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TEMPI MODERNI

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PREVEDIBILI I TERREMOTI? »

È certo, invece, che i primi studi definibili tecnicamente come "scientifici" sono molto meno antichi. Per leggere un trattato sistematico sui terremoti, in effetti, si deve aspettare la prima metà dell’Ottocento.
L’ingegnere inglese Robert Mallet, fu il redattore dell’importante e pionieristica opera in discorso. Mallet era il fermo sostenitore dell’idea che l’unica forza in grado di scuotere montagne e pianure doveva essere: "...un’onda di compressione elastica, o una successione di onde, che si propagano in linee parallele o intersecantesi, attraverso la sostanza solida e la superficie del territorio interessato..."(2)
Fino a non molto tempo fa, dunque, le informazioni e le conoscenze che concernevano i terremoti erano, per dir così, abbastanza frammentarie. Le poche annotazioni disponibili sull’argomento erano conservate negli archivi ecclesiastici. Erano (e sono), questi, le principali fonti cui attingere le scarse notizie. È facile comprenderne il motivo. Era compito dei sacerdoti, infatti, l’assoluzione post-mortem delle salme provocate dall’evento sismico. La giustificazione dei decessi. Era ancora compito dei religiosi, registrare per quanto possibile il numero delle perdite dovute a simili catastrofi. I pietosi censimenti erano utili per aggiornare i primi tentativi d’anagrafe. Si deve poi aggiungere che una volta, oltre alla frammentarietà delle notizie, non si disponeva né di un valido sistema di comunicazione rapida, e neppure d’efficienti misuratori di tempo. In passato per determinare periodi relativamente brevi, si faceva uso di meridiane o di clessidre. Altro non esisteva.
Nei casi in cui si doveva registrare un breve intervallo temporale, ossia la tipica durata di un terremoto, si ricorreva spesso e volentieri alla comparazione con le preghiere. Si usa ancora ai nostri giorni l’espressione: "È successo tutto in un amen".
Nel passato, dunque, non esistevano specifici strumenti di misura ma solo rivelatori empirici. È famoso, tuttavia, lo strumento inventato dal cinese Chang Heng nel 132 d.C. Il meccanismo in questione era in grado di stabilire con una certa precisione la provenienza, o meglio, la direzione dell’onda sismica.
Il primitivo ma efficace sismografo cinese, si basava sul sistema del "pendolo invertito" ed utilizzava la caduta di grosse gocce di mercurio come indicatore. Era, in linea di massima, il principio già utilizzato in precedenza da Erone d’Alessandria, intorno al 62 d.C. per realizzare alcuni suoi "odometri".(3) Si deve aggiungere, tuttavia, che nel passato non esistevano sismografi o sismometri in grado di registrare l’intensità del movimento tellurico. Non esisteva alcuna scala di stima fondata su basi matematiche. I terremoti si classificavano esclusivamente secondo quanto era in grado di vedere e, soprattutto, quanto riusciva a riportare, l’osservatore. L’analisi quantitativa era, pertanto, una valutazione ancora eccessivamente soggettiva ed empirica. Si deve allora concludere che per le età antiche non sia proprio possibile parlare di precisione scientifica riguardo ai terremoti. Almeno non secondo gli standard, per dir così, moderni.(4)
Stesso discorso si ha con l’introduzione della pur utile e nota "Scala Mercalli". Ideato sul finire dell’Ottocento dall’omonimo sismologo e vulcanologo italiano, anche quest’ordinamento però si basa solo su dati empirici, per dir così, qualitativi. La "Scala Mercalli" fissa in 12 gradi l’intensità dei moti tellurici. È impostata sull’osservazione soggettiva. È di conseguenza sostanzialmente imprecisa. Soprattutto non consente di determinare la quantità d’energia che può rilasciare un evento sismico.
Solo con l’introduzione della cosiddetta "Scala Richter" si è avuto un effettivo miglioramento nella misurazione dei sismi. È stato quasi un cambiamento di paradigma.(5)
L’ormai famosa "Scala Richter" consente, in effetti, una maggiore precisione rispetto ad altri sistemi anche in virtù del fatto che per la rilevazione dei dati è necessario l’impiego di strumenti. I sismometri, i dispositivi in discorso, si strutturano in una rete di stazioni di rilevamento. I fattori che i diversi impianti registrano, servono per valutare il dislocamento orizzontale che un punto prefissato subisce quando interviene un fenomeno tellurico. La precisione raggiunta incrociando i diversi coefficienti ottenuti dai rilevamenti delle numerose stazioni è quindi pressoché perfetta. È almeno attendibile. Da circa una quarantina d’anni, in sostanza, si conosce precisamente il valore dei sismi che si manifestano e che vengono puntualmente registrati. È ovvio a questo punto domandare se si è riusciti, o no, a determinare il valore massimo della potenza rilasciata da un terremoto.
Secondo Richter stesso: "...È evidente che deve esserci un limite all’entità dei terremoti... Un limite fisico potrebbe essere costituito dalla forza delle rocce della crosta, intesa come il massimo di tensione cui possono essere sottoposte senza fratturarsi... Non ci sono fenomeni sismici nella storia passata che possano essere contrassegnati con la magnitudo 8.9...".(6)
È possibile dunque quantificare la potenza rilasciata da un sisma.
Alcuni particolari tuttavia restano oscuri. Per esempio...

Note:
2. Meraviglie e misteri della Natura intorno a noi, AA VV, 1973, Milano, p. 73.
3. Erano strumenti ideati per misurare lo spazio percorso da un corpo in movimento. Sono in sostanza dei contagiri pretarati e vengono ancora oggi impiegati. Un esempio è fornito dal cosiddetto correntometro di Ekman, in grado di misurare appunto la direzione media delle correnti marine. Il primo sismografo "moderno" risale al 1703, data in cui fu costruito da Hautefeuille. Si deve aggiungere, però, che il principio su cui si fonda il sismografo di Chang Heng è curiosamente molto più simile al principio dei sismografi moderni che non a quello utilizzato per gli strumenti ideati nel diciottesimo secolo.
4. Si deve in ogni caso ricordare che: "...sono stati proprio i religiosi a studiare per primi il pericolo sismico ed a realizzare i primi strumenti per tentare la misurazione dell’intensità su basi matematiche e non su basi empiriche soggettive...". Giovanni Ferrero, Catalogo Generale dei terremoti, Osservatorio Meteosismico del Canavese, Montalenghe, 1995.
5. La scala Richter, ideata dall’omonimo sismologo statunitense intorno agli anni Quaranta, misura in micron: "...lo spostamento orizzontale massimo di un punto situato a 100 chilometri dall’epicentro; il logaritmo in base 10 di tale spostamento è un numero, detto magnitudo, che viene assunto come espressione dell’intensità del terremoto...", Dizionario Enciclopedico della Scienza e della Tecnica, Milano, 1971, 1974, vol. 4, p. 3097, voce "terremoto". La scala della magnitudo è compresa tra 1 e 2 per i fenomeni registrati solo dalle apparecchiature (terremoti strumentali), per arrivare alla magnitudo 8.9 fatta registrare dai movimenti sismici più violenti. È molto probabile.
6. Meraviglie e misteri della Natura intorno a noi, op. cit., p. 74.
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