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n° 9 Mag./Giu. 2003

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UNA LENTE SUL MISTERO

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[La "Stele della Carestia" - 42K .jpg] [Uno stralcio della trascrizione della "Stele della Carestia" - 68K .jpg] [Alcune colonne della "Stele della Carestia" - 47K .jpg] [Il potere dissolutivo di alcune sostanze - 54K .jpg] [Identificazione di acidi carbossili in diverse piante dell'antico Egitto - 57K .jpg] [Raffigurazioni di come potevano essere costruiti blocchi di calcare - 44K .jpg] [Una costruzione piramidale calcarea creata dal Prof. Davidovits - 51K .jpg]
 

Denominata "Stele della Carestia", questo blocco di pietra venne scolpito in epoca relativamente recente, durante le dinastie Tolemaiche (~200 a.C.), ma certi indizi indicano che possa essere in parte la ritrascrizione di documenti molto più remoti risalenti all’Antico Regno (2.750 a.C.). Incapaci di porre rimedio ad una vasta carestia che imperversava nel regno gli scribi tolemaici avrebbero ricercato responsi in antichi documenti trovando una risposta nella grande libreria di Ermopoli. Durante il regno del Re Zoser (2.500 anni prima) si era verificata una carestia simile la cui soluzione era stata data dal dio Khnum. Ciò portò probabilmente alla ritrascrizione di antichi documenti sulla Stele della Carestia.
Secondo l’egittologia ufficiale l’utilizzo di pietre prima del regno del faraone Zoser non era molto comune, i corpi dei grandi dignitari veniva inumati in sepolcri conosciuti con il nome di Mastabe. Con l’avvento di Zoser assistiamo però ad un vero e proprio sconvolgimento, non solo con la costruzione delle prime piramidi ma anche con l’edificazione di una quantità impressionante di templi e strutture civili.
Davidovits da tali assunti ha cercato di comprendere se le nozioni inserite all’intero della stele potessero essere alla base della costruzione geopolimerica (con il termine "geopolimerizzazione" si intende un processo chimico di aggregazione di minerali il cui risultato riproduce fedelmente e chimicamente una roccia partendo dai suoi costituenti base) delle rocce calcaree della piramide.
Dal punto di vista geochimico il 90% delle rocce presenti nella Grande Piramide è costituito da materiale di tipo calcareo mentre il restante 10% è costituito dal materiale "cementante" delle roccia.
Secondo Davidovits ci possiamo trovare davanti ad "ottime imitazioni di rocce" costruite con una tecnologia di non difficile reperibilità per gli antichi egiziani. Davidovits è riuscito a riprodurre fedelmente rocce calcaree partendo dai loro costituenti base. Osservando le proprietà disgreganti di acidi presenti anche presso le antiche dinastie egiziane Davidovits ha proposto un modello chimico che, anche se estremamente avversato, ha ottenuto ampio successo nel mondo della ricerca e della chimica. L’acido formico, l’acido ossalacetico, l’acido acetico, l’acido idrocloridrico sono in grado di "disciogliere" letteralmente una pietra fino a farla diventare una sostanza simile al fango. Quasi come se sottoposta ad un rito magico, questa sostanza, se riarricchita con polvere di granito, insieme ad alcuni estratti vegetali, riassume, solidificandosi, l’aspetto e la composizione di un blocco di granito naturale (per una spiegazione dettagliata e completa del procedimento rimandiamo il lettore agli attenti ma specialistici "papers" inseriti dal Prof. Davidovits all’interno del suo sito Internet: www.geopolymer.org). Migliorando e collaudando questo procedimento Davidovits, nel corso degli anni, è riuscito a riprodurre fedelmente blocchi di granito anche di diverse tonnellate in tutto e per tutto uguali a quelli utilizzati per la costruzione delle piramidi o di templi egiziani.
Se questo metodo sembrerebbe, in prima analisi, poterci spiegare come le piramidi sarebbero state costruite, dobbiamo altresì essere molto attenti e rigorosi per quanto il passato ci ha preservato fino ad oggi. Sembra infatti fuori discussione che debba essere trovata una via "super partes" tra gli studi condotti dal Prof. Davidovits e quanto l’egittologia ufficiale ci presenta. La geopolimerizzazione ci permette di capire come le pietre potrebbero essere state "assemblate" negli strati alti della piramide, per esempio, ma le testimonianze e gli antichi documenti ci indicano senza ombra di dubbio come non oltre 30.000 uomini fossero gli artefici reali della Grande Piramide.
Forse le assunzioni di Davidovits sono state troppo totalitarie e generalizzate, non prendendo in considerazione alcuni dati sicuri che ci vengono dall’egittologia, ma riteniamo non si debba negare o avversare a priori questo nuovo approccio poiché sarebbe in grado di spiegare molte più anomalie di quante ne possiamo immaginare.
Uno scenario in cui al normale iter costruttivo si può affiancare questo sistema di costruzione ci permetterebbe di capire, e comprendere appieno, come questi monumenti siano stati eretti nella loro maestosità. Forse è oggi troppo semplice, con i progressi quasi giornalieri della scienza, teorizzare e connotare determinate scoperte nel passato, ma nulla vieta di ritenere, che come nel caso delle pile di Baghdad (che sicuramente ebbero un utilizzo limitato all’ambito sacerdotale (3)) una forma particolare di costruzione magico-religiosa di pietre ex-novo possa aver costituito la base per la costruzione o l’ultimazione degli antichi monumenti lasciati dal popolo egiziano. Nulla lo vieta e non poche prove sembrerebbero dimostrarcelo.

Note:
3. Se le pile di Baghdad fossero state di comune utilizzo nell’antichità non avremmo oggi conoscenza solo di due esemplari che si suppone siano ancora conservati al museo di Baghdad, guerra permettendo.


									

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