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DIETRO FORNELLI, FUCINE E ALAMBICCHI

di Lidia Parentelli

Fra umori, salassi e panacee. I misteri della medicina fra Medio Evo e Rinascimento.
 
 


Un viaggiatore curioso (ed un attento bibliofilo) che andasse per antichi monasteri con annessi "spedale" e spezieria troverebbe delle sorprese notevoli ispezionando antichi albarelli di ceramica (faentina ovvero montelupina), alambicchi e brocche vitree; perché vi troverebbe tracce di materiali alquanto strani, e leggendo ricettari di medici e farmacisti dell’epoca rimarrebbe alquanto perplesso e dubbioso sulla validità delle prescrizioni e della farmacopea dei tempi andati.
Era veramente problematico curarsi e soprattutto riuscire a guarire con quello che veniva consigliato e usato nel Medio Evo e non solo, e così pure nel Quattrocento e nel Cinquecento (e anche fino all’Ottocento) la situazione in effetti non cambiò molto.
Infatti la base delle conoscenze erano e restavano i "testi classici" per la diagnosi e la terapia e nel Cinquecento la medicina seguiva ancora i metodi e i principi in uso nel Mondo Classico, in parte integrati dall’apporto successivo della cultura araba. Le conoscenze mediche avevano avuto una lunga battuta d’arresto nel Medio Evo, dove era ben più importante assistere il "malato" (il quale doveva "sopportare cristianamente" il dolore, ritenuto il segno di una punizione da espiare), che curarlo. A parte l’uso dei poteri medicamentosi delle piante, già indicati nei cinque volumi del "De Materia Medica" da Dioscuride (I secolo d.C.), fino al Cinquecento si segue la medicina di Ippocrate e di Galeno (studiata in centri di studio come Bologna, Padova, Salerno e Montpellier) e così pure l’Enciclopedia Medica dell’arabo Avicenna (in cui si integrano le teorie galeniche con quelle di Aristotele) oppure il "Liber continens" di Rhazes e le opere dell’ebreo Maimonides.
Per molto tempo la scienza medica ufficiale fu legata alla concezione degli "umori" di Ippocrate e Galeno. Gli umori derivavano dal miscuglio dei quattro elementi vitali che si trovano nell’uomo e nell’universo.
Si riteneva che dallo squilibrio fra questi derivasse la malattia. Si pensava che essi entrassero nel corpo umano attraverso gli alimenti di cui ci si ciba e che se ne entravano troppi ciò alterasse l’equilibrio, per ripristinare il quale era necessaria la loro espulsione mediante salassi e purganti. Per espellere gli umori cosiddetti "peccanti" (in quanto fonte di squilibrio) ogni farmaco purgante attivava e tirava fuori l’umore con il quale aveva affinità (che doveva fuoriuscire "cotto", ovvero filtrato dal corpo).
Con il Rinascimento le cose cambiarono.
I testi classici vennero sottoposti a un attento esame filologico e critico e l’uomo indagava la natura con uno spirito diverso, proteso ai misteri dell’universo.
Dal canto loro i docenti di medicina, rappresentanti di un umanesimo aristotelico, insegnavano anche filologia e logica. Venivano altresì studiate le piante nostrane e quelle esotiche pervenute dai viaggi di esplorazione da poco iniziati creando gli orti botanici. Si consolidava poi il rapporto fra medicina e astrologia.
Molti medici erano anche alchimisti, studiosi di processi di distillazione, attenti alle proprietà terapeutiche delle acque, dei bagni, degli antidoti, degli elisir.
Con l’invenzione della stampa, poi, vengono riprodotti molti trattati classici di medicina e le scienza dei medicamenti si diffonde mentre accese dissertazioni vengono svolte nelle università dell’epoca. Nonostante gli studi intrapresi in questo campo, e i grandi progressi in campo teorico, la medicina nel Cinquecento resta un miscuglio di osservazioni precise e di sconcertanti superstizioni, oltre che di inverosimili credulità. La farmacologia era mescolata all’alchimia, alla cabala (in quanto fin dal Medio Evo ogni metallo aveva il suo simbolo cabalistico) e all’astrologia.
Secondo queste teorie vi erano medicamenti che traevano dagli astri le loro virtù e la somministrazione dei farmaci doveva essere fatta sotto determinati segni zodiacali ed influenze astrali, in quanto ogni parte del corpo era sotto l’influsso di un segno dello Zodiaco.
Fu Paracelso a portare avanti il parallelismo fra uomo e universo e la corrispondenza fra mondo del macrocosmo e del microcosmo e a sviluppare i processi vitali normali e patologici in termini chimici, dando origine alla iatrochimica e alla chimica fisiologica.
Paracelso si scaglia contro la teoria galenica degli umori, che per lui sono inconsistenti; egli rovesciò dunque la situazione per cui la malattia non veniva riconosciuta come tale ma si riconosceva solo l’individuo malato. Per Paracelso le malattie esistono e dipendono dal contagio. Certo, la spiegazione di quest’ultimo è sempre un po’ fantasiosa, perché può derivare dalle stelle, può essere trasmessa da un cane "rabido", da vapori minerali che si respirano, dal caos, come pure dal fluido di una strega. Contro le malattie ci vogliono rimedi specifici che abbiano un’azione chimica e meccanica come per esempio il mercurio, l’arsenico, l’antimonio e altre sostanze.
L’agente del morbo può anche essere spirituale; allora si richiede una terapia spirituale e magica.
Il principio di Paracelso era "similia similibus curantur", cioè adattare le cause e le sostanze alla malattia, non "contraria contrariis curantur" come dicevano Ippocrate e Galeno (che poi è in parte servito come principio ispiratore dell’omeopatia).
Egli insisteva molto sul fatto che la chimica è la base della farmacologia. Le sue composizioni (ad esempio il "calomelano", ovvero cloruro di mercurio) ebbero notevole difficoltà ad essere accettate dai medici del tempo e solo nel 1618 ne furono introdotte nella Farmacopea di Londra.
Paracelso era poi alla ricerca della Pietra Filosofale. Si trattava dell’agente più energico che si potesse chimicamente preparare, una sorta di panacea universale capace di guarire tutti i mali (solo in un secondo momento la ricerca della Pietra Filosofale mirò a trasformare i metalli vili in oro). Il discorso si basava sul seguente concetto: la virtù celestiale (spirito universale) con i suoi raggi imbeve la terra e soprattutto le pietre ed i metalli nei quali si è condensata; bisogna però isolarla dalle sostanze impure per liberarne la virtù con le operazioni alchemiche.
Paracelso ebbe molti seguaci fra cui J.B. Van Helmont (che stabilì il peso specifico dell’urina e scoprì l’esistenza dei gas), J: Woodall (importante gli studi di chirurgia); Tommaso Bovio e il Fioravanti.
Anche in Toscana fu seguito con un certo interesse, specie per quanto riguarda la chimica farmaceutica, in quanto la passione per la chimica e l’alchimia erano molto diffuse nel Cinquecento.
Gli stessi Medici avevano un grande interesse per questi studi e vi si applicavano personalmente. A palazzo essi disponevano di una fonderia e una distilleria, dove si lavorava fra fornelli, fucina ed alambicchi.
La famiglia Medici, sia con Cosimo che con Francesco, si appassionò alle cose della natura dimostrando grande conoscenza dei (composti) "semplici" e notevole interesse per la medicina.
"I granduchi - dice Baccio Bandinelli - facevano tutto l’anno stillare in vari modi e molte maniere di erbe e fronde e fiori, e ne traevano acque e olii preziosissimi e facevano fare assai maniere di medicamenti, così semplici come composti, dei quali ne davano non solamente a noi vassalli, ma ne mandavano ancora volentieri in tutta Europa".
Francesco I preparava medicamenti, sperimentava veleni e antidoti e si vantava di avere composto un olio "da sanar gli impestati" e che "difendeva da febbri e veleni".
L’edizione del 1597 del famoso "Ricettario Fiorentino" ricorda questi fatti e aggiunge che i granduchi medicei, in fatto di esperimenti farmacologici, "di molto spazio si sono lasciati addietro et i principi antichi et quelli del loro tempo".
Continua il Ricettario Fiorentino: "perché chi ha mandato ad investigare e condurre le piante forestiere? Chi per la conservazione di esse, ha mai fatto giardini tanto vaghi e spaziosi ripieni di ogni sorta di 'semplici'? Nelle composizioni dei medicamenti e nelle operazioni dell’arte distillatoria è incredibile il tesoro che le Loro Altezze ci hanno dispensati. E questo per la comune utilità e per chiarirsi con la riprova della sperienza di molti segreti di natura... Sarebbe impossibile, per lo gran numero loro, raccontare, che per la forza dei loro rimedi insperatamente sono stati tolti di mano alla morte et in vita per miracolo ritenuti... Dalla fonderia dei granduchi gli artefici dei medicamenti hanno imparato a ripulir una certa antica rozzezza e imperizia".
L’uso di preparar farmaci nel laboratorio granducale durò fino a Cosimo III, e il Redi, in una lettera a Don Francesco Mea, scrive che i preparati della spezieria granducale andavano fino in Messico. Il Donzelli poi vanta l’olio "per lo spasmo", l’olio di garofano e di mastice per lo stomaco ed altri che si fabbricavano nella fonderia.
Come abbiamo visto in tutto il Cinquecento vi è un grande interesse per la medicina, si registrano progressi nel pensiero medico, ma nella pratica medica e farmacologica quotidiana si continuavano ad usare gli antichi sistemi derivanti da Ippocrate e Galeno.
Nella farmacopea cinquecentesca c’era dunque di tutto: i rimedi del passato e quelli più recenti. E anzi i farmacisti moltiplicavano le composizioni di scarsa efficacia per puro scopo di lucro. Il medico è ancora quello messo in caricatura sul palcoscenico da Moliere, che farneticando in termini di patologia umorale galenica, si affanna intorno ad un vaso di feci intento a vedere se l’umore fosse uscito oppure no...
Di fatto, comunque, specie nelle campagne e nella cultura contadina, il tutto si protrasse fino quasi all’Ottocento con le concezioni e i rimedi propri della medicina popolare.

BIBLIOGRAFIA
- AA.VV. - La corte, il mare, i mercanti - La rinascita della Scienza - Editoria e Società - Astrologia, magia e alchimia
- Catalogo in IV voll. dell’Esposizione "Firenze e la Toscana dei Medici nell’Europa del ‘500" - Firenze, 1980.
- Cardini, Franco - Magia e superstizione nel Medioevo occidentale - Firenze 1979
- Ciasca, R. - L’arte dei medici e degli speziali nella storia del commercio fiorentino dal Sec. XII al XV - Firenze 1927
- Benedicenti, A. - Malati, medici e farmacisti. Storia dei rimedi attraverso i secoli - Milano 1947
- Donzelli, G. - Teatro farmaceutico, dogmatico e spagirico - Venezia 1696
- Nardi M. - La medicina popolare in Toscana - Firenze 1935
- Martino E. - Magia e civiltà - Milano 1972

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