
UN MILLENNIO DI MEDICAMENTI ED ELISIR
di Lidia Parentelli

Dietro le credenze esoterico-alchemiche degli antichi speziali. Nella Farmacia di Santa Fina uno spaccato di conoscenze perdute dall’Alto Medio Evo all’Ottocento.


Anche nel campo dell’archeologia spesso studiosi dilettanti attenti e preparati, animati da curiosità e passione, talvolta superiori a quelle di chi opera a livello professionale, arrivano ad effettuare scoperte e ritrovamenti davvero originali e impensati. È accaduto anche a San Gimignano, bella e turrita cittadina medioevale del Senese, ove a suo tempo un gruppo archeologico locale di appassionati (poi costituitosi nel "Comitato di direzione dei musei civici di San Gimignano"), teso ad attuare un graduale recupero di testimonianze storiche legate all’ambiente cittadino, si era prefisso di realizzare (nel 1980-1981) una mostra dedicata all’esposizione dei vasi dell’antica Spezieria di Santa Fina conservati nel Museo Civico: pregevole raccolta - rimasta una delle poche superstiti note - di rari arredi di farmacia, quali si possono trovare solo in determinati "spedali" e conventi, come ad esempio nel caso delle Abbazie di Camaldoli e di Trisulti.
Durante i lavori preparatori per l’allestimento dell’esposizione è stato così rinvenuto nei magazzini un vasto quantitativo di materiale farmaceutico preindustriale (fittile, vetrario, documentario e librario), di per sé talmente ricco e raro da richiedere necessariamente ulteriori approfondimenti al di là degli iniziali intenti espositivi. Ma non era tutto.
Gli appassionati di San Gimignano dovevano poi fare una scoperta estremamente significativa. Parte dei contenitori conservati nei magazzini (soprattutto quelli di vetro), infatti, risultavano ancora sigillati e caratterizzati da specifiche indicazioni originali del contenuto (usate fino all’Ottocento, quando la farmacia cessò di funzionare). Di conseguenza il progetto iniziale doveva ampliarsi, con il successivo coinvolgimento di vari studiosi (chimici, botanici, mineralogisti, medici e storici) e l’avvio di una ricerca da parte della Facoltà di Farmacia dell’Università di Siena.
È stato così possibile, in seguito, identificare le varie sostanze contenute nelle ampolle effettuando una serie di analisi chimiche e comprenderne l’uso terapeutico studiando i ricettari ritrovati nell’archivio. I medicamenti residui in dotazione alla Farmacia dal Sette-Ottocento si riferivano agli stessi in uso in epoca medioevale preindustriale, non essendo essi sostanzialmente cambiati dopo il Cinquecento. Sebbene la Farmacia chiudesse il ciclo della sua esistenza nell’Ottocento, quando nuove terapie scientifiche infine si imposero, in un ambiente rurale e periferico lontano dai grandi centri, il suo quasi millenario patrimonio terapeutico tradizionale, espressosi a partire dall’Alto Medio Evo in poi, sopravvisse e anzi coesistette in una sintesi di nuova medicina e di medicamenti di stampo galenico, come d’altronde testimoniano i molteplici ricettari ritrovati nel Museo.
La Spezieria di Santa Fina si trovava all’interno dell’Ospedale omonimo, nato sotto il patrocinio del Comune di San Gimignano che si impegnò a costruirlo (utilizzando le offerte lasciate sul sepolcro di Santa Fina, dopo la di lei morte il 12 marzo 1253, dai numerosi fedeli venuti a renderle omaggio) per assistere i pellegrini e curare i malati. Dal 1495 il corredo di questa si ingrandì a livello di attrezzature e suppellettili allo scopo di essere anche in grado di preparare i farmaci, e tale attività si protrasse fino al 1876, anno degli ultimi acquisti.
L’Ospedale di Santa Fina fu unito nel 1816 a quello di Santa Maria della Scala formando così gli "Spedali Riuniti di San Gimignano" che smisero comunque di funzionare alla fine dell’Ottocento. Quando ciò avvenne le attrezzature di corredo, e quelle per la produzione dei farmaci in particolare, furono disperse o vendute. Superstiti solo un mortaio ed (in luogo di un coccodrillo solitamente utilizzato all’uopo, come appunto a Camaldoli) il delfino usato come insegna dal XVIII secolo e che forse era appeso al centro della farmacia: simbolo cristologico e considerato al pari del serpente (si pensi al tradizionale caduceo) emblema di salute fisica e di salvezza spirituale.
Il contenuto residuo della farmacia fu comunque posto nel 1906 nel Museo, e si compone di ben 228 vasi di ceramica e 92 di vetro. Lo studio di tali ceramiche riporta la loro produzione alla Toscana settentrionale (Montelupo, Montaione, Gambassi, Firenze, Poggibonsi, Siena, Montegonzi, Volterra) e il materiale fittile si compone di tre gruppi di vasi comprendenti albarelli, brocche e orcioli variamente decorati (spesso in stile italo-moresco) e in genere caratterizzati dall’emblema di Santa Fina ("S.F." e la relativa Croce cristiana).
Nonostante la loro fragilità si sono altresì conservati molti contenitori di vetro (ampolle, boccette e vasi cilindrici) sempre provenienti dalla zona di San Gimignano-Montaione-Gambassi, dove nella metà del Cinquecento (imitando la tecnica veneziana) Cosimo I dei Medici impiantò la produzione vetraria.
Sui vasi di Santa Fina sono espressamente menzionati 130 medicinali diversi. Di questi 40 sono stati analizzati e le sostanze descritte nelle rispettive indicazioni corrispondono proprio al contenuto e in linea con le ricette degli antichi testi farmaceutici.
Va ricordato che i medicamenti un tempo erano divisi in "semplici" (quelli cioè che - minerali, vegetali o animali che fossero - "spontaneamente e col solo beneficio della natura si producono") e invece "composti" che cioè "si producono con la mescolanza di più semplici" per intervento dell’uomo.
Nell’ambito dei primi sono stati trovati, in particolare, l’avorio e il corno (detti "dente d’apro" e "dente d’avorio", e considerati amuleti), in entrambi i casi, come recita il "Teatro Farmaceutico" del Donzelli, medicamento "casto et geloso ed inimico dell’adulterio" ottimo per il fegato e la sterilità e alla base della confezione di vari preparati dopo la polverizzazione in un mortaio di porfido. Gli "occhi di granchio" erano invece un’antica denominazione del carbonato di calcio ottenuto polverizzando le concrezioni proprie del tubo digerente dell’"Astacus Fluvialis", crostaceo comune nei nostri fiumi. Era utilizzato come antiacido e assorbente, e aveva l’apparenza di una polvere bianca. Poi abbiamo fra i vari minerali il "sale di Marte", il salgemma, l’antimonio ed il cinabro, ben noti agli alchimisti. Moltissime infine le erbe e le sostanze vegetali in uso.
Delle piante si usavano i semi, le radici o le foglie a seconda di quale fosse la loro parte attiva, quella cioè che conteneva i principi benefici. Le erbe erano le sostanze più usate perché le meno costose e più comuni e in quanto non tutti erano in grado di comperare altri prodotti più ricercati. Al riguardo va ricordato che tutti i medicinali sostitutivi di altri erano chiamati "succedanei". Nei vasi della Farmacia sono indicati sui cartigli relativi una trentina di sostanze vegetali e di queste alcune si sono anche conservate in buono stato: dalla "scammonea" all’"assa fetida", dall’"agnocasto" ai "semi di acetosa", dai "semi di portulaca" e di "ruta" ai "ciperi". Fra le piante la più famosa è indubbiamente la famigerata "mandragora", circondata dal mistero fin dall’antichità. Le leggende dicevano che cresceva ai margini dei patiboli e ai piedi degli impiccati, fecondata dal loro sperma secreto per effetto secondario della morte subitanea per strangolamento, e che per questo la sua forma ricorderebbe quella umana, con le radici biforcate simili ad un paio di gambe. Gli erbari medioevali attribuivano poteri prodigiosi a tutte le parti di questa pianta, ma nel Rinascimento tali credenze vengono contestate; il Donzelli e il Mattioli le deridono, mentre l’"Antidotario Romano" si limita a descrivere questa pianta senza commenti. Oggi sappiamo comunque che essa era allora usata per le sue reali proprietà di antispastico e di sedativo, e il cartiglio di un vaso di maiolica cinquecentesco ne indica dunque la presenza anche nella Farmacia di Santa Fina.
Le erbe che servivano alla spezieria erano raccolte da varie persone, in genere donne, che venivano denominate "radicciaie" o "erbolaie", e che per tale attività venivano regolarmente pagate alla consegna della merce. Sia nel Cinquecento che nel Seicento troviamo notizie di pagamenti per rifornimenti di materiale vario raccolto.
Nel libro dei conti del 1669 troviamo ad esempio scritto: "Dì 6 Aprile 1669, lire 5 e soldi 10 per costo di libbre 60 acetosa, libbre 23 bettonica, un fascio di luppoli, libbre 23 radichio, contanti a Verzinia e sua figlia" (le erbolaie del caso). Queste persone, definite anche "cercatrici di semplici", non raccoglievano solo le erbe, ma portavano alla Spezieria anche altre cose, come mignatte o sanguisughe (utilizzate per i salassi) e scorpioni (alla base del cosiddetto "olio di scorpioni"). Riscontriamo infatti altresì un pagamento di "lire dua soldi cinque contanti a Giuseppe Landi per n. 135 scarpioni" il 9 Agosto 1689.
I malati che avevano più floride possibilità economiche potevano usare invece delle erbe dei prodotti a base di pietre preziose. Così anche a Santa Fina troviamo smeraldi, granati e rubini accanto a malachiti, lapislazzuli, diaspri e coralli meno pregiati. Tali pietre venivano ridotte in polvere nei mortai e entravano in composti molto costosi e di particolare valore terapeutico. Le gemme attuavano un tipo di terapia astrologica, applicazione in campo farmaceutico dei principi filosofici propri della tradizione ermetica. Secondo tale concezione vi è perfetta corrispondenza fra macrocosmo (Universo) e microcosmo (Uomo): "quel che sta in alto è simile a ciò che sta in basso", sentenzia la "Tabula Smaragdina". Da questa corrispondenza discende, anche dalla scienza araba, il rapporto complesso fra medicina, astrologia e alchimia, e cioè fra le costellazioni, i pianeti, il corpo e la psiche dell’Uomo. Infatti gli esseri viventi sarebbero governati dalle stelle e vi sarebbe un rapporto fra il corpo umano e i segni zodiacali, ognuno dei quali presiederebbe ad una parte di questo: l’Ariete la testa, il Toro la gola, e così via. A seconda della disposizione delle costellazioni nel tema della nascita di ciascun uomo sarà possibile individuarne i punti fisiologicamente esposti alla malattia. Le pietre che in base alla tradizione scaturita da Aristotele e dal "tre volte grande" Ermete Trismegisto (si ricordino le sue "Kiranides") avevano immense virtù specie se collocate sotto il giusto segno astrologico, possedevano la forza delle stelle e trasmettevano dunque al malato curato con esse le loro particolari virtù riportando nell’organismo l’equilibrio perduto.
Queste gemme potevano costituire dei gioielli-talismano da portare addosso con la funzione di prevenire le malattie, oppure potevano essere polverizzate nel mortaio in una forma farinosa, unite ad olio e sostanze vegetali e minerali varie e dare così origine ad "elisir", "elettuari" ed altre cose del genere.
Molto usati a tal fine i coralli che fin dall’antichità si ritenevano avere particolari proprietà benefiche probabilmente per il colore rosso evocante il sangue e che dunque "per similitudine" si ritenevano atti a proteggere dalle malattie che lo riguardavano. Alle virtù dei coralli si credeva anche nel Rinascimento. Il Donzelli dava infatti la seguente ricetta per prevenire l’epilessia (il "mal caduco") nei neonati: "10 grani di polvere di corallo rosso, dati da bere assieme al latte materno". Sempre a suo dire il corallo frenava le emorragie di tipo mestruale e polmonare. Dal canto suo il Mattioli, nei suoi "Discorsi", sosteneva l’efficacia del corallo non solo per prevenire l’epilessia, ma anche contro la caduta dei denti, le malattie polmonari e quelle derivate da lesioni, nonché come amuleto per proteggere i bimbi dal malocchio. Alla Spezieria di Santa Fina troviamo poi preparati a base di perle e perle conservate intere. Queste, secondo il Donzelli, favorivano la presenza di latte nelle puerpere, e così pure servivano nelle cardiopatie e in certe malattie degli occhi. Nella Farmacia ne sono state trovate diverse bucate da parte a parte e questo autorizza ad ipotizzare che qualche cliente, non potendo pagarsi preziosi medicamenti in danaro sonante abbia portato la propria collana allo speziale o per utilizzare le proprie perle come cura invece che come ornamento ovvero come "scambio in natura" a fronte di altri costosi farmaci ed elisir.
Diamanti, agate e zaffiri legati al braccio sinistro servivano da antidoto contro i veleni. Lo smeraldo era simbolo di verginità e si pensava che fosse utile contro la lebbra e la peste, nonché per favorire il parto. Il rubino era invece ritenuto un rimedio contro la peste, la libidine e la malinconia, mentre i granati (portati al collo o bevuti in polvere) erano considerati ottimi cardiotonici. Naturalmente, in luogo di tali costose pietre i popolani si potevano curare con succedanei, medicamenti meno costosi a base di erbe e composti diversi. Era molto diffuso l’uso di acque distillate a base di varie erbe. Nella Farmacia ne sono indicate una ventina nei cartigli di altrettante brocche. Fra queste, diffusissime e usate per secoli, l’acqua di "melissa", di "invidia", di "piantagine", e di fior di sambuco o di menta. Tutti composti a base vegetale dipendenti dalle capacità curative delle varie piante e non troppo dissimili da quelli oggi reperibili nelle moderne erboristerie. Altri composti erano poi i vari sali: ed ecco dunque il "sale di Marte", il "sale di assenzio", il "sale di ginestra" e la "tuzia preparata".
Di questi va detto che ad esempio il "potassio fosfato" è ancora riportato nei testi di chimica farmaceutica come efficace lassativo. Molto usati a fini curativi a livello popolare anche il "pepe" (specie quello bianco), certe spezie e vini come la "vernaccia" e il "vino greco".
Fra le forme farmaceutiche ormai scomparse abbiamo invece i cosiddetti "trocisci". Il nome deriva dal greco "trochiskos" (rotella), in quanto si trattata di una sorta di pillole preparate impastando vari ingredienti con mollica di pane ed acqua (ovvero altri liquidi). Se ne facevano così pezzetti di forma rotonda o a pinolo per poi seccarli e conservarli per un uso successivo nel tempo. Sempre nella Spezieria con ne stati trovati un buon numero di campioni fra cui quelli di "minio", di "Alhandal", di "vipera". I trocisci di minio erano a base di minio, cloruro, mercurio, mollica di pane ed acqua rosa contro "le ulcere sordide e callose"; quelli di Alhandal erano composti da polpa di coloquintide, gomma arabica e gomma adragante ed erano purganti utilizzati anche contro artrite, epilessia ed emicrania; quelli di vipera erano ovviamente realizzati con la carne di tale rettile ma in condizioni e situazioni precise ed è in particolare con essi che si produceva la famosa e popolare "teriaca", una sorta di panacea. Ma vanno ugualmente e doverosamente segnalati altri, non certo diffusissimi, rimedi esotici (per non pochi ma non certo per tutti, diremmo oggi), che in quanto tali erano ben noti e di grande valenza immaginifica: dall’"olio di scorpioni" al "sangue di drago", dalla "pietra di Bezoar" alla "mum(m)ia": tutti preparati decisamente sui generis e sostanzialmente in bilico fra farmacopea, mito, alchimia e magia naturale.
Anche se il discorso vale più che altro per quelli meno pittoreschi ed elaborati, i molteplici preparati della Spezieria hanno avuto varia diffusione ed utilizzazione fino al XIX secolo. Con essi si cercava di combattere le malattie più diffuse, generalmente dovute a insufficienze alimentari ed igieniche, e anche quelle più gravi come la peste disinfettando gli ambienti e tentando di curare bubboni e ulcerazioni quando ormai erano presenti. I procedimenti usati erano la distillazione, i decotti, le infusioni, le macerazioni in liquidi e grassi, così pure come si usavano sciroppi, locchi, giulebbi, impiastri, unguenti ed altro che erano indicati nei testi farmacopeici. I prodotti venivano facilmente reperiti perché le campagne della Toscana erano piene di erbe aromatiche mentre altre venivano coltivate negli stessi orti botanici, e anche perché il commercio toscano era estremamente attivo. In città, nella grande Firenze, ci si poteva servire dallo speziale Pinadori o in spezierie importanti come quella di Santa Maria Novella, che esiste ancora oggi all’angolo con Via della Scala e produce tuttora elisir, balsami, cosmetici e famosi profumi (regolarmente acquistati anche da Elisabetta II d’Inghilterra). Sempre a Firenze esistono oggi altre farmacie antiche che hanno conservato suppellettili e attrezzature, ma certo il laboratorio più insolito è quello che si trova in Via dei Cimatori presso Palazzo Vecchio: negli antichi scaffali vi si trovano ancora prodotti per le prescrizioni galeniche, sostanze minerali e vegetali rare e in vetrina, con storte ed alambicchi, campeggiano ancora la Mandragora e il Sangue di Drago.
Tornando alla Spezieria di Santa Fina e al suo declino, era inevitabile che nel generale clima di razionalismo montante e di graduale sviluppo della rivoluzione industriale quanto essa ospitava cedesse infine il passo nell’Ottocento alle emergenti terapie scientifiche da un lato, confluendo nondimeno, dall’altro, in una realtà indubbiamente subalterna che sarebbe però errato e superficiale definire arrogantemente "sottocultura": quella, cioè, propria dei tuttora diffusi e mai sopiti rimedi popolari caratteristici dei cosiddetti "guaritori di campagna". Espressione caratteristica sì della semplice realtà rurale, ma - lo si ricordi - in buona parte rifacentesi proprio alla genuina e tutt’altro che irrilevante eredità tradizionale di quasi un millennio di medicamenti, elisir e terapie in bilico fra la missione di Ippocrate, i precetti galenici, l’alchimia, la magia naturale e la medicina moderna.
Una eredità che la recente "riscoperta" della Farmacia di Santa Fina ci mostra con un suggestivo spaccato che non si può non definire illuminante.

LA POTENTE "TERIACA"
I "trocisci" di vipera erano preparati con carne di questi rettili raccolti in luoghi lontani dal mare al termine della primavera escludendo le femmine munite di uova. Delle vipere si usava la parte centrale escludendo testa, pelle e grasso, cuocendo il tutto e pestandolo in un mortaio fino a farne trocisci fatti poi seccare per 15 giorni in un ambiente esposto a mezzogiorno.
Con essi si poteva dopo preparare la costosissima "Teriaca", uno dei medicamenti più popolari e famosi dell’antichità e che equivaleva ad una specie di panacea universale. Si trattava di un "elettuario", cioè di un composto di numerosi elementi (una settantina fra animali, minerali e vegetali ivi compresi zafferano, anice e valeriana) in base alle indicazioni di Galeno. La preparazione era fatta in pubblico per evitare sofisticazioni.

DALL’OLIO DI SCORPIONI AL "SANGUE DI DRAGO"
Animale pieno di valenze negative, secondo il principio "similia similibus curantur" lo scorpione si riteneva in grado di curare morsi e punture di animali velenosi. Il Ricettario Fiorentino consiglia di preparare l’olio di scorpioni con una settantina di esemplari messi a macerare per 30 giorni al sole in due libbre d’olio di mandorle amare. Il Mattioli fornisce invece un’altra ricetta, prevedente 3000 scorpioni catturati al culmine dell’estate e lasciati a macerare in olio di hiperico. Comunque sia, esso avrebbe risolto avvelenamenti, calcolosi, affezioni vescicali e altro ancora. Il "Sangue di Drago", come dice il Ricettario Fiorentino, era "gomma di un albero che nasce nelle Isole Canarie". Andava usata "quella di color rosso acceso, trasparente e frangibile detta sangue di drago in lacrime". Le leggende antiche risalenti a Plinio volevano invece tale sostanza grumi del sangue di un ferocissimo drago. La realtà ci è però svelata dal Donzelli e dal Mattioli.

LA "PIETRA DI BEZOAR" E LA "MUM(M)IA"
Per Rhazes un eccezionale controveleno, per Marsilio Ficino una pietra con cui "sarebbe stato sicuro di tutto chi l’avesse avuta". In realtà la misteriosa "Pietra di Bezoar" era solo un calcolo epatico di cammello. Attenzione, però. Oggi sappiamo che i calcoli dei ruminanti contengono la colestrina, e colestrina e sali biliari sono da considerare vaccini chimici del veleno di vipera ed eliminano la tossicità delle saponine e sapotossine. Gli alchimisti e gli speziali mediovali e rinascimentali, dunque, la sapevano davvero lunga...
Un discorso a sé merita la "Mum(m)ia", che si riscontra anche a Santa Fina. Era una sostanza nerastra costosissima, rarissima (e dal valore curativo più che contestato), che si presentava in forma molle o secca (secondo il Benedicenti), ovvero un composto simile a pece marina ottenuto secondo Rhazes dall’unione dell’umore che cola dai cadaveri con l’aloe con cui i feretri sono trattati in Egitto; in pratica una specie di bitume dalle valenze necrofi le forse finalizzato per sua natura ad esorcizzare la morte sempre in agguato. Fino al XVIII secolo se ne è comunque parlato, sia per il balsamo di Rinerio che per quello del Conte di Cagliosto, il "Gran Cofto". Circa la sua effettiva validità curativa, no comment...

I POTERI DELLO ZAFFERANO
Scrive Marcantonio Montigiani, medico sangimignanese: "Lo zafferano... ha la virtù di confortare, la freddezza del cuore e dello stomaco... e vale contro a coloro che hanno gli occhi rossi e sanguinosi...". Quindi suggerisce: "Prendete polvere di zafferano orientale, mischiate con tuorlo d’uovo e ponete sopra gli occhi: la malattia fa passare...".
Per Avicenna per le donne: "quando se ne beve cum il vino inebria, provoca mestrui e fa uscire il feto dal corpo facilmente...".
Introdotto dagli Arabi e apprezzato, per il solo fatto di essere costoso (donativi di esso erano offerti a re, imperatori, città, alti personaggi, consoli e via dicendo) non poteva che essere associato a qualità positive e curative ed inserito a pieno titolo nella farmacopea. A livello gastronomico, comunque, specie con il riso, non c’è nulla da dire...

Bibliografia:
AA.VV. - "Una farmacia preindustriale in Valdelsa: la Spezieria e lo spedale di Santa Fina nella città di San Gimignano dal Sec. XIV al Sec. XVIII", Catalogo della Mostra omonima curata e allestita per la Sovrintendenza Archeologica per la Toscana da Mario Pagni, San Gimignano 1981.
Malenotti - "Vita di Santa Fina con notizie storiche di San Gimignano", San Gimignano 1836.
Battistini - "Gli Spedali dell’antica diocesi di Volterra", Pescia 1932.
Ciasca - "L’arte dei medici e speziali nella storia e nel commercio fiorentino dal Sec. XII al Sec. XV", Firenze 1927.
De Martino - "Magia e civiltà", Milano 1972.
Vannini - "La maiolica di Montelupo", Montelupo 1977.
Chellini - "Inventario degli oggetti del museo civico", San Gimignano 1930.


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