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n° 7 Gen./Feb. 2003

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MISTERI DEL MEGALITISMO IN PUGLIA

La Puglia preistorica e protostorica offre suggestivi esempi artistici e monumentali sui quali tradizione, scienza e fantasia aprono il più ampio dibattito. L’inquietante simbolismo della grotta di Porto Badisco.

di Mauro Panzera

[Il monumento megalitico di Giuggianello - 44K .jpg] [Gruppo 42 - 38K .jpg] [Gruppo 42 - 36K .jpg] [Gruppo 36 - 36K .jpg] [Tracciato del Sole nel Gruppo 36 - 32K .jpg] [Gruppo 37 - 43K .jpg] [Gruppo 43 - 30K .jpg] [Gruppo 22 - 42K .jpg] [Gruppo 8 - 31K .jpg]
 

La grotta di Porto Badisco, situata a pochi chilometri a Sud di Otranto, in provincia di Lecce, è stata scoperta nel 1970 da una spedizione speleologica (composta da cinque membri del Gruppo "Pasquale De Lorentiis" di Maglie: Severino Albertini, Enzo Evangelisti, Isidoro Mattioli, Remo Mazzotta e Daniele Rizzo, ai quali si è associato successivamente un fotografo, il Sig.Giuseppe Salamina); del resto, il suo ruolo è documentato in un’opera assai pregevole sull’argomento: "Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco" di Paolo Graziosi, ed. Giunti Martello, 1980. Egli peraltro è stato l’autore nell’anno 2000 di un’interessante mappa foto-topografica sul sito, con la collaborazione di Gianni Cremonesini, Maurizio Nocera e Mario Molendini, nell’ambito delle attività del "Gruppo Speleologico Leccese 'Ndronico".
Il complesso carsico di Porto Badisco sarebbe stato frequentato tra il Neolitico e l’Eneolitico (vedi Graziosi, op. cit., pag. 28). L’ubicazione, come evincesi dalla mappa foto-topografica di cui sopra, è la seguente: Porto Badisco - Otranto (Lecce), località "Montagnola": Carta I.G.M. 215 III SO, long. Est Monte Mario 6° 02’ 0", latit. Nord 40° 04’ 54", quota m.26 s.l.m.
La grotta, profonda 26 metri, è anche conosciuta con i sinonimi di "Grotta di Enea" o "Grotta dei Cervi", dalle numerose immagini parietali raffiguranti, per lo più, scene di carattere venatorio e risalenti al 3900 a.C.
Al momento non si può accedere alla grotta, a causa del vincolo governativo da parte della Soprintendenza Archeologica della Puglia.
Salamina ritiene che il sito fosse adibito a funzioni cultuali e non abitative, conformemente al parere di autorevoli esperti. La studiosa locale ed insegnante di storia dell’arte Marisa Grande ipotizza che ci fosse una presunta adorazione del culto di Orione da parte della comunità di Badisco (vedi "Hera", n.25 gennaio 2002 e "Salento in Vetrina Magazine", maggio 2001).
Ad ogni modo, Salamina, che tra l’altro ha una discreta cultura in materia paleoastronautica (ha letto quasi tutti i libri di Peter Kolosimo), mi ha fornito una spiegazione relativa ai particolari di vari gruppi parietali del sito, corredata da alcune mie ulteriori considerazioni.

Cominciamo con la descrizione particolareggiata del "Gruppo 42". Nella mappa foto-topografica leggiamo quanto segue:
"Bisognerebbe inginocchiarsi davanti a questa sublime scena, e perdersi nel lontano racconto di vita vissuta, e che forse stava per spegnersi per tutta la comunità di Badisco. Nella parte più difficile dell’ipogeo, esistono due scheletri. Potrebbero essere i resti del segreto della grotta? Perché è rimasta chiusa per 6000 anni? Tabù."
I due scheletri in questione sono privi della testa. Vi era inoltre un amuleto costituito da un dente animale forato alla radice; Salamina ipotizza che i due uomini potrebbero essersi sacrificati per non rivelare l’esistenza della grotta, pur evidenziando che "il condizionale è d’obbligo" (potrebbero anche essere stati uccisi).
In effetti, secondo lo stesso, sarebbe legittimo pensare che la scena raffigurata nel "Gruppo 42" possa raffigurare il passaggio (o la caduta?) di un corpo celeste, con le conseguenze sociali e culturali che ciò avrebbe comportato per una comunità (quella di Porto Badisco) dedita sia all’agricoltura che alla pastorizia. In particolare, sarebbero addirittura visibili le tracce di un gruppo di armati che, incitati dall’apparizione del corpo celeste, avrebbe attaccato ed annientato la comunità medesima, in parte catturando la popolazione. Inoltre, al centro del gruppo vi è un groviglio che probabilmente raffigura la pianta della grotta, mentre sopra quest’ultimo sarebbe raffigurato un segno cruciforme relativo ad un altro (o allo stesso) "corpo celeste". Poi, al di sotto di tale groviglio vi sono due "spirali" che rappresenterebbero probabili divinità (o sciamani); infine, il gruppo raffigura alcuni "cervi" (part. 1) e "cacciatori" (part. 2). Uno scenario ipotetico?

Ora passeremo in rassegna particolareggiata i singoli elementi del "Gruppo 42", tenendo conto che in altre circostanze l’attività di corpi celesti può aver causato la crisi di antiche civiltà (vedi "Civiltà perdute" su Focus n.115, 05/2002). Se infatti, come ipotizzato dall’autorevole rivista citata, nel 2300 a.C. l’impatto di un asteroide potrebbe aver causato una crisi irreversibile ai danni di collettività già strutturate ed organizzate (la città-Stato sumera di Accad e buona parte dell’Egitto, dell’Anatolia, della Palestina e della Grecia), "a fortiori" è abbastanza presumibile che, qualora si fosse verificato un fenomeno analogo, gli effetti sarebbero stati altrettanto (se non maggiormente) devastanti nei confronti di una cultura protostorica come quella di Porto Badisco.
Inoltre, come ampiamente documentato da Vittorio di Cesare in "Impatto tra i due fiumi", datando a circa il 3800 a.C. un terribile diluvio che sconvolse la Mesopotamia, sarebbe rimasta un’eco di ciò nel celebre poema sumerico del III millennio a.C. sulle vicende dell’eroe Gilgamesh, il quale incontrò Utnapishtin, l’unico uomo sopravvissuto alla catastrofe in questione (che si sarebbe dovuta verificare non moltissimo tempo prima); ora, non è chi non veda come la data del cataclisma (il 3800 a.C.) si avvicini in modo impressionante al periodo di Porto Badisco.
Il "groviglio piccolo a sinistra" (part. 4), rappresenterebbe, secondo P. Graziosi, un "arabesco" in cui sarebbe stato isolato un probabile antropomorfo, semplice o plurimo. Il particolare in questione è definito "un groviglio di linee curve e spezzate, di origine antropomorfa". Pertanto, dobbiamo concludere che un elemento parietale antropomorfo del genere possa anche costituire un "contenitore" ideale per descrivere al proprio interno una scena raffigurante uomini armati, come ipotizzato dal Salamina.
Il "corpo celeste con coda" (part. 1) è incluso dal Graziosi (vedi op. cit., Tab. VII) tra i "collettivi antropomorfi a vari gradi di stilizzazione derivati da antropomorfi triangolari". Graziosi definisce l’elemento in questione come una figura cruciforme "collettiva", con uno spazio libero al suo interno, di forma rettangolare e senza pittura; in particolare, il cruciforme in questione sarebbe "…provvisto di un segmento leggermente ricurvo, di una sorta di coda che si diparte dal braccio inferiore…" Il Graziosi sembra dunque fornire del motivo una spiegazione in termini "antropomorfi " e non spaziali. Tuttavia è il caso di evidenziare che il motivo in esame è definito "interessantissimo" nell’articolo di Enzo Bernardini "Labirinti nel tempo" pubblicato su "Pi Kappa - cronache del tempo e dello spazio - mensile diretto da Peter Kolosimo, anno II, numero 9, settembre 1973" (su tale rivista fu pubblicata una foto del motivo in questione).
Quanto alla "donna dedita alla pastorizia" (part. 3), P. Graziosi ritiene che si tratti di "un altro probabile antropomorfo, privo di braccia, con testa rotonda ed un quadrupede cornuto, assai stilizzato, probabilmente un cervo".
La "donna dedita ad agricoltura" (part. 2), secondo lo stesso, impugnerebbe una sorta di semicerchio provvisto di un anello o macchia rotondeggiante alle due estremità; ciò spingerebbe Graziosi ad orientarsi verso una spiegazione in termini venatori. Nell’opera citata, a pag. 150, s parla di un "uomo nematomorfo, con testa rotonda, con piedi chiaramente descritti, impugnante uno strano attrezzo semicircolare che non è un arco, in quanto la corda si interrompe a metà con due rigonfiamenti".
Il "corpo celeste" (part. 6) di forma cruciforme costituirebbe un motivo collettivo antropomorfo - in cui le supposte figure umane sporgerebbero dai quattro lati o dai quattro angoli del quadrato - ridotto, per l’appunto, a "puro cruciforme" (vedi Graziosi, op. cit., pag. 122).
Nel medesimo testo, il motivo in questione è indicato come una "forma cruciforme le cui quattro braccia circoscrivono uno spazio di forma circolare anziché rettangolare" con al centro una macchia rotondeggiante. Le "spirali" (part. 5) raffiguranti probabili divinità (o sciamani)", secondo Graziosi, costituirebbero una "spirale semplice" e probabilmente un "elemento isolato di doppia spirale ricorrente" (vedi Graziosi, op. cit., Tab. XV).
Quindi, non è escluso che le spirali in questione possano davvero essere interpretate nel senso prospettato da Salamina.
Il groviglio raffigurante la "pianta della grotta" è definito dal Graziosi come un elemento non figurativo di origine antropomorfa ad arabesco (vedi op. cit., pag. 54). Egli ritiene altresì che il grafema in questione simboleggi una figura umana in senso spiraliforme, ad arabesco, ed in modo da isolare alcuni probabili antropomorfi, semplici o plurimi, all’interno dell’arabesco medesimo (vedi op. cit., Tab. V). A pag. 150 dello stesso libro di Graziosi, a proposito del groviglio raffigurante la pianta della grotta, leggiamo:
"Giungiamo così al centro del pannello ove incontriamo un altro complesso di figure non veriste anche se, almeno per qualcuna di esse, si può ipotizzare un’origine antropomorfa. Vi campeggia un grande arabesco con un elaborato intrico di linee curve e spezzate, di spirali, di segmenti dentati. È un disegno complicato e, a prima vista, indecifrabile ma che, ad un’analisi più approfondita, si rivela costituito da una grande figura principale, antropomorfa, sviluppante in una stravagante proliferazione spiraliforme le proprie membra e circondata da altri disegni di dimensioni più ridotte."
Riguardo ai "cervi" (part. 1), Graziosi ritiene che essi abbiano delle corna curiosamente stilizzate, offrendo però un geometrismo ed una semplificazione particolarmente accentuati. A pag. 69 della stessa opera Graziosi scrive che le zampe del cervo assumerebbero un aspetto "vagamente umano". Ciò viene ribadito a pag. 97 del medesimo testo, dove peraltro si precisa che i cervi di Porto Badisco sono raffigurati , salvo eccezioni, come privi di corposità "ridotti ad una semplice struttura nematomorfa". Anche le corna dell’animale appaiono stilizzate (vedi Graziosi, op.cit., Tab. XXI).
Il testo medesimo evidenzia che i due arcieri (i "cacciatori" secondo la definizione di Salamina) e i due cervi sono disposti in perfetta simmetria ed in una successione verticale in cui si alternano regolarmente gli uomini agli animali.
Nell’articolo di Enzo Bernardini i cervi sono descritti come rientranti nel "ciclo della caccia" di carattere naturalistico schematico.
Quanto ai "cacciatori" (part. 2), il libro di Graziosi li definisce "…più corposi, a testa rotonda, itifallici e con una descrizione più realistica delle spalle e delle braccia". Si parla di "due gruppi di cacciatori". Più particolareggiata la descrizione seguente:
"Così, negli antropomorfi del "Gruppo 42" oltre a essere stati indicati in modo più realistico alcuni particolari del corpo - sesso, testa, collo, spalle, ecc… - le due braccia sono chiaramente distese ad impugnare l’arco, che appare ben differenziato insieme alla freccia innestata…".
A pag. 150 del testo di Graziosi, riguardo ai "cacciatori" si dice che: "uomini, itifallici, anch’essi a testa rotonda, impugnano l’arco in atto di scoccare la freccia...". (Graziosi li definisce come le figure umane più elaborate e più naturalistiche della grotta).
Anche i "cacciatori" sono descritti come figure rientranti nel "ciclo della caccia" di carattere naturalistico schematico da Enzo Bernardini.
Ed ora passiamo all’analisi del "groviglio grande a destra" (part. 3) con colonna umana al centro" - con cui si conclude la disamina del "Gruppo 42" - che, secondo Salamina, come si è detto, potrebbe raffigurare una scena in cui alcuni esponenti della comunità di Porto Badisco sono tratti in prigionia da nemici armati. In effetti, P. Graziosi attribuisce al grafema in questione un carattere di stadio conclusivo di una "metamorfosi della figura umana in senso curvilineo, da immagini ancora veriste a complesse figure arabescate" (vedi op. cit., pag. 66). Inoltre, a pag. 67 della medesima opera leggiamo:
"…Infine, sempre nello stesso grande pannello, campeggia, nella parte di destra, un suggestivo, esteso groviglio di linee curve e spezzate, una sorta di labirinto. Da questa matassa di segni e ghirigori possiamo, io credo, enucleare altri grafemi riportabili a forme antropomorfe, estremamente schematizzate, per esempio la serie di ancoriformi, sovrapposti l’uno all’altro, che ricordano quelli presenti nell’arte rupestre iberica ritenuti appunto rappresentazioni umane".
Anche nella Tabella V del libro di Graziosi il motivo in questione è definito un arabesco al cui interno sarebbero stati isolati alcuni dei probabili antropomorfi, semplici o plurimi, che li costituiscono. Inoltre lo stesso - a proposito di una presunta alternanza tra motivi veristi ed astratti - parla di "...un grande disegno che potremmo definire surreale, un groviglio di linee curve e spezzate, un compatto gomitolo di segni serpentiformi, di zig-zag, di meandri che campeggia nella parte destra del pannello, in basso. Entro questo complesso grafico così vivace ed armonico appaiono quelle accentuate schematizzazioni della figura umana, così diffuse nell’arte schematica iberica, che il Breuil chiamò iperantropici".
Pertanto, valgono quasi del tutto le stesse considerazioni già esposte sopra a proposito del "groviglio piccolo a sinistra" (part. 4), nel senso che non può escludersi - accettando lo schema del Graziosi relativo ad una progressiva astrazione pittorica di figure antropomorfe originariamente veriste - che il grafema definito "groviglio grande a destra" sia da interpretare come un contenitore astratto, al cui interno possono individuarsi figure antropomorfe, e quindi anche gli esponenti della comunità di Badisco catturati di cui parla Salamina.

Passando all’esame del contenuto del "Gruppo 36", Salamina ha individuato come rilevanti i seguenti particolari: "uomo a triangolo", "uomo scudo", "ipotetica astronave", "segno cruciforme", "tracciato del Sole durante il solstizio d’inverno".
Quanto all’"uomo a triangolo" (part. 1), P. Graziosi include tale segno tra le "forme incerte (da 'collettivi anomali' a 'cembaliformi')" (vedi op. cit., Tabella VII). Il segno in questione è stato ritenuto probabilmente degno di nota nel summenzionato articolo di Enzo Bernardini, pubblicato su "Pi Kappa". Secondo Salamina, tale segno avrebbe riscosso l’attenzione di Peter Kolosimo, al pari dei due successivi "uomo scudo" e "ipotetica astronave".
Per quanto concerne l’"uomo scudo" (part. 2) valgono le stesse considerazioni suesposte relativamente all’"uomo a triangolo".
Con riguardo all’"ipotetica astronave" (part. 3), come si è detto, secondo Salamina avrebbe destato l’attenzione di Peter Kolosimo. Inoltre, secondo P. Graziosi, tale segno costituirebbe un "collettivo antropomorfo" (vedi Tabella VII).
Per il "segno cruciforme" (part. 4) valgono le stesse considerazioni esposte da P. Graziosi nella Tabella VII, per l’"uomo a triangolo".
Per concludere, il "tracciato del Sole durante il solstizio d’inverno" raffigura, come si può agevolmente notare, una figura vagamente cembaliforme al cui interno sono visibili otto punti neri che, secondo Salamina, rappresenterebbero il numero di ore di luce durante, per l’appunto, il solstizio d’inverno. Tuttavia, il segno è classificato dall’opera summenzionata di P. Graziosi come un "collettivo antropomorfo".
Ciò si potrebbe accostare alle ricerche condotte nei confronti delle grotte di Lascaux, nella Dordogne (Francia), dove vi è un "affresco" di 17.000 anni fa che, raffigurando alcuni "auroch" (tori preistorici), secondo lo studioso americano Franklin Edge rappresenterebbe una mappa celeste, al fine di comunicare ai primitivi cacciatori l’appressarsi del solstizio d’estate (vedi "Astronomi di 17000 anni fa" di Luca Amendola, in "Coelum Astronomia" n.52 del maggio 2002, pag. 40).
L’immagine del presunto "corpo celeste con coda" (part. 1) si può accostare ad alcune ulteriori raffigurazioni di natura siderale, ed in particolare "stelliforme" per usare la terminologia del Graziosi (si pensi al "Gruppo 37". Peraltro, lo studioso ventila l’impressione che l’immagine in esame possa riprodurre "la volta celeste o comunque qualche avvenimento astronomico" , pur non escludendone una parziale spiegazione in termini antropomorfi. Un simbolo analogo si trova nel "Gruppo 43", dove figure stelliformi convivono con molte immagini di impronte di mani, che avrebbero potuto avere - anche secondo Salamina - un vero e proprio scopo iniziatico.
Singolare è l’immagine che balza agli occhi dall’esame del "Gruppo 22", raffigurante a prima vista, secondo Graziosi , un’imbarcazione su cui probabilmente si troverebbe una strana figura antropomorfa (lo studioso non è sicuro al riguardo).
Io personalmente ritengo che la figura in questione possa avere una "testa" sproporzionatamente grande in rapporto al resto del corpo.
Per finire, il "Gruppo 8" si presenta come particolarmente interessante. Infatti esso, oltre a raffigurare un elemento (forse un bovino secondo il Graziosi), si caratterizza per la presenza di una figura in cui Salamina vuole vedere i tratti distintivi della Dea Madre (in primo luogo, la generosità dei seni), nei cui confronti il presunto bovino del medesimo disegno avrebbe avuto un ruolo in una prospettiva sacrificale.
Com’è noto, il culto della Dea Madre è una costante in varie antiche civiltà del Mediterraneo; si pensi ai monumenti maltesi o addirittura all’"Ara Pacis", il Mausoleo di Augusto, caratterizzato dalla presenza di un rilievo che raffigura una "donna fiorente, con due bambini" (vedi "Guide Archeologiche" di Filippo Coarelli, Milano 2000, pag. 297). Né da tutto questo discorso poteva essere avulso l’antico Salento, dove sono state scoperte due piccole sculture femminili in osso (il quale è il simbolo della fecondità), denominate "Veneri di Parabita" (dal nome di un piccolo centro della provincia di Lecce), (vedi "Grotta delle Veneri Le Veneri" di Renata Grifoni Cremonesi, in "La passione dell’origine - Giuliano Cremonesi e la ricerca preistorica nel Salento" a cura di Elettra Ingravallo, Conte Editore, 1997).

BIBLIOGRAFIA
- "Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco" di Paolo Graziosi, ed. Giunti Martello, 1980
- Mappa foto-topografica sulla grotta di Porto Badisco, a cura del Gruppo Speleologico Leccese ‘Ndronico, Fondazione Rico Semeraro, 2000, con didascalie e note di Pino Salamina, con la collaborazione di Gianni Cremonesini, Maurizio Nocera e Mario Molendini
- "Simboli - La diffusione delle culture e delle lingue" di Marisa Grande, "Hera", n. 25, gennaio 2002
- "Nuova luce sul Salento" di Marisa Grande, sta in "Salento in Vetrina Magazine", maggio 2001
- "Civiltà perdute" di Franco Capone, sta in "Focus" n. 115, maggio 2002
- "Impatto tra i due fiumi" di Vittorio di Cesare, sta in "Archeomisteri", n.1, a.1, gennaio-febbraio 2002
- "Labirinti nel tempo" di Enzo Bernardini, "Pi Kappa - cronache del tempo e dello spazio", anno II, numero 9, settembre 1973
- "Astronomi di 17000 anni fa" di Luca Amendola, "Coelum Astronomia" n. 52 del maggio 2002
- "Guide Archeologiche" di Filippo Coarelli, Milano 2000 10) "Grotta delle Veneri Le Veneri" di Renata Grifoni Cremonesi, sta in "La passione dell’origine - Giuliano Cremonesi e la ricerca preistorica nel Salento" a cura di Elettra Ingravallo, Conte Editore, 1997


									

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