
IL VOLTO OSCURO DELL'URBE

Alle radici dell'occulto. Magia, stregoneria, leggende e superstizioni nell'antica Roma.


di Luigi Pruneti


La zona di Roma che si estende ai piedi del Quirinale e del Pincio, fino a raggiungere le sponde del Tevere, era occupata nell’antichità dal Campo Marzio e dal Tarentum, sacro agli Dei dell’Ade.
Era questo una sorta di soglia che metteva in comunicazione la dimensione dei vivi con quella dei morti.
Probabilmente la destinazione di una tale area ai culti ebbe origine da una remota cavità o da un pozzo che per i Latini, come per gli Etruschi, rappresentava una porta sul mondo degli Inferi. Non a caso anche il foro, la cui etimologia è evidente, era considerato una località limite, punto d’incontro con il mondo sotterraneo. I funerali, infatti, terminavano al foro, ove i congiunti accoglievano il defunto recando i ritratti degli antenati, venuti dall’oltretomba a prenderlo.
Secondo alcuni studiosi, questa consuetudine traeva origine dal fatto che verso l’VIII sec. a.C. l’area del foro era un sepolcreto e, ove è ora l’arco di Tito, vi era un tempietto dedicato ai Lari.
Un’altra zona reputata dominio dell’al di là era quella che si estendeva fuori delle mura urbane, lungo le grandi vie consolari.
La via Appia, fatta costruire dal censore Appio Claudio nel 312, fu una fra le più celebri strade romane, a.C.; partiva da Porta Capena, per arrivare a Capua e, in un secondo momento, fu prolungata fino a Brindisi. Nel tratto suburbano si presenta ancor oggi come una vera e propria città dei defunti, con monumenti sepolcrali, tombe, catacombe. Qui, fra l’altro, nel 1485, fu scoperta una sepoltura con il corpo intatto di una fanciulla ai cui piedi ardeva una lampada.
Dell’incredibile scoperta parlò un umanista fiorentino, Bartolomeo Fonte il quale, scrivendo al concittadino Francesco Sassetti, affermava:

"[...] Rinvennero colà un sarcofago di marmo. Apertolo, vi trovarono un corpo deposto supino, coperto da una sostanza alta due dita, grassa e profumata. Rimossa la crosta odorosa a cominciare dalla testa, apparve un volto di così limpido pallore da far sembrare che la fanciulla fosse stata sepolta quel giorno [...]".

Per molti, il corpo apparteneva a Tullia, figlia di Cicerone, deceduta nel 47 a.C. Di quella salma non rimase traccia, in quanto papa Innocenzo VIII, preoccupato per il grande scalpore suscitato dalla scoperta, fece di notte seppellire il cadavere, in un punto imprecisato, lungo la via Flaminia.
Il mondo dei trapassati incuteva timore ai Romani che cercavano d’impedire ai defunti di turbare i vivi, ma spesso accadeva che qualcuno cercasse di "usare" l’Oltretomba a proprio vantaggio.
Numerosi sono stati, infatti, i ritrovamenti di incantesimi, incisi su lamine metalliche e poi posti all’interno di sepolcri o in luoghi consacrati alle divinità infere. Si trattava, in massima parte, di malefici, ove il nome del nemico veniva "raccomandato" al terribile Dite. In una "Tabula defixionis", così si chiamavano, un ex innamorato affidava questa richiesta di vendetta alle divinità oscure:

"[...] come il morto che qui è sepolto non può parlare e discorrere, allo stesso modo Rhodine in casa di M. Licinius Faustus sia morta [...] Padre Dis ti raccomando Rhodine".

Resti umani, poi, erano ricercati e addirittura commerciati in quanto venivano considerati ingredienti fondamentali di fatture e di malefici; a tal proposito testimonia Apuleio:

"Ho sentito dire che neppure i morti possono stare più tranquilli nel loro sepolcro, ma che si va a caccia [...] nelle tombe di avanzi e frammenti di cadaveri per farne funesti strumenti di sventura contro i vivi".

Del resto la magia fu sempre presente a Roma e, con l’età imperiale, conobbe un’importanza ed una diffusione mai vista, specie con Nerone, che fu un vero e proprio seguace dell’occulto. Egli aiutò maghi e streghe e si fece promotore di culti orientali, intrisi di esoterismo. Si sa che, ancora giovinetto, frequentò e protesse la strega gallica Locusta la quale, insieme a Pollonio Giulio, tribuno dei pretoriani, provvide ad avvelenare Britannico, legittimo erede al trono.
La fattucchiera, secondo Svetonio, dopo un primo tentativo fallito, preparò un tossico potentissimo. Il problema era però superare lo scoglio dell’assaggiatore; la soluzione fu trovata presentando allo sventurato giovane una pietanza "sicura", in quanto già testata.
Germanico la rifiutò perché troppo calda, allora un complice, provvide a raffreddarla con acqua gelida alla quale era stata aggiunta la pozione di Locusta. Immediatamente la vittima fu colta da spasmi violentissimi ma gli astanti non se ne preoccuparono pensando che si trattasse della solita crisi epilettica, poco dopo spirò, dimostrando l’abilità della megera e lasciando libero il trono.
Locusta fu colmata di favori dal nuovo imperatore ma, quando questi si rese conto che la strega poteva essere una minaccia anche per lui, la fece eliminare.
Nerone, per tutta la vita, consultò maghi e indovini e collezionò numerosi, idoli, amuleti, talismani e pentacoli.
Gli autori dell’epoca narrano di una bambola che il sovrano portava sempre con sé e alla quale attribuiva eccezionali poteri divinatori; aveva addirittura inventato una particolare liturgia per quel feticcio, al quale aveva adibito un apposito sacerdote che doveva, tre volte al giorno, compiere adeguati sacrifici.
Nerone fu anche il protettore del mitraismo, già diffuso nella Roma imperiale, ma che ebbe con lui un impulso ulteriore.
Nel 66 d.C. giunse a Roma il re armeno Tiridate, accompagnato da un folto gruppo di maghi e sacerdoti, legati ai culti di Zoroastro e Mitra e fu a seguito a questa visita che Nerone fu iniziato ai misteri mitraici.
La cerimonia, avvenuta durante un sontuoso banchetto esoterico, consacrò l’autocrate quale rappresentante della luce sulla terra. Da allora in poi questa straordinaria religione si espanse ancor di più, fino a divenire una preoccupante antagonista del Cristianesimo, specie nel II secolo d.C, quando raggiunse il massimo della diffusione.
I luoghi di culto, i mitrei, cominciarono a propagarsi un po’ ovunque; purtroppo molti furono distrutti dai Cristiani che vollero cancellare anche il ricordo di quel dio solare e inoltre, in taluni casi, quasi per esorcizzarli, vi costruirono sopra delle chiese.
I mitrei erano numerosi, soprattutto dove stazionavano le legioni, dato che la religione del "Dio invitto" era diffusissima fra i militari, ma anche nell’Urbe ve ne erano diversi. Celebre è quello posto sotto la basilica di San Clemente che risponde alla tipologia più tipica di siffatti luoghi di culto.
La sua pianta era abbastanza semplice. Si accedeva ad una prima stanza, l’"aedes", dove vi era l’altare e la statua di Mitra. In questo luogo potevano essere ammessi pure i profani, per assistere al sacrificio del toro, mentre l’altro ambiente, lo "spelaeum", era riservato ai soli iniziati. Quest’ultimo era adornato di pomici, mosaici e di undici pozzi: quattro più grandi a forma di tronco di piramide e sette piccoli in guisa di tronco di cono. Il soffitto aveva la volta a sesto ribassato, mentre le mura erano dipinte di rosso. Lungo le pareti della sala vi erano due banconi e sul fondo, ad ovest, si trovava un altare ornato dall’immagine di Mitra che immola il toro e da quelle dei dadofori.
Le raffigurazioni come pure gli elementi decorativi avevano un preciso significato simbolico. Le pomici, ad esempio, rappresentavano la roccia dalla quale ebbe origine Mitra e i pozzi raffiguravano le stagioni e le costellazioni. Anche i due portatori di torcia, i "dadofori" sottintendevano alla teologia solare del mitraismo: "Cautes", che tiene la fiaccola in alto, rappresentava la pienezza ascensionale del sole, "Cautopates", con la face rivolta verso il basso, simboleggiava invece l’astro nella fase discendente.
Nello "spelaeum" erano impartiti i sette gradi d’iniziazione, le cui raffigurazioni, descritte da San Girolamo, sono state ritrovate su un ex voto rinvenuto nel "Mitreo di Felicissimo" ad Ostia.
Essi erano i seguenti:

1. "Corax", era il grado iniziale, simboleggiato dal caduceo; il neofita, appena introdotto nella comunità, aveva impegni comportamentali e doveva fare da inserviente nelle agapi sacre.
2. "Nymphus" o "Cryphius", era il secondo grado, simboleggiato da un diadema e da una lampada, quest’ultima indicava la conoscenza che l’adepto otteneva grazie ad una prima istruzione.
3. "Miles", il grado era raffigurato da una lancia e da un elmo, per conseguirlo il fedele doveva superare la prova dell’acqua e del fuoco. Inoltre la cerimonia iniziatica prevedeva la morte figurata del recipendario e la sua rinascita nel grado.
4. "Leo" era simboleggiato dalla pala per il fuoco e dal sistro. Per giungere a tale livello si doveva essere purificati col miele. L’iniziato aveva il compito di provvedere alle offerte per i sacrifici e di bruciare incensi ed altri profumi.
5. "Perses", rappresentato dalla falce evocava l’origine geografica del culto e la sua connessione col dualismo originario dell’altopiano iranico.
6. "Heliodromus", grado che aveva per emblema la torcia, la frusta e la corona.
7. "Pater" simboleggiato dalla mitra frigia, la bacchetta e l’anello. Il Pater o "Pater sacrorum" era la guida della comunità, provvedeva ad istruire i confratelli e a consacrarli. Probabilmente le "chiese mitraiche" di una stessa città o regione rispondevano ad una somma autorità religiosa che veniva indicata col nome di "Pater Patrum".

I diversi livelli iniziatici corrispondevano alle sette sfere planetarie che l’uomo doveva superare per raggiungere il luogo della felicità assoluta.
Sappiamo inoltre da Porfirio che i gradi iniziali costituivano una sorta d’iniziazione inferiore, solo quando il fedele veniva proclamato "Leo", poteva essere ammesso ai "misteri" superiori.
Un altro Mitreo romano, alquanto famoso, si trova dietro la facciata posteriore di Palazzo Barberini, risale al III secolo d.C. ed è preziosissimo per gli affreschi che ancora mostra. Consiste in una piccola sala con volta a botte, la parete di fondo mostra l’immagine del dio che uccidendo il toro, compie il sacrificio cosmico, mentre i "dadofori" assistono alla scena; sulle pareti laterali sono sopravvissute altre pitture che illustrano alcuni aspetti della complessa mitologia religiosa. Questi due mitrei capitolini furono fra i pochissimi a sfuggire a una metodica opera di distruzione.
Si sa, infatti, che la chiesa delle origini represse con estrema durezza questa fede.
I primi apologisti e gli esponenti della Patristica ritenevano il culto di Mitra pernicioso, per alcune similitudini ed assonanze col Cristianesimo. Tertulliano, nel "De praescriptione haereticorum", lo definiva una diabolica contraffazione del vero credo e ne sottolineava la pericolosità.
Alle parole seguirono i fatti; nel 377, ad esempio, il prefetto cristiano di Roma organizzò, da buon neofita, un’accurata opera di saccheggio e di profanazione di tutti i mitrei dell’Urbe. Un siffatto accanimento rientra nel quadro generale della violenta polemica del Cristianesimo con tutto il pensiero religioso di estrazione orientale e di sapore gnostico, ben più temibile rispetto ai culti olimpici tradizionali.
A tal proposito bisogna ricordare che vi furono anche "martiri", gnostici, linciati da folle furenti di Cristiani. Uno di questi fu Ipazia, figlia di Teone di Alessandria, coltissima matematica e filosofa neoplatonica che, secondo Sinesio, distingueva nettamente il piano della ricerca da quello religioso. La cosa non piacque al vescovo Cirillo che l’accusò di ostacolare la fede in Cristo, tanto bastò perché un gruppo di esaltati la linciassero senza pietà.
Anche la Capitale ha un’interessante simbolica testimonianza di questa lotta, conservata nella chiesa di Santa Francesca Romana.
Sulla parete di fondo del transetto destro dell’edificio sono murate due piccole pietre di basalto. Una lapide narra che su di esse pose le ginocchia san Pietro per pregare, quando i demoni portarono in volo Simon di Gitta, detto Simon Mago. Si allude al famoso episodio che ebbe per protagonista l’Apostolo che, nel foro, con la preghiera, fece miseramente precipitare sul selciato il taumaturgo gnostico che aveva osato sfidarlo, librandosi in volo.
Questa vicenda, riportata nell’apocrifo "Acta S. Petri" e, soprattutto, da Cirillo di Gerusalemme, simboleggia la vittoria del Cristianesimo sulla gnosi sconfitta, come il celebre mago che volle misurarsi col fondatore della Chiesa nel luogo più straordinario e misterioso dell’antica Roma.

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