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BOMARZO: UN CONTESTO ARCHEOLOGICO SENZA TEMPO

Tracce di una civiltà perduta nel Lazio.

di Alessandro Marcon

![[sito archeologico di Vitozza - 44K .jpg]](bomaf10p.jpg)

Continuando il nostro viaggio alla ricerca delle antiche testimonianze del Lazio, giungiamo nella località di Bomarzo, nel viterbese, nota principalmente per la presenza del cosiddetto "Parco dei Mostri" voluto da Vicinio Orsini nella seconda metà del ‘500, ma vi è un altro sito poco noto e di estremo interesse.
Nei suoi pressi, al di là di un vallone, si possono notare una serie di "grotte" che si aprono sul fianco della collina. Andando a vedere da più vicino, risulta evidente che si tratta di cavità artificiali, simili ad altre considerate luoghi sepolcrali etruschi.
Ma andiamo a verificarne le caratteristiche. La loro natura ed il loro posizionamento ci possono già dare un’idea della loro antichità geologica.
Vediamo infatti che sono attualmente dei "buchi" aperti che si affacciano sul vallone sottostante. Se questi sono nati come siti ipogei, è evidente che, se dovevano essere completamente sotterranei, l’unica possibilità che si presenta per spiegare come adesso siano alla luce del sole è che la naturale erosione del declivio della collina, causando un serie di frane, le abbia portate progressivamente allo scoperto. Ma di fronte c’è adesso il vuoto!!! Risalgono quindi a quando il vallone ancora non esisteva e tutta l’area era sotterranea. Tale considerazione può far risalire la loro età geologica ad almeno 30/40.000 anni, quando ha cominciato l’evoluzione idrogeologica del territorio.
La peculiarità di tali "grotte" fa inoltre escludere che possano essere state ideate a fini sepolcrali; vediamo infatti come esse siano state scavate "circolarmente" e lo stesso "letto funerario" (tipico delle tombe etrusche) sia semicircolare. Risulta quindi impossibile che sia stato concepito per ospitare un sarcofago, in quanto tale forma non consente in alcun modo il suo posizionamento. Anche l’ipotesi d’uso di tale "pedana" come sedile non trova un riscontro logico, infatti la curvatura della parete avrebbe reso difficoltoso, se non impossibile, il sedervisi. Quindi avevano altro scopo, ed uno scopo "molto" antico. La presenza di un "passante" fa pensare che questi sia funzionale all’uso.
In un’altra "grotta" semisferica, notiamo delle tracce e delle lavorazioni particolari. Innanzitutto, anche in questo caso, la presenza di un "letto" circolare la cui funzione non può essere allacciata, per le motivazioni addotte in precedenza, ad un suo uso "storico". Anche qui caratteristica la presenza di diversi passanti posti per tutta la lunghezza della "pedana", all’inizio come anche alla fine. Una piccola nicchia di forma molto particolare e scavata in modo regolare si apre su una parete. Viene da pensare, anche in questo caso, che tale nicchia ed i passanti fossero funzionali all’uso del sito.
Proseguendo la visita, sempre in posizione aperta sulla vallata, ci sono altre "grotte" con centinaia di colombari (elementi definiti tipici di siti sepolcrali) la cui attribuzione ufficiale qui cade decisamente. È infatti evidente che tale sito (per le ragioni precedentemente esposte) non possa essere stato sotterraneo in tempi storici, ma la motivazione principale è che troviamo diversi tipi di colombari: triangolari, quadrati e semicircolari. Tale diversità ci fa capire che non potevano essere stati fatti per ospitare lo stesso oggetto, bensì la loro forma era evidentemente voluta per ospitare un "qualche cosa" che avesse quella precisa forma e che fosse anche funzionale al sito. Cade quindi l’ipotesi che fossero stati concepiti per ospitare colombi, in quanto non si vede la necessità di dare alloggi diversi ad uccelli cui sarebbe stato sufficiente un semplice buco ricavato nella parete. Anche la funzioni di alloggi per urne cinerarie non regge sia per la controversa datazione (vedi di seguito), sia per la loro forma, il che fa desumere che tale uso, anzi "ri-uso" (se mai vi sia stato), sia successivo. Particolare è una nicchia a forma di quarto di sfera che non ha alcuna utilità sepolcrale ma è comunque allacciata ad una serie di "colombari".
Da rimarcare il fatto che questo sito definito "colombario" (datato in periodo etrusco) sia identico ad un altro nella zona archeologica di Vitozza, nel grossetano.
L’oggetto della controversia è la datazione dei due siti, essendo quello di Vitozza, in base a ritrovamenti fittili, datato neolitico-eneolitico, cioè l’inizio dell’età del rame, parecchi secoli prima della necropoli di Bomarzo.
Queste datazioni sono totalmente inattendibili se si considera che i due siti sono identici e vanno riferiti indubbiamente alla medesima epoca e alla medesima popolazione costruttrice.
Quale sarebbe stato, inoltre, l’uso di un tale sito da parte di popolazioni dell’età della pietra?
Si possono a questo punto avanzare delle ipotesi.
La lavorazione presente in questo sito particolare può essere eseguita in modo così regolare solo con l’ausilio di apparecchiature che oggi definiremmo "tecnologiche", visto che è escluso l’uso di picconi e/o scalpelli o simili e che non può essere accettata la loro destinazione a fini sepolcrali. La stessa presenza del passante (visto all’inizio) fa pensare che in esso potesse passare solo qualcosa di flessibile, collegato evidentemente alla nicchia.
Quindi, per quanto fantascientifica e anticonvenzionale possa apparire, l’idea che avanza prepotentemente è quella che tale sito abbia ospitato in un remoto passato macchinari di tipo tecnologico adoperati da una civiltà avanzata estintasi durante l’ultima era glaciale!
Ipotizzando infatti una colonizzazione ipogea da parte di una civiltà avanzata, questa avrebbe dovuto sopperire alle sue necessità primarie: luce, acqua e cibo tramite l’uso di apparecchiature complesse e tecnologicamente avanzate e, probabilmente, avrebbe anche avuto bisogno di luoghi o, come diremmo oggi, "laboratori" di ricerca.
Potrebbero quindi essere queste le tracce rimaste degli alloggiamenti di tali macchinari?

Rif.: http://www.ricerchediconfine.3000.it/

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