
L'ATTRIBUZIONE

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L’archeologia ufficiale, non ammettendo la possibilità che altre civiltà attualmente sconosciute abbiano preceduto i popoli storici, data questi siti in epoche conosciute relativamente recenti e comunque sempre dopo la fine dell’ultima glaciazione. La metodologia di attribuzione e, quindi indirettamente, anche di datazione, si basa sul reperimento di manufatti databili storicamente e, conseguentemente, colloca tali siti archeologici nello stesso periodo e riferendoli alla stessa popolazione. Bisogna però considerare il fatto che è sempre stato uso comune, da parte dei popoli che hanno riabitato siti precedenti, il recuperare quanto anteriormente lasciato da chi li ha preceduti, seppur riadattandolo alle loro necessità, ed è proprio per questo che tale metodologia può presentare incongruenze e inesattezze.
Il fatto che si trovino dei manufatti all’interno di un qualsiasi sito, conoscendo la loro epoca di appartenenza, non vuole necessariamente dire che chi ha lasciato quei reperti abbia costruito il sito stesso. Al contrario, può benissimo averlo riusato e riadattato alle proprie esigenze, proprio come facciamo noi attualmente con edifici antichi. Se tra qualche migliaio di anni gli archeologi del futuro trovassero in un palazzo del ‘200 tracce di una abitazione del XXI secolo, seguendo il medesimo criterio, dovrebbe attribuire la costruzione dell’edificio al "Mario Rossi" del XXI secolo. Una metodologia più corretta sarebbe invece il paragonare la tipologia costruttiva ed architettonica con quella delle popolazioni stanziali dell’epoca. Se ad esempio troviamo un "opus reticulatum" in qualsiasi zona dell’area mediterranea, possiamo dire con quasi assoluta certezza che è un’opera romana, infatti ogni epoca e ogni popolo sono caratterizzati da una propria e peculiare produzione artistica ed architettonica. Nell’analisi di questi siti ci troviamo invece di fronte all’evidenza di una riutilizzazione da parte delle popolazioni storiche, e questo perché, mentre troviamo la stessa tipologia di scavo con le stesse strutture di supporto in tutto il mondo, i medesimi siti vengono attribuiti ad epoche, culture e popolazioni diverse, in base ad un metodo di attribuzione che va contro quanto sopra sostenuto.
Una prova evidente di ciò si ha, come già detto, nel confronto tra due siti uguali, uno nei pressi di Bomarzo (VT) e l’altro a Vitozza (GR) dove, mentre il primo è attribuito agli Etruschi il secondo, assolutamente identico, è invece datato al Neolitico. UN’ORIGINE ESTRANEA PER GLI "IPOGEI"? Questa breve disamina può dare supporto alla concreta ipotesi secondo cui molte prove e considerazioni logiche sembrano in effetti portare ad escludere nello specifico un tipo di lavorazione manuale eseguita da popolazioni storiche, mentre viceversa si affaccia prepotentemente uno scenario di tipo tecnologico avanzato, riferibile ad una civiltà scomparsa durante l’ultima Era Glaciale.
Anche se non sono stati trovati resti umani o umanoidi che possano aiutarci con maggiore certezza a capire quale tipo di popolazione abbia costruito tali gallerie, possiamo farcene ugualmente un’idea esaminando le parti "percorribili" di tali siti, in quanto ogni popolo edifica adattando le costruzioni alle sue caratteristiche fisiche.
Le parti percorribili che invito ad esaminare sono in particolare i passaggi costituiti da stretti cunicoli di accesso e percorrimento fruibili con non poche difficoltà da noi uomini d’oggi come pure dalle popolazioni storiche note che ci hanno preceduti, in quanto le loro esigue dimensioni, 1,20 mt. Di altezza per 50-60 cm. di larghezza, non consentono evidentemente un passaggio agevole e anzi, a volte, lo impediscono quasi totalmente. In pratica per fruire agevolmente di tali passaggi bisognerebbe avere avuto, necessariamente e logicamente, una taglia ben inferiore a quella della sezione dei passaggi stessi, e dunque, apparentemente, un tipo di corporatura che non appartiene ad alcuna specie nota che abbia vissuto sulla Terra e di cui si siano trovati i resti ma che appare stranamente simile alla fisiologia dei pigmei, la cui presenza, peraltro, non può certamente essere invocata a nessun titolo alle nostre latitudini, fosse anche in un passato dimenticato. Ovvero - per quanto ciò possa suonare fantastico - anche alla tipologia descrittiva delle entità umanoidi di presunta origine extraterrestre protagoniste di tanti casi ufologici di "incontri ravvicinati" registrati nell’ultimo mezzo secolo come anche in precedenza.
Si può quindi avanzare l’ipotesi che potrebbero essere queste le prove che una qualche specie aliena abbia vissuto sul nostro pianeta in un lontano passato magari stabilendovi delle basi di appoggio autosufficienti che, se allocate nel sottosuolo, avrebbero garantito la migliore sicurezza di fronte ad indesiderati rapporti con la inferiore popolazione autoctona?
Ricordiamo in ogni caso l’antico mito di Tages, l’istruttore "celeste" emerso dal sottosuolo italico per trasmettere i rudimenti della civiltà agli antenati degli Etruschi. Curiosamente, esso viene proprio tradizionalmente indicato come una entità minuta, esile e di bassa statura, caratterizzato dalla apparenza fisica e dalla corporatura di un bambino ma anche dalle conoscenze, dalla saggezza e dai tratti propri di un anziano. A quale razza apparteneva e da dove veniva questa figura "divina" di apportatore di cultura e civiltà superiori ai nostri antenati protostorici?
E che dire anche delle tante tradizioni sul cosiddetto "piccolo popolo", popolarmente associato in epoca medioevale e rinascimentale ai miti senza tempo sugli elfi e gli gnomi, ma la cui genesi, comune a tanti popoli, potrebbe nascondere una antica realtà ben più inquietante?
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