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n° 9 Mag./Giu. 2003

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DRAGHI, GIGANTI E UOMINI SELVAGGI
SULLE ALPI ORIENTALI


Suggestive tradizioni delle Regioni Alpine. Tipologie e figure mostruose che si ripetono nelle zone montuose dell'Italia settentrionale.


di Luigi Pruneti

[Homo Selvaticus - 28K .jpg] [Abbazia di Novacella - 37K .jpg] [Arcangelo San Michele - 33K .jpg] [Castel Firmian - 55K .jpg] [Castel Rodengo - 36K .jpg]
 

Il Trentino-Alto Adige è una delle regioni italiane più interessanti sia da un punto di vista storico che antropologico. Zona di passaggio fra un’area culturale latina ed una tedesca, difesa dalle Alpi e al tempo stesso via privilegiata per traffici e commerci (1), ha gelosamente conservato tradizioni antichissime e ricorda leggende le cui origini affondano in un remoto passato.
Pochi conoscono, ad esempio, le storie di draghi e basilischi che la tradizione popolare vuole dimorassero nelle Alpi orientali. A Bolzano, ad esempio, nel giorno del Corpus Domini si svolgeva una grandiosa processione al termine della quale era ucciso in effigie un drago, simbolo della malvagità.
Non a caso San Giorgio è uno dei Santi più venerati di questa zona, come pure San Michele, simbolo della vittoria della luce sulle tenebre.
A Bressanone, splendida città d’arte e di cultura, si apre, nella cerchia muraria dell’XI secolo, Porta San Michele e, a poca distanza da lì, sorge l’omonima chiesa dedicata all’Arcangelo vittorioso; alle spalle dell’edificio l’immagine dell’angelo che uccide il dragone appare su una fontana bronzea.
Come se non bastasse sulle pareti esterne del Duomo si trovano delle lapidi funerarie con impressa la figura del drago, lo stesso animale mitologico è rappresentato negli affreschi del chiostro romanico.
Anche nella magnifica Abbazia di Novacella e in tutto il territorio di Bressanone vi sono numerosi richiami a San Michele e alla sua cosmica lotta.
Nel Trentino, al termine della Val di Non, è situato l’antichissimo paese di Mezzocorona, dominato un tempo da un imprendibile maniero che, nel XV secolo, passò ai Firmian.
Secondo tradizione proprio un esponente di questa famiglia uccise, con uno stratagemma, un terribile basilisco che terrorizzava tutta l’area.
Il giovane eroe riuscì ad eliminare l’essere mostruoso con la lancia, ma fu contaminato dal sangue della fiera che lo condusse in breve, fra atroci dolori, alla morte.
Ancora oggi, una delle grotte che dominano l’abitato, si chiama "Tana del Basilisco" e un affresco che rappresentava il mostro era visibile fino a poco tempo fa, fra i ruderi del celebre castello.
Nel folclore della vasta regione geografica alpina, che comprende le provincie di Bolzano e di Trento, emergono altre figure diaboliche, come i "bis", serpenti alati dal veleno mortale e gli "aspi", strani incroci fra salamandre e pipistrelli, che uccidevano con il loro "umore tossico" ed infestavano in particolare le miniere di pirite di Roncegno Terme, ad Ovest di Trento.
Un mostro misteriosissimo ed inquietante era il "Barbaza" che, secondo un’antica leggenda, viveva nei sotterranei del castello di Monte Albano, distrutto nel 1440 dalle truppe veneziane.
La tipologia dei draghi e dei mostri del Trentino Alto Adige rientra nella classica iconografia basso medioevale, così ben studiata da Jugis Baltrusaitis (2).
Secondo l’illustre storico, le ali di chirottero e le creste di drago, poi applicate a serpenti, salamandre, sauri e demoni giunsero nell’Europa occidentale, solo nel XIV secolo, importate dall’Oriente.
In Cina specialmente, la figura del drago ha origini antichissime: il capostipite è indubbiamente "Lung-Wang", generatore di pioggia e di vita, un serpente alato, munito di quattro paia di zampe. A partire dall’epoca Han, però, la famiglia dei draghi si moltiplicò per numero, caratteristiche morfologiche ed attitudini. Dalla Cina, sulla via della grande mercatura, questa particolare iconografia giunse in Europa ove servì a rappresentare il male sotto ogni aspetto. Prima di tali influenze, invece, angeli e demoni avevano suppergiù le stesse sembianze.
Il primo caso d’intrusione di elementi orientali si ebbe col Salterio di Bianca di Castiglia, datato 1223, mentre, in Italia, fra i possibili esempi ricordiamo il "Trionfo della Morte" del Camposanto monumentale di Pisa e gli affreschi di Giotto della Basilica superiore d’Assisi.
Tale tipologia si affermò prepotentemente nel Nord Europa: si pensi agli incubi che sorsero dal genio allucinato di Hieronymus Bosch, il grande pittore fiammingo che trovò un epigono, non meno celebre, in Bruegel il Vecchio.
Comunque i mostri del Trentino Alto Adige, pur avendo caratteristiche morfologiche tipiche del basso Trecento, ebbero origine molto più antica, anche perché l’idea del demone-serpente-drago era molto diffusa nel Continente antico, specie nelle regioni di passaggio e lungo le grandi vie di comunicazione dell’impero; ne abbiamo una prova anche dal "Liber monstrorum de diversis generibus", scritto fra l’VIII e il IX secolo, uno dei tanti bestiari medioevali che fornisce notizie su:

"[...] ferarum horibilibus innumerosisque bestiarum formis et draconum dirissimis serpentiumque ac viperarum generibus" (3).

Il "liber Monstrorum", fra le numerose, orribili meraviglie colloca anche una sorta di uomo selvaggio che vive allo stato ferino, ricoperto solo dal proprio vello:

"[...] pilosum toto corpore quoddam genus hominum didicimus, qui in naturali nuditate, setis tantum more ferino contencti [...]" (4).

La descrizione di questo essere è molto simile a quella dei molteplici uomini selvatici che la tradizione pone in varie zone montuose d’Italia (5).
L’"omo selvatico" ad esempio, è comune nel folclore della Garfagnana e delle Apuane dove può acquistare sia valenze positive che negative. In taluni luoghi, infatti, è una sorta di eremita che insegnò agli uomini l’arte della pastorizia e i segreti per trasformare il latte in formaggio, in altri è un essere oscuro e pericoloso che si aggira nelle selve più cupe, dalle quali emerge per rapire le fanciulle.
A seconda dei casi l'uomo selvatico può essere ricoperto di foglie e frasche o di pelli di animali.
Per alcuni, il suo abbigliamento simboleggerebbe le diverse stagioni dell’anno o gli archetipi dei primi abitatori delle selve: il raccoglitore e il cacciatore (6).
La diffusione di tale figura, in zone così diverse e distanti (7), implicherebbe interessanti considerazioni sulla possibile contrapposizione fra le trionfanti culture agrarie e le razze relitto. Queste ultime, come gli attuali pigmei, relegati in aree forestali sempre più a rischio, sarebbero sopravvissute per un certo periodo di tempo, continuando a praticare le loro attività economiche primitive, fino a quando, sopraffatte, sarebbero rimaste come mito nell’immaginario collettivo dei dominanti.
Il "Wilde-Mann" (8) delle Alpi orientali è effigiato, addirittura, nel cuore di Bressanone, dove un ignoto artista scolpì nel XVI secolo una statua lignea, raffigurante il misterioso abitatore delle foreste alpine.
La statua è collocata quasi al centro della città, sotto una tettoia di legno e raffigura un essere irsuto, munito di una folta barba; ha un’espressione pacifica e si appoggia ad una pertica.
Non lontano da Bressanone troviamo il castello di Rodengo, costruito nel XII secolo, in esso sono stati rinvenuti, circa trent’anni fa, dei bellissimi affreschi, che narrano le vicende del cavaliere Ivano. Uno dei riquadri illustra l’incontro dell’eroe con un uomo dei boschi.
Si tratta di una creatura dall’aspetto mostruoso, con la barba ispida ed incolta e una gran massa di capelli fulvi; la bocca e gli occhi sono ferini, mentre sul corpo, completamente nudo, si evidenziano delle gran masse muscolari che denunciano la forza erculea del soggetto. Egli brandisce una nodosa clava, ma non ha un atteggiamento ostile nei confronti del cavaliere, che incede nella valle, protetto dalla sua splendida armatura, anzi gli indica la via che porta ad una fonte fatata.
È evidente che, in questo caso, l’uomo selvatico, risponde ad una precisa funzione iniziatica, egli rappresenta, per il protagonista dell’"aventure", un incontro dovuto, come le prove, i mostri, gli incantamenti che l’eroe dovrà affrontare per portare a termine la propria "queste" (9).
Gli affreschi del castello di Rodengo, scoperti nell’autunno del 1972 a seguito di alcuni lavori di restauro (10), furono quasi sicuramente eseguiti da Maestro Hugo, un pittore della Germania meridionale che fu incaricato dell’opera dal Vescovo Konrad von Rodank.
La saga di Ivano, celeberrima nell’età di mezzo, si contorna di elementi simbolici come, appunto, l’uomo selvatico che, al pari del drago e del basilisco, nell’orizzonte degli archetipi medioevali, è associato alla foresta così minacciosa ed inquietante, popolata da forze spaventose, ove il protagonista della storia è costretto ad inoltrarsi per acquisire consapevolezza di sé e della propria virtù. Il bosco con le sue mille insidie, con i propri misteri, diventa, in tal modo, "la prova" che il cavaliere deve superare per essere consacrato ai valori precipui del proprio status.
Prossimi agli uomini selvatici, sono i giganti, anche essi comuni nel folclore delle Alpi orientali.
Ad esempio, in Valle Aurina avrebbero dimorato uomini colossali, le spoglie dei quali sarebbero state poi sepolte vicino alla chiesa di san Pietro, mentre un altro gigante, di nome Aunoldo, avrebbe vissuto nei boschi di San Candido.
Egli avrebbe aiutato i monaci a costruire la famosa abbazia e quando la morte lo avrebbe colto, i religiosi avrebbero affidato le sue spoglie mortali alla terra consacrata del convento. Nella chiesa, si vede, ancora oggi una gran costola che la leggenda vuole, fosse appartenuta a Aunoldo, anche se pare sia giunta al convento solo nel 1630, portata, probabilmente, dalla lontana Terra Santa.
Le leggende sui giganti sono comuni in tutte le terre alpine e si ripetono al di là della vasta catena montuosa, in Tirolo e in Carinzia ove uomini di proporzioni colossali avrebbero costruito abbazie, o liberato i valligiani, da mostri e draghi di ogni sorta.
Celebre è la storia di Aimone, un gigante che abitava vicino alle sorgenti del Reno, questi si sarebbe scontrato con un suo simile, di nome Tirso, che abitava la valle dell’Inn, uccidendolo. La cosa non piacque agli abitanti della zona che costrinsero Aimone a riparare al proprio misfatto affrontando una creatura mostruosa che funestava la zona. Aimone, con coraggio, combatté contro quell’essere terribile, uccidendolo.
In seguito egli avrebbe aiutato i religiosi a costruire il bel monastero di Wilten, tanto che, sulla facciata della chiesa, risalente al XVII secolo, furono scolpite le immagini dei due giganti che tanta parte avevano avuto nelle leggende della valle.
I draghi, i basilischi, i serpenti volanti, i giganti e i selvaggi abitanti dei boschi erano figure, un tempo, comuni un po’ all’immaginario dell’intera Penisola (11).
Ora sono rimaste ben radicate soprattutto nel folclore altoatesino e trentino, una regione che più delle altre è riuscita a conservare tradizioni e cultura popolare.

Note:
1. Il Trentino e l’Alto Adige erano, già in età romana, regioni di collegamento fra la Penisola e il Centro Europa. Un’importantissima arteria attraversava la val Pusteria e superava le montagne al passo del Brennero. Una testimonianza archeologica di questa strada è stata rinvenuta nel 1979, con la scoperta di una pietra miliare, risalente al 201 d. C., durante il regno di Settimio Severo. La via delle Alpi orientali era di estremo interesse strategico e nella regione stazionavano numerosi reparti militari, fra i quali era assai diffuso il culto mitraico. Ne fa fede un bassorilievo del III secolo d.C., scolpito in marmo bianco di Racines. Noto fin dal 1587 quando decorava l’edificio doganale di Mules, fu trasportato ad Insbruck nel 1818 e quindi a Vienna. Dopo il 1918 fu restituito all’Italia ed ora lo si può ammirare nel cortile del municipio di Vipiteno. Raffigura Mitra che, sacrificando il toro cosmico, compie l’atto supremo. La divinità è posta fra i due dadofori, kautes e Kutopates. Il primo ha la fiaccola rivolta verso l’alto, il secondo verso il basso, a significare il ciclo solare.
Il sole e la luna, accentuano il carattere cosmico di questa religione. Altre immagini narrano della nascita del dio dalla roccia e quindi della sua vita fra i pastori.
2. J. Baltrusaitis, "Il Medioevo fantastico", Milano 1977.
3. F. Porsia , "Liber Monstrorum", a.c., Bari 1976, p. 126.
4. Ibidem, p. 175.
5. Le zone italiane dove più comunemente si riscontrano leggende sull’uomo selvatico sono, oltre alla Val Pusteria, la Valtellina, il Biellese, la Val d’Aosta, la Garfagnana e le Alpi Apuane, ove questo essere solitario e selvaggio, abitava nel gruppo delle Panie. Fra l’altro tale figura è citata da Fazio degli Uberti nel Dittamondo che scrive: "Come s’allegra e canta l’uom selvatico / quando il mal tempo tempestoso vede / sperando nello buono, ond’egli è pratico". U. Cordier, "Guida ai draghi e mostri in Italia", Milano 1986, p. 188 e sgg.
6. F. Cardini, "Guerre di primavera, Studi sulla cavalleria e la tradizione cavalleresca", Firenze 1992, p. 123.
7. Infatti, seppur sotto nomi diversi, l’abominevole uomo di selve, distese innevate e lande desolate, appare ad ogni latitudine. Mi si consenta, anche se il tema esula dal presente contesto, un breve accenno allo "yeti", i cui avvistamenti, diretti o indiretti, a iniziare dal lontano 1889, fanno pur sempre notizia. Descrizioni di esseri simili, come lo "sasquatsch" o "bigfoot", riguardano il continente americano, mentre gli "almas" sono pertinenti degli Altai e della catena del Tien Shan, nelle regioni della Cina esterna. Scendendo a Sud troviamo l’"orango pedek" o "sedapa" a Sumatra e il "nguoi rung", nella penisola indocinese. Si narra che un esemplare di questa ultima specie, abbattuto in Viet Nam, fosse mostrato in un baraccone nel Minesota. Lo strano essere, poi misteriosamente scomparso, sarebbe stato osservato anche da Bernard Heuvelmans, uno dei fondatori della criptozoologia.
8. Nessun rapporto sussiste fra l’uomo selvatico e i "krampus". Questi ultimi, infatti, sembrano appartenere ad una sfera del tutto diversa, collegata alle note facoltà taumaturgiche di "Sanctus Nicolaus" e ad antichissimi riti esorcistici inerenti alle feste solstiziali. Il nome stesso di questi esseri demoniaci, che forse deriva dall’antica parola germanica "kramp", artiglio, pare confermare tale origine. Ugualmente, il selvaggio abitante dei boschi, appartiene ad una dimensione archetipica, distinta da quella dell’"orco", figura anch’essa comune a tutta la fascia alpina.
9. Ibidem.
10. "Castello di Rodengo", Bressanone s.d., p. 24; "Guida d’Italia Trentino-Alto Adige", Milano 1976, p. 485; M. Caminiti, "Castelli dell’Alto Adige", Trento 1988, p. 343. "Guida turistica Bressanone", Bressanone 1987, p. 46.
11. Per il valore simbolico ed iniziatico di determinate figure fiabesche e del folklore popolare vedi i celebri studi del Propp: V. J. Propp, "Morfologia della fiaba", Roma 1977; V. J, Propp, "Le radici storiche dei racconti di magia", Roma 1977.

BIBLIOGRAFIA
- J. Baltrusaitis, "Il Medioevo fantastico", Milano 1977
- S. Bertino, "Guida alle Alpi misteriose e fantastiche", Milano 1972
- G. Bertoni, "Il conforto" del selvaggio, in "Poesie, leggende, costumanze del medioevo", Modena 1927.
- M. Caminiti, "Castelli dell’Alto Adige", Trento 1988
- F. Cardini, "Guerre di primavera, Studi sulla cavalleria e la tradizione cavalleresca", Firenze 1992.
- U. Cordier, "Guida ai draghi e mostri in Italia", Milano 1986
- U. Cordier, "Guida ai luoghi misteriosi d’Italia", Casale Monferrato 1996.
- Ch. De Troyes, "Ivano", Milano 1983
- T.H. Gaster, "Le più antiche storie del mondo", Milano 1971
- F. Hitching, "Atlante dei misteri", Novara 1982
- T. Husband, "The Wild Man", New York 1980.
- C. Kappler, "Demoni mostri e meraviglie alla fine del Medioevo", Firenze 1983
- Keel, "Creature dall’ignoto", Roma 1978
- M. Izzi, "I mostri e l’immaginario", Roma 1982
- F. Porsia, "Liber Monstrorum", a.c. di, Bari 1976
- V. J. Propp, "Le radici storiche dei racconti di magia", Roma 1977
- V. J. Propp, "Morfologia della fiaba", Roma 1977
- L. Zeppegno, "Guida ai misteri e segreti del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia", Milano s.d.
- L. Zeppegno, "Guida all’Italia leggendaria misteriosa insolita fantastica", Milano 1971


									

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