
MAGIA, STREGONERIA E ASTROLOGIA ALLA CORTE DEI MEDICI
di Luigi Pruneti

Nel XV secolo l’interesse filologico, linguistico, archeologico degli studiosi fece sì che antichi testi esoterici fossero divulgati fra i cenacoli dell’epoca ove s’incontravano i più bei nomi della cultura del momento.


La principale scoperta fu quella del "Corpus ermeticum", rintracciato da Leonardo da Pistoia, un monaco che ricercava antichi codici per conto di Cosimo il Vecchio.
Immediatamente si percepì tutta l’importanza del ritrovamento, Cosimo dei Medici, preso da vera e propria frenesia, dette incarico a Marsilio Ficino di tradurre il testo e, nel 1471, l’opera venne per la prima volta editata.
Fu un vero e proprio successo, nel giro di pochi anni si contarono altre sedici edizioni; il Galli volse il "Corpus" in volgare, Lorenzo il Magnifico lo cantò in versi, mentre l’oratoria ne venne influenzata (1).
La fortuna del testo fu tale che sedicenti maghi, presunte reincarnazioni di Ermete, vagavano per le vie e le piazze d’Italia, in abiti esotici per diffondere la filosofia dell’occulto, riemersa dopo secoli di dimenticanza. Il mitico pensatore, simbolo di venerabile sapienza, fu raffigurato da artisti come il Pinturicchio e il Giorgione e la figura del saggio fu effigiata nelle tarsie marmoree del pavimento della Cattedrale di Siena (2).
La magia e l’astrologia ottennero una nuova dignità e s’inquadrarono in una visione umanistica che poneva l’uomo al centro dell’universo.
Scrive Eugenio Garin: "Magia era visione della vita e del tutto e ritrovamento del linguaggio universale, dei simboli e degli strumenti per dominare e indirizzare le forze della natura. Astrologia era certezza dei legami fra le cose, dominio dei corpi celesti, anch’essi vivi con le loro anime, e dominanti uomini e cose" (3).

Nella concezione magica rinascimentale l’universo appare come un’unità viva e pulsante con infinite, continue corrispondenze: "...Ogni cosa, ogni ente, ogni forza è quasi una voce non ancora intesa, una parola sospesa nell’aria; ove ogni parola ha echi e risonanze innumerevoli; dove gli astri accennano a noi e si accennano fra loro, e si guardano e ci guardano, e si ascoltano e ci ascoltano; dove tutto l’universo è un immenso, molteplice, vario colloquio, ora sommesso, ora alto, ora in toni segreti, ora in linguaggio scoperto e in mezzo vi è l’uomo, mirabile essere cangiante, che può dire ogni parola, riplasmare ogni cosa, disegnare ogni carattere, rispondere ad ogni invocazione, invocare ogni dio" (4).

L’uomo è dunque "faber", artefice e le sue conoscenze gli permettono di agire sulle forze occulte, sui rapporti di simpatia, per poter modificare quel sistema di echi e di risonanze che è il creato.
Questa visione umanistica sembrava però contrastare con la concezione fatalistica che l’astrologica imponeva.
Lorenzo Bonincontri da San Miniato, amico del Ficino e lettore di astrologia allo studio fiorentino, cercò di risolvere il problema ricorrendo alle potenze dei Demoni, che, a suo avviso, influivano sugli uomini costituendo "quasi gli intermediari fra le stelle e l’umanità" (5); in un altro punto, l’astrologo, accostandosi al pensiero del Ficino, fece ricorso a Giamblico: "Il platonico Giamblico dice che nell’uomo vi sono due anime, di cui una che chiama intellettiva, discende dal primo intelligibile e rappresenta la virtù del suo creatore. L’altra che viene attribuita ai corpi secondo la rivoluzione diurna del cielo, è sensitiva e soggetta al fato" (6).

L’uomo artefice, conoscitore delle leggi universali, non si deve troppo preoccupare di ciò che indicano le stelle, perché può contrapporre forze a forze, annullare influssi, architettare, col suo genio, gli artifici atti ad annullare gli influssi negativi.
Così il medico eviterà, quando saranno dominanti i segni d’acqua che favoriscono la putrefazione, le operazioni chirurgiche e opporrà amuleti e pentacoli alle forze avverse di pianeti e stelle fisse. In ugual modo l’astrologo di corte, consiglierà prudenza nei momenti difficili, mentre spronerà all’azione nell’attimo in cui le congiunzioni astrali saranno favorevoli al principe.
A Firenze, l’astrologia, che fin dal Medioevo aveva goduto grande considerazione, rappresentava sempre un importante aspetto della vita pubblica e Coluccio Salutati, preoccupato per le mire espansionistiche di Gian Galeazzo Visconti, dimostrava inquietudine per le congiunzioni astrali sfavorevoli alla Repubblica. I dubbi e le paure di questo intellettuale avevano ragione d’esistere, in quanto di lì a poco la libertà doveva cadere, non per un nemico esterno ma per Cosimo il Vecchio: il fondatore della potenza medicea.
Di Cosimo abbiamo già sottolineato l’importanza che ebbe nella traduzione e pubblicazione del "Corpus", ma, oltre a questo importante risultato, il Medici dimostrò "una sensibilità quasi misteriosa delle cose e degli eventi, incline a tradursi in forme di credenza magica" (7). Non a caso fu amico del grande scienziato ed astrologo Paolo dal Pozzo Toscanelli e nella villa di Cafaggiolo il sapiente e il potente passarono insieme intere giornate a discutere intorno alle costellazioni e ai loro influssi.
Interessato e convinto assertore dell’astrologia e della concezione magica dell’universo, cara all’umanesimo (8), fu anche Lorenzo il Magnifico che ebbe come medico personale un celebre astrologo: Pier Leoni da Spoleto. Lorenzo, seguace entusiasta della nuova filosofia e cantore del "Corpus ermeticum", aveva una visione del creato simile a quella del Ficino, tinta di neoplatonismo e di religiosità gnostica: la conoscenza, che permetteva di agire all’interno del cosmo, era per lui frutto di un’illuminazione vicina alla tracimazione plotiniana:
"La tua sublimità mi levi in su,
Quella sublimità che è eminente
Ed alta più che alcun ‘altra virtù.
Lo splendor tuo mirando e rilucente,
E di bontà mirabile e bellezza,
Penetra l’alme, i corpi e pria la mente.
Questa immensa bontà, questa vaghezza
M’alletta, scalda, incende e mi costringe
Sanza ch’io il sappia, o singular chiarezza!" (9).

A una concezione siffatta corrispondeva dunque l’astrologia e una magia rituale, che s’incentrava sul valore evocativo della parola, come il canto d’Orfeo che vinse la potenza di Plutone, costringendolo a restituire Euridice: "I’ son contento che sì dolce plettro/ s’inchini la potenza del mio scettro" (10).

Lorenzo e tutta la sua dotta corte invece condannavano, considerandola superstizione ed imbroglio, la stregoneria diffusissima presso gli strati sociali più umili. Lo stesso Magnifico, infatti, scriveva:
"Seguon questa infelice in ogni parte
il sogno e l’augurio e la bugia;
E chiromanti, ed ogni fallace arte,
Sorte, indovini; e falsa profezia,
La vocale e la scritta in sciocche carte
Che dicon, quando è stato, quel che fia" (11).

Anche il fido Poliziano si scagliava contro le superstizioni popolari che vedevano ovunque streghe e malie: "A me quando ero piccino, la nonna raccontava di certe streghe che stavano nei boschi a mangiare i bambini che piangono Figuratevi che diavoleria che spauracchio era per me, allora, la strega! Anche oggi a Fonte Lucente, come si chiama, vicino alla mia villetta di Fiesole, un ruscello che in quelle segrete ombre si nasconde, le donnicciuole che vengono per l’acqua dicono esserci il ritrovo delle streghe" (12).

Ma con la morte del Magnifico, la crisi che da allora fino all’istituzione del principato travagliò Firenze, cambiò l’atteggiamento nei confronti del mondo magico. Se da una parte l’astrologia conobbe un lento declino, si affermarono sempre di più e intrugli, pozioni, fatture, divennero comuni anche nelle case dei potenti. D’altra parte la lotta per il potere si era fatta accanita.
Gli "incantamenti" sembravano, di conseguenza, armi micidiali, per eliminare quei nemici difficilmente raggiungibili dai sicari.
Inoltre la pratica erboristica e l’uso di alcuni minerali permise d’individuare veleni che si rivelarono più affidabili di fatture e malefici.
Se ne convinsero forse, alcuni esponenti di casa Medici, dal duca Alessandro a Cosimo il Grande, accusati di ricorrere a mortali pozioni per togliere di mezzo i propri avversari (13). Negromanti, maghi, fattucchiere, seguirono in Francia le regine di sangue mediceo, come quel "profumiere" Bianchi o l’indovino Renato Ruggieri che furono fedeli servitori di Caterina, mentre la favorita di Maria, Eleonora Concini, finì sul rogo come fattucchiera (14).
La diffusione della stregoneria ci è testimoniata da numerose opere letterarie che, fra il faceto e il serio, denunciavano, senza volerlo, una nuova realtà. Potremo citare, fra gli altri, Malespini (15), Machiavelli o il senese Girolamo Bargagli (16); ma forse l’autore più indicativo fu Francesco Grazzini detto il Lasca, autore di una commedia "La Strega" nella quale raffigura una megiera fiorentina Madonna Sabatina "che non fu mai negli incantesimi maggior donna da Circe in qua" (17).
Il Lasca poi, in un’altra opera, ci fornisce una dettagliata descrizione del corredo di uno stregone: "Avea dato opera all’alchimia; era ito dreto, e andava tuttavia, alla balia delli incanti; avea sigilli, caratteri, filattere, pentacoli, campane, bocce, e fornelli di varie sorti da stillare erbe, terra, metalli, pietre e legni; aveva ancora carta non nata, occhi di lupo cervieri, bava di cane arrabbiato, spina di pesce colombo, ossa di morti, capresti d’impiccati, pugnali e spade che avevano ammazzati uomini, la cravicola e il coltello di Salomone et erbe e semi colti a vari tempi della luna e sotto varie costellazioni... Attendeva all’astrologia, alla finosomia, alla chiromanzia..." (18).

Anche i primi duchi di Firenze non furono immuni da interesse e rispetto per queste pratiche, specie Francesco dei Medici si segnalò per curiosità esoteriche; egli, comunque, predilesse sopra ogni cosa l’alchimia.
Per tutta la vita questo principe preferì alla cura dello stato la "Fonderia", un complesso laboratorio, ove, oltre a fondere statue e a lavorare metalli e pietre preziose si facevano esperienze alchemiche.
La "Fonderia", che in origine si trovava in Palazzo Vecchio, ebbe poi una sede definitiva nel Casino Mediceo di San Marco. L’edificio, opera del Buontalenti, l’architetto prediletto del Principe, ospita oggi la Corte d’Appello, un tempo invece conteneva alambicchi, mortai e fornelli, intorno ai quali si affaccendavano maestri e apprendisti.
Dalle stanze di questo laboratorio uscivano prodotti che sembravano miracolosi: "Da maestri peritissimi di continuo si stillano acque di fiori odorati, et d’erbe, et olii di drogheria, et spetierie, trahendone la quintaessentia, et untioni, et compongono lattovari, et confettioni a ristorare, liquori contra le maligne febri, et la pestilenza, et li veleni, et polveri et medicine di possenti virtù, et tostane, portandone in viaggio et nella caccia del G.D. per se e per la corte, e dandone a Prelati, Ambasciatori e Signori, et caritativamente in pronti rimedi..." (19).

Lo studio dell’alchimista, così caro a Francesco fu ritratto per suo volere dallo Stradano in un quadro posto poi nello Studiolo di Palazzo Vecchio, uno stanzino emblematico che attraverso il giuoco dei simboli e delle corrispondenze raffigura l’universo magicoalchemico del Principe.
Nell’opera dello Sradano fu immortalato lo stesso Francesco, raffigurato come apprendista, intento a seguire gli insegnamenti del maestro. In maniera così esplicita il successore di Cosimo, volle sottolineare la sua passione per quest’arte ermetica, volta a esplorare i segreti più reconditi della natura, fino a poter riplasmare la materia. Egli, signore di Toscana, monarca ed iniziato, vedeva in sé stesso la reincarnazione del mito salomonico, del re saggio e giusto e di infinita sapienza, depositario di ogni segreto e di ogni conoscenza. La sorte volle che egli morisse in modo sospetto quasi contemporaneamente all’amata Bianca Cappello ed alcuni, sommessamente, sussurrarono che, a por fine ai suoi giorni, fosse stato un micidiale tossico propinatogli dal fratello Ferdinando.

BIBLIOGRAFIA
- M. Adriani, "Arti magiche nel Rinascimento a Firenze", Firenze 1980.
- "Astrologia, magia e alchimia nel Rinascimento Fiorentino e europeo", a. c. P. Zambelli, in "Firenze e la Toscana dei Medici nell’Europa del Cinquecento: La corte, il mare, i mercanti, la rinascita della scienza, editoria e società, astrologia, magia e alchimia", Firenze 1980
- P. Bargellini, "Storia di una grande famiglia: i Medici", Firenze 1980.
- L. Berti, "Il Principe dello Studiolo, Francesco I dei Medici e la fine del Rinascimento fiorentino", Firenze 1967.
- M. Calvesi, "La morte di bacio - saggio sull’ermetismo di Giorgione", in "Storia dell’arte", 7/8, 1970.
- L. Dei Medici, detto Il Magnifico, "Orazione a Dio", in "Poesie di Lorenzo de’ Medici", Milano, 1953.
- E. Garin, "Medioevo e Rinascimento", Bari 1966.
- E. Garin, "Storia della filosofia italiana", vol. I, Torino 1966.
- O. Goggioli, "Lungo il Mugnone", Firenze 1990.
- Grazzini detto Il Lascia, "La Strega", in "Commedie del ‘500", a.c. di A. Borlenghi, vol. I, Milano 1959.
- Grazzini detto Il Lascia, "Le cene", II Cena, IV novella, Milano 1989
- Poliziano, "Fabula di Orfeo", v. 301, in A. Poliziano, "Poesie italiane", a.c. di S. Orlando, Milano 1976
- L. Pruneti, "Firenze esoterica", parte II, "L’età medicea (XV - XVI secolo) ", in "Officinae", a. V, Marzo 1993, n° 1
- L. Pruneti, "Note a margine sull’esoterismo nella Firenze medicea", in "Il retaggio universale di Lorenzo il Magnifico umanista integrale", Roma 1989

Note:
1. L. Pruneti, "Note a margine sull’esoterismo nella Firenze medicea", in "Il retaggio universale di Lorenzo il Magnifico umanista integrale", Roma 1989, p. 83 e sgg. L. PRUNETI, "Firenze esoterica", parte II, "L’età medicea (XV - XVI secolo)", in "Officinae", a. V, Marzo 1993, n° 1, pp. 12 - 16.
2. M. Calvesi, "La morte di bacio", saggio sull’ermetismo di Giorgione, in "Storia dell’arte", 7/8, 1970, p. 223; E. Garin, Medioevo e Rinascimento, Bari 1966, p. 155.
3. E. Garin, "Storia della filosofia italiana", vol. I, Torino 1966, p. 416.
4. E. Garin, "Medioevo e Rinascimento..." op. cit., p. 417.
5. E. Garin, Storia della filosofia ... op. cit., p. 417.
6. Riportato in E. Garin, Storia della filosofia... op. cit., p. 417.
7. M. Adriani, "Arti magiche nel Rinascimento a Firenze", Firenze 1980, p. 67.
8. Anche Poggio Bracciolini, illustre umanista, aveva una visione magica dell’universo. M. Adriani, "Arti...", op. cit., pp. 68-69.
9. Lorenzo Dei Medici, detto Il Magnifico, "Orazione a Dio", in "Poesie di Lorenzo de’ Medici", Milano, 1953, p. 157.
10. Angelo Poliziano, "Fabula di Orfeo", v. 301, in A. Poliziano, "Poesie italiane", a.c. di S. Orlando, Milano 1976, p. 123.
11. Lorenzo Dei Medici detto Il Magnifico, "Selve d’amore", II, in "Poesie di..." op. cit. p. 57.
12. Angelo Poliziano, "Prelezione alla Priora di Aristotele", riportata in O. Goggioli, "Lungo il Mugnone", Firenze 1990, p. 43.
13. Alessandro dei Medici fu accusato di aver fatto avvelenare il Cardinale Ippolito dei Medici, mentre Cosimo cercò di eliminare con quest’arma i suoi nemici che avevano cercato rifugio in Francia. P. Bargellini, "Storia di una grande famiglia: i Medici", Firenze 1980, p. 183.
14. "Astrologia, magia e alchimia nel Rinascimento Fiorentino e europeo", a. c. P. Zambelli, in "Firenze e la Toscana dei Medici nell’Europa del Cinquecento: La corte, il mare, i mercanti, la rinascita della scienza, editoria e società, astrologia, magia e alchimia", Firenze 1980, p. 313.
15. M. Adriani, "Arti..." op. cit., p. 111 e segg.
16. Girolamo Bargagli (1537-1587) scrisse nel 1564, per desiderio di Ferdinando dei Medici, la commedia "La pellegrina".
17. A. Grazzini detto Il Lascia, "La Strega", in "Commedie del ‘500", a.c. di A. Borlenghi, vol. I, Milano 1959, atto I, scena I.
18. A. Grazzini detto Il Lascia "Le cene", II Cena, IV novella, Milano 1989, p. 240.
19. Così testimonia il Pigafetta che fu ospite di Francesco e visitò la "fonderia". Brano riportato da L. Berti, "Il Principe dello Studiolo, Francesco I dei Medici e la fine del Rinascimento fiorentino", Firenze 1967, p. 51.


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