
GLI UFO DI MONTUHOTEP IV
di Michele Manher (Prima Parte)

Durante una spedizione armata nello Ouadi Hammamat, ordinata da Montuhotep IV, ultimo faraone della XI Dinastia (1998-1991 a.C.), gli egiziani furono testimoni di "apparizioni divine" che segnarono profondamente la loro vita e, forse, la Storia dello stesso Egitto.

Il racconto di quello che successe allora è inciso ancora oggi sulle rocce dello Ouadi Hammamat, nella regione ad est di Coptos, in Egitto.

"Il carro magico di Hor, figlio di Paenshu, correva nel cielo sotto le nuvole e non perdeva tempo nel muoversi, durante la notte, verso il paese dei Nubiani.
S’impadronirono del re e lo portarono in Egitto; fu percosso con cinquanta colpi di bastone chiaramente al cospetto del faraone, quindi lo riportarono in Nubia in sei ore.
[...]. Il re (della Nubia) era molto preoccupato e fece condurre al suo cospetto (il mago) Hor, figlio della Nubiana, e gli disse: '...Per Amen, toro di Saba (Meroe), mio dio, se tu non saprai salvarmi dal carro magico del popolo egiziano, ti farò fare una brutta morte tra i tormenti!'"

Queste parole, scritte in ieratico, si trovano in un papiro custodito oggi al British Museum (D.C. IV) e indicato col nome di Setne II. Si tratta d’una copia, eseguita nel II secolo d. C., d’un papiro molto più antico, che risale all’epoca di Ramses II, in cui viene narrata una favola a carattere magico-fantascientifico (un genere molto gradito al pubblico egiziano d’allora) il cui scopo è celebrare la grandezza dell’Egitto; naturalmente l’immancabile vittoria finale di chi sta dalla sua parte è identificata, tout-court, con la vittoria delle forze del Bene.
Nella nostra Era il racconto di genere fantascientifico, iniziato con i romanzi di Giulio Verne e di E. G. Wells, nasce dall’idea di sfruttare, in modo fantastico appunto, lo stupore destato dalle scoperte scientifiche e dalle innovazioni tecnologiche della nascente civiltà industriale, nella società europea di fine Ottocento. Quando non c’era questo input in Europa, nessun racconto fantastico conteneva elementi narrativi a sfondo tecnologico: non certo le fiabe di La Fontaine, nelle quali troviamo i problemi di pubblica moralità che aveva la Francia del ‘600; non quelle dei fratelli Grimm, che affondavano le loro radici nelle saghe germaniche e nella letteratura medievale tedesca, in una Germania che, nel primo Ottocento, era intrisa di romanticismo e nascenti fermenti nazionalistici; non le fiabe veriste di Luigi Capuana, nelle quali si riverbera la Sicilia verghiana degli umili e dei Malavoglia.
Ebbene, nell’Egitto di Ramses II da dove potevano venire in mente, al primo autore della fiaba Setne II, le fantasie "ufologiche" che abbiamo appena letto?
Quello sconosciuto scrittore aveva forse visto un Tomcat della U.S. Navy in volo da qualche parte, o un Harrier, o un F 15?
Da dove gli era venuto in mente che poteva esistere un apparecchio che, oltre a volare "in cielo, sotto le nuvole", era in grado di coprire la distanza Menfi-Meroe, andata e ritorno (compresi i tempi d’atterraggio, cattura del re nubiano e decollo) in sole sei ore?
Sono domande alle quali nessuno può rispondere, anche se in verità esistono documenti, nell’antico Egitto, che ci parlano di contatti con "oggetti volanti non identificati". I governanti di 4000 anni fa, a differenza di quelli odierni, non negavano quei fatti, ma li presentavano al popolo come manifestazioni di qualcosa che, per gli egizi d’allora, doveva essere, ufficialmente almeno, non l’espressione d’una tecnologia avanzata ma d’un potere soprannaturale, una manifestazione del dio che protegge e difende il re.
I documenti che attestano questi contatti con oggetti iper-tecnologici dunque non solo esistono, ma sono ufficialmente riconosciuti dagli egittologi come assolutamente autentici, catalogati e classificati nei musei e nei siti archeologici.
Di uno di questi ho già parlato in un mio precedente lavoro ed è la stele di Gebel Barkal di Thoutmosis III. Un altro ancora è stato rinvenuto tra le rocce dello Ouadi Hammamat, e descrive una spedizione armata condotta in quei luoghi per ordine del faraone Montuhotep IV (1998-1991 a. C.).
Il "Canone di Torino", così come succede per altri faraoni, non parla affatto di questo sovrano, ed i suoi sette anni di regno sono descritti come "sette anni vuoti". Anche le liste di Abido e di Saqqara non ne fanno menzione e tuttavia l’esistenza di questo re ci è nota non solo da frammenti di vasellame ma soprattutto da una serie d’iscrizioni: alcune di queste sono nello Ouadi el Hudi, a poca distanza da Assuan. Là un funzionario di questo re, nei primi due anni del suo regno, s’era recato con l’incarico di trovare delle ametiste.
Altre iscrizioni, più celebri, si trovano nello Ouadi Hammamat, l’altopiano del deserto orientale ad est di Coptos, nella tebaide. La più breve di queste riguarda un Comandante dell’esercito, un certo Senekh, che ricevette dal suo sovrano l’incarico di mettere in sicurezza, con le buone o con le cattive, la strada che andava da Coptos al mar Rosso.
Da questa narrazione possiamo dedurre che la spedizione ordinata dal precedente sovrano Montuhotep III, cinque anni prima, evidentemente non aveva risolto tutti i problemi. Questo re infatti, - come ci narra un’altra lunga iscrizione dello Ouadi Hammamat - aveva inviato negli altopiani orientali l’intendente Henenu con l’ordine d’imbarcarsi, raggiunto il porto di Quseir, per il paese di Punt. Ma prima d’arrivare al Mar Rosso, Henenu dovette impiegare i 3000 soldati messi a sua disposizione dal re, per liberare la strada dagli attacchi dei Trogloditi abitanti delle Highlands. Proseguendo per la costa, i suoi ingegneri avevano anche individuato, e fatto scavare, 12 pozzi d’acqua lungo la strada. Quando Henenu raggiunse il mare, s’imbarcò con i suoi e veleggiò verso sud, verso Punt. Al ritorno, con gli asini già carichi d’incenso e mirra, ordinò l’estrazione dalle cave di pietra dei blocchi di scisto e ardesia necessari per scolpire le statue, che il re voleva collocare nei templi. Cinque anni dopo un nuovo comandante, Senekh, ha ancora gli stessi problemi di Henenu; anche lui, inoltre, afferma di "aver reso verdi le loro valli e di aver aperto pozzi d’acqua nelle alture".
Questa frase doveva essere un’espressione rituale dal momento che la ritroviamo ripetuta ancora, per la terza volta, un anno dopo, quando a guidare la spedizione non c’è più Senekh (che fine avrà fatto?) ma il rampante ed aggressivo visir Hammamat, vale a dire la persona che di lì a qualche anno avrebbe finito con lo sbarazzarsi anche del suo sovrano, fondando così la XII dinastia.
Il gruppo d’iscrizioni relative alla spedizione guidata da Amenemhat reca la data del secondo anno di regno del faraone Nebtauira Montuhotep IV. È un documento ampio ed articolato, diviso in quattro paragrafi, in cui sono descritti, tra le tante cose, anche fatti ed eventi che ancora adesso, a 4000 anni di distanza, sembra difficile riuscire a spiegare, ora come allora, con le categorie di pensiero che appartengono all’esperienza ordinaria. Ma procediamo con ordine.

Agli inizi del ‘900 James Henry Breasted pubblicò la sua traduzione di queste iscrizioni nella sua opera "Ancient Record of Egypt", 5 voll., Chicago 1906, I vol., §§ 435-453. Secondo ciò che dice egli stesso nelle note a pie’ di pagina, il testo geroglifico da lui tradotto è quello pubblicato da Carl R. Lepsius nel "Denkmaeler", II sez., tav. 149 c, d, e, f. Lepsius, quando ricopiava i geroglifici, non li trascriveva sempre nel modo corretto, ma questo è un fatto noto agli egittologi che, per essere sicuri di tradurre bene le sue ricopiature, devono fare ricorso ad altre fonti.
Nel nostro caso vediamo ad esempio, nella tavola 149-d della II sez. del "Denkmaeler", che nel rigo 7 manca il geroglifico "mwt", "madre"; il geroglifico precedente, che indica il dio Min, è illeggibile; all’inizio del rigo 13, nella parola "menkh", "ricompensare", il determinativo "md3t", "rotolo di papiro", sembra l’ideogramma di "š", "lago"; subito dopo, al posto di un’aquila Lepsius disegna un avvoltoio; alla fine del rigo la parola "menw", "monumenti", non è scritta col pulcino di quaglia "w" ma con la civetta "m"; sempre nella stessa parola, il determinativo "md3t", "rotolo di papiro" ancora una volta sembra scritto come se fosse l’ideogramma di "š", "lago". A causa degli errori e dell’illeggibilità in diversi punti delle trascrizioni di Lepsius, Breasted avrebbe dovuto essere costretto a "saltare" la traduzione di questo o quel geroglifico, ma in realtà lui quei geroglifici li traduce quasi tutti, e correttamente; non traduce affatto, invece, interi righi del documento, come evidenziato nella tavola con l’ombreggiatura in rosso. I motivi che Breasted adduce per giustificare questo suo modo d’agire sono del tutto evanescenti: nel § 441 del I vol. di "Ancient Record of Egypt" (op. cit.) al termine d’una sequenza di puntini di sospensione, rimanda con la nota (c) ad una spiegazione a pie’ di pagina che dice: "eulogistic epithets of the god"; più avanti, per giustificare un’altro "salto" di traduzione, spiega alla nota (f ): "determinative house".
Ecco una traduzione, mia, della tavola 149-d, che Breasted aveva intitolato "The Official Tablet", nella quale ho evidenziato in rosso le frasi che lui non ha tradotto; in questo modo chi legge può verificare subito se si tratta di "epiteti eulogistici", "determinativi" o altro:

"Anno secondo, secondo mese di Achet (Inondazione: estate-autunno), 15° giorno (5 settembre) dell’Horo 'Signore delle Due Terre', le Due Signore 'Signore delle Due Terre Oro degli dei', Re dell’Alto e del Basso Egitto, Nebtauira, figlio di Ra Montuhotep (IV), che viva in eterno.
1Per ordine di sua maestà fu posta questa stele votiva per il padre Min, Signore del deserto orientale, in questa montagna 2sacra.
Pane sacrificale (fu offerto) di fronte ad Iside, nella terra dell’orizzonte orientale, dove abita il dio Horus. La grande casa della dea vede fare un giuramento per il giovane Horus 3che le dee proteggono nella palude verde (il Delta): essendo questo dio senza il suo santuario, quale gioia prova la Signora che governa 4gli altopiani orientali?
Voglia il cielo soddisfare lui (il re) affinché possa pregare il dio secondo il desiderio del suo cuore, come fa 5un re che siede sul grande trono, il primo dei troni, duraturo nei monumenti, dio perfetto, signore della gioia, 6potente nella paura, grande nell’amore, erede discendente di Horus nelle sue Due Terre, 7allevato dalla divina Iside, che Min e Mut, la grande di Magia, (posero) sopra il reame 8di Horus, le terre bagnate dalle acque del Nilo: il re dell’Alto e del Basso Egitto Nebtauira, vivente come Ra in eterno.
9Egli dice: 'stabilisce la mia maestà di mandare il principe ereditario, governatore della città, visir, sovrintendente 10dei lavori del re, unico amato Amenemhat, con un esercito di 10.000 uomini, 11(provenienti) dai Nomoi del sud e del Medio Egitto, dalla città della Terra del Sud e dalla fertile terra 12del Nomo di Ossirinco, per portare per il bacino sacro una pietra di grande valore, pura, che è in questa montagna dono 13generoso del dio Min. (Ed inoltre) ricompenserò essi per un sarcofago memoriale per l’eternità insieme ai palazzi 14ed i templi del Medio Egitto.'
Per questo li inviò il re che governa le Due Terre, 15cosiché fosse portato per lui stesso ciò che desiderava il suo cuore, dagli altopiani di suo padre Min. Lui (il re) costruisce nel suo palazzo 16per suo padre Min di Coptos, Signore degli altopiani, che predomina sui Trogloditi.
Col passare del tempo che lui abbia vita, (celebrando giubilei) molto grandi e vivendo come Ra, in eterno."

Quello che si può rimproverare a Breasted, tuttavia, è ben poco rispetto alle operazioni compiute su questo documento da Sir Alan Gardiner, nel suo celebre "Egypt of the Pharaohs. An Introduction", Oxford University Press, 1961. Nel sesto capitolo di questo suo pur sempre eccellente libro, Gardiner parla di questa iscrizione sostenendo che si deve dubitare del fatto che la spedizione sia stata realmente accompagnata da ventimila uomini. È vero; infatti il documento, come abbiamo visto, parla di diecimila uomini. Dunque non si capisce da dove può aver tirato fuori, Gardiner, la cifra di ventimila. Egli comunque è in buona compagnia: un altro celebre egittologo, Nicolas Grimal, nel suo celeberrimo "Storia dell’antico Egitto", Laterza, Bari 1998, scrive che Montuhotep IV mandò nel deserto orientale una spedizione di mille uomini.
Ovviamente parlano della stessa spedizione, quella avvenuta nel secondo anno di regno di Montuhotep IV, ultimo sovrano dell’XI dinastia. Parlano dello stesso sovrano, anche se Gardiner assegna come numero di successione a questo Montuhotep il III: nel suo modo di conteggiare, infatti, viene tenuto in diversa considerazione il fatto che nella lista reale della "Camera degli Antenati" a Karnak c’è un Montuhotep che, pur essendo indicato come "nomarca", è ritenuto lo stesso capostipite della dinastia dalla gran parte degli altri egittologi.
Naturalmente anche Grimal non si capisce da dove tiri fuori la cifra di 1.000 uomini; istintivamente, si è portati a pensare che qualcuno di loro stia parlando di cose che non conosce, e forse è così.
Continuando nella sua descrizione del documento dello Ouadi Hammamat, Gardiner sostiene poi che le incisioni raccontano d’una gazzella incinta che, anziché scappare davanti agli uomini, corre addirittura loro incontro per andarsi a sgravare - e qui siamo all’apoteosi dell’inimmaginabile - là dove questi stanno lavorando, cioè sulla pietra destinata a diventare il sarcofago del re. Parola di Sir Alan Gardiner. Non si sa chi, tra lui e Breasted, sia il vero autore di questa descrizione.
Come vedremo più avanti, nel testo geroglifico non esiste proprio nulla che possa indurre a pensare una cosa simile. Nella sua traduzione della tavola 149-c, al § 436 del I vol. di "Ancient Record of Egypt" (op. cit.), nella nota (b) a pie’ di pagina, a proposito della scelta d’una parola (sbagliata!) di traduzione Breasted scrive, quasi per lavarsene le mani, "Suggested by Gardiner". Forse questa sua ammissione vuole dire che la responsabilità di quell’incredibile "traduzione" non è soltanto sua?
Quell’opera infatti è un discorso senza senso, che non ha capo né coda ed è straordinariamente avulsa dai geroglifici del testo. In altre parole, è sconcertante opera di fantasia. Non può essere difficile, infatti, riuscire ad immaginare che, se una gazzella corre verso gli uomini - a meno di non voler scambiare un documento di Stato per una fiaba! - non lo fa per andarsi a sgravare, ma perché un terrore molto più grande le ha fatto perdere ogni altro freno inibitore, come quando un incendio nella savana fa scappare insieme, e tutti nella stessa direzione, prede e predatori.
Ecco cosa dice il testo, che è ripresentato più avanti in forma analitica:

Re dell’Alto e del Basso Egitto Nebtauira, che viva per sempre.
1[Prodigio] che [accadde] agli uomini [di sua maestà]. [Si discuteva (?)] l’imbarco di questi trogloditi [e mentre (?)] 2gli abitanti del deserto (erano in) ambasciata, una gazzella gravida era cacciata indietro da movimenti sopra di lei, verso le persone, in quanto che sopra di lei [era arrivato un dio eccelso (?)]. [Rivolgendo (?)] 3lassù gli occhi, il suo muso guardava [verso ciò che l’assaliva]. Non tornò indietro: [alle sue spalle sopra di lei (il dio) arrivò sul] posto, contro di lei (da) questa montagna sacra, 4così che divenne allora un corpo morto nel posto suo, in questo coperchio di questo sarcofago.
Prodotta questa morte sacra, (il dio) si diresse in alto; ed allora questo esercito del re 5guardò da vicino: (la gazzella) era uccisa, (con) il collo spezzato e l’aspetto tumefatto; quindi fu portato fuoco (purificatore).
6S’imbarcarono nelle navi facendo ciò in pace, vedi, ma per la maestà (= paura) di questo dio eccelso.

Le integrazioni tra parentesi quadre scritte in rosso sono la traduzione di quelle introdotte, nel testo geroglifico, da J. Couyat e P. Montet in "Les inscriptions hieroglyphiques et hieratiques du Ouâdi Hammâmât", 1912, tav. 37, n° 192, e riprese da Adrian De Buck nel suo "Egiptian Readingbook", Nederlands Instituut voor het Nabije Oosten, Leiden 1977, pp. 76-77.
Le integrazioni tra parentesi quadre scritte in carattere normale sono quelle introdotte da chi scrive. La trascrizione geroglifica del professor De Buck è molto precisa e puntuale in tutti i Paragrafi del documento e non contiene gli errori delle trascrizioni di Lepsius, tranne che in un solo caso: nel passo in cui, nel testo della tav. 149-c, si dice che: "prodotta questa morte sacra (il dio) si diresse in alto". Qui le parti s’invertono: adesso è Lepsius a trascrivere correttamente il geroglifico che simboleggia la "morte sacra", cioè una figura umana seduta sulle gambe con le mani raccolte sul grembo, mentre il professor De Buck "adotta" la lettura di Breasted e trascrive il geroglifico che simboleggia la donna che partorisce, cioè una donna seduta anch’essa, ma con le braccine del neonato e la testa che fuoriescono dal ventre, mentre le braccia sono chiaramente visibili ai lati del corpo, come nell’atto di sorreggersi a dei sostegni.
De Buck in verità ricorre ad una versione come di compromesso, lasciando cioè la figura con le mani sul grembo, ma disegnando le braccine e la testa del neonato sotto la figura. Vogliamo tradurre "partorire"?
Bene, allora si deve scrivere: "avendo prodotto questo parto, (la gazzella) s’allontanò verso l’alto". Ma come fa una gazzella ad allontanarsi verso l’alto? Forse "s’allontanò all’indietro"? Eh no!
Al rigo 3 c’è scritto che "non tornò indietro".
E poi come la mettiamo col geroglifico al rigo 4, "if" , che Wallis Budge, nel suo "Egyptian Hierogliphic Dictionary", alla pag. 43a, traduce "joint, ..., dead body"? Dead body rende molto bene l’idea perché vuol dire "corpo morto". Dobbiamo fare come fa Breasted, che di fronte a questa semplice, ineliminabile parola, si chiude gli occhi, le orecchie e la bocca?
Non c’è proprio modo d’uscirne: chi vuole nascondere la verità deve falsificare il documento.

In questo articolo viene trattato, per ragioni di spazio, solo il testo della tavola 149-c, che Breasted intitolò "the first wonder" (il primo prodigio); il testo della tavola 149-f, intitolato sempre da Breasted "the second wonder", e che fu sottoposto anch’esso, dalla premiata Ditta "Breasted & Gardiner", ad inconcepibili operazioni di chirurgia plastica, sarà presentato ai lettori nella
Seconda Parte.
Naturalmente anche questo documento, come tutti i geroglifici "sacri" redatti dagli scribi reali e dai sacerdoti, contiene una sua intrinseca ambiguità.
Per fare solo un piccolo esempio, spesso a dare un senso alle parole non sono i determinativi, quasi sempre clamorosamente omessi, ma il "contesto" in cui quella parola è collocata e che è a sua volta intrecciato con il modo di ragionare degli antichi egizi.
Il caso più clamoroso ed emblematico, secondo me, si trova a questo riguardo nella tavola 149-f quando, proprio alla metà del settimo rigo, s’incontra la parola . Questa parola, da sola, non ha alcun significato, ma ne acquista uno solamente in funzione del determinativo che l’accompagna: se è seguita dal simbolo della pelle animale significa "lucertola"; se c’è il coltello, "ds", vuol dire "colui che colpisce"; se troviamo due corni, allora il suo significato è proprio quello indicato dal determinativo, appunto "due corni"; se è accompagnata dall’immagine del coccodrillo, sta a significare "persona avida"; infine, se ci sono due pilastri, allora dobbiamo leggere "confine, frontiera".
Senza determinativo, dunque, non si può decidere cosa significa questa parola. Ebbene, lo scriba che ha redatto quel documento se n’è infischiato nel modo più solenne di rispettare le regole della grammatica ed ha lasciato all’intelligenza del lettore il compito di mettercene uno, di determinativo, come se la chiarezza non fosse stata una questione che poteva minimamente riguardarlo. È questa, del resto, la caratteristica fondamentale della scrittura geroglifica: la comprensione d’un testo "sacro" non è una questione che riguarda chi scrive, ma chi legge.
Chi legge, in pratica, deve essere in qualche modo "iniziato" a ciò che sta leggendo, altrimenti rischia di perdere il suo tempo o di andare in paranoia. In questa situazione, è chiaro che ci possono essere almeno due differenti "chiavi di lettura", e ciascuna legittima pur se in contrasto con l’altra. C’è una sola condizione che dev’essere, chiaramente, rispettata: non approfittarsi di questa situazione per inventare cose che non esistono: una cosa infatti è interpretare, un’altra è inventare parole che confliggono col testo o ignorano quelle che ci sono.
È significativo, a questo proposito, il maldestro e stupido tentativo di censura del concetto di "morte sacra". Noi troviamo questa parola in tutti i casi in cui gli egizi l’associavano ad un intervento o una presenza divina. La ritroviamo, ad esempio, nel sesto paragrafo della stele di Gebel Barkal, quando il faraone Thotmosi III definisce con questa parola il massacro delle schiere nemiche operato da "un essere celeste" che era salito sulle loro spalle "col fuoco sopra di loro". Lo stesso imbarco nel porto di Quseir dei soldati provenienti dal Basso Egitto - che venivano così restituiti alle loro case e alle loro famiglie - avviene "in pace, vedi, ma a causa della maestà di questo dio eccelso". Come abbiamo già visto con la traduzione della tavola 149-d, uno degli attributi tradizionali della maestà del faraone-dio era quello di essere "potente nella paura".
Imbarcarsi in tutta fretta in pace ma per la maestà del dio, non può dunque significare niente altro che per la paura del dio. La tavola 149-f darà ulteriori particolari su questo imbarco, chiesto dai Trogloditi e concesso dal re stesso. Ma di questo ne parleremo in sede di presentazione di quel documento.
La fonte di questa paura - o maestà - del dio da che cosa, dunque, dovremmo dedurla noi: da una gazzella che partorisce beatamente tra operai armati di mazze e scalpelli? Era d’una gazzella partoriente che avevano paura 10.000 soldati, centinaia di maestranze e l’intera popolazione delle Highlands, che stava trattando con gli egiziani, loro eterni nemici, per la propria fuga in massa dalle montagne?

fine Prima Parte
vedi: Seconda Parte



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