi videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un lavoro in lastre di zaffiro, simile in purezza al cielo stesso" (Es 24, 10).
È difficile per noi, oggi, pensare ad un "dio" che, avendo i "piedi", cammina su una pedana per non sporcarsi la suola delle scarpe. L’unico ambiente nel quale io so che è davvero pericoloso portare della polvere, è l’abitacolo di un’astronave destinata a viaggiare fuori dall’atmosfera terrestre; non vedo per quale altro motivo un "Essere" che "era disceso nel fuoco" (Es 19, 18) sulla montagna avrebbe dovuto prendere una simile precauzione.
Ci sono ancora altre prove, altri documenti, altri fatti che raccontano qualcosa d’inimmaginabile. Alla prossima.

fine Seconda Parte


									

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