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Tutti gli articoli di ARCHEOMISTERI PRIMA DEGLI INCAS
di Giuseppe Colaminè

La leggenda delle popolazioni peruviane racconta che in un tempo remoto, quando la Terra era divenuta inospitale in seguito ad un grande cataclisma che aveva "oscurato il cielo e posto il sole in ombra", venne da sud un gruppo di uomini dalla pelle bianca ed il viso barbuto definiti i Viracochas.

Il loro capo portava appunto il nome di Viracocha ma venne chiamato in vari altri nomi dagli indigeni: Thunupa, Tarpaca, Pachaccan, Viracocharapacha. Egli era accompagnato da fedelissimi che gli facevano da scorta, gli "huaminca" e da emissari che diffondevano la sua dottrina, "hayhuaypanti" (gli splendenti), passati alla leggenda per la luminosità che emettevano.
Viracocha trovò una popolazione abbrutita dagli eventi cataclismatici ed incominciò a gettare i semi di una nuova civilizzazione insegnando l’agricoltura, il buon costume, proibendo la violenza e la poligamia; in sintesi favorì la diffusione di un costume evoluto, umanitario, assai somigliante a quello del Cristianesimo attuale.
Durante quest’opera di civilizzazione Viracocha venne osteggiato e spesso fatto segno a tentativi di violenza dagli indigeni ma riuscì sempre a cavarsela sbalorditivamente provocando fenomeni che agli occhi dei nativi apparvero sovrannaturali e gli procurarono la fama di divinità.
Che fine abbia fatto questa strana stirpe è ignoto; la leggenda dice che i Viracochas ripartirono diretti verso nord; altre fonti affermano che il loro capo si incamminò fra le onde del mare dopo aver fatto calare sulla spiaggia una cappa di fuoco che terrorizzò gli indios ostili.
Quando avvenne tutto ciò non viene ovviamente specificato. Le leggende non hanno date se non quelle ricavabili dagli eventi geoclimatici o astronomici descritti e qui abbiamo un primo dato riguardante le condizioni da "Day after" in cui si trovava il Perù all’epoca dell’arrivo dei suoi paleocivilizzatori.

E LA TERRA CAMBIÒ FACCIA
L’oscurità del cielo e la gigantesca inondazione descritta ci avvicinano alla fine dell’era glaciale avvenuta fra l’11.000 ed il 9.000 a.C., un periodo antichissimo, peraltro già abbondantemente menzionato negli studi di archeologia di frontiera.
Secondo le leggende Incas, i Viracochas edificarono grandi opere architettoniche, fra le quali il Sacsahuaman, una gigantesca fortezza situata a nord di Cuzco, ex capitale dell’impero Inca, nonché la misteriosa città di Tiahuanaco, sulle sponde del lago Titicaca.
Il Sacsahuaman è una muraglia formata da massi perfettamente squadrati ed incastrati fra loro senza alcuna malta cementante. Alcuni di questi blocchi arrivano al peso di 300 tonnellate e più e la disposizione degli stessi è così precisa da non lasciare fenditure, nemmeno per la lama di un coltello.
Non ci sono noti i metodi che gli Incas avrebbero potuto usare per ottenere simili manufatti, sia per quanto attiene il taglio geometrico delle pietre, che per il loro trasporto, considerata la mole delle stesse.
I Viracochas vengono descritti come creature molto alte, maestose, dotate di poteri sovrannaturali e, fatto assolutamente inspiegabile in America Latina, essi erano tutti chiari di pelle e barbuti.
La storia ci dice che le popolazioni amerinde erano glabre e scure di pelle; non vi sarebbero stati bianchi in quel continente prima dell’arrivo dei Conquistadores spagnoli nel XVI secolo.
Se non abbiamo elementi sufficienti a datare seppur approssimativamente il Sacsahuaman, le cose stanno assai diversamente per la città di Tiahuanaco.
Considerata sacra al dio Viracocha, la città sorge su di un altipiano, a 30 km. dal lago Titicaca; tuttavia fra le rovine di Tiahuanaco troviamo strutture tipicamente accostabili a banchine e moli portuali, il che fa pensare che un tempo la città fosse bagnata dalle acque del lago.
Ebbene, calcolando il ritmo temporale che scandisce il ritiro della costa lacustre, otteniamo che questa lambiva l’insediamento di Tiahuanaco in un’epoca databile intorno all’11.000 a.C. Questo dato, sorretto da una logica stringente, cozza apertamente con quello fornito dall’archeologia ortodossa che data la città al 500 a.C.

CANTIERI EDILI TELECINETICI
Le sorprese non sono finite.
Secondo la leggenda incaica i Viracochas erano capaci di trasportare i massi facendoli spostare "al suono delle trombe".
Ci troviamo di fronte ad una specie di telecinesi indotta da segnali acustici.
Volendo astenerci da considerazioni di ordine magico-paranormale, potremmo azzardare l’ipotesi che si trattasse di un sistema basato sulla modificazione dell’assetto magnetico degli oggetti i quali venivano dotati di cariche ora attrattive, ora repulsive, proprio attraverso segnali a distanza che comunque potevano essere percepiti dall’orecchio umano e scambiati per squilli di tromba.
Oggi sappiamo che segnali radio intensi si accompagnano a rumori vari come sibili più o meno acuti; gli indios del passato non potevano certamente essere a conoscenza di ciò. Con questo bizzarro metodo sarebbero state edificate sia il Sacsahuaman che Tiahuanaco. La città include una serie di strutture monumentali, fra cui un tempio sotterraneo, il Kalasasaya, la piramide Accapana e la mitica Porta del Sole.
Il tempio sotterraneo contiene una scultura ricavata in una lastra di roccia raffigurante Viracocha ai cui lati troviamo immagini scolpite di strani animali preistorici. Alle spalle del monolito ve ne sono altri due raffiguranti due compagni del dio, forse i suoi fedelissimi.
Il Kalasasaya è una spianata in cui torreggiano sculture monolitiche; il suo significato è stato chiarito in seguito alle ricerche di numerosi studiosi, negli anni fra il 1927 ed il 1930. Da queste indagini, condotte peraltro anche da esperti della Specola Vaticana, l’organo della Santa Sede deputato alla ricerca astronomica, è emerso che il Kalasasaya aveva gli angoli perfettamente orientati con i punti di levata eliaca nei solstizi e gli equinozi del periodo relativo al 15.000 a.C. Una sorta di osservatorio astronomico orientato secondo le coordinate astrali di 17.000 anni fa. Quanto alle strutture monolitiche ne troviamo una raffigurante un androgino molto alto, con il corpo ricoperto dalle squame di un pesce. Si tratta inequivocabilmente di una simbologia acquatica poiché ogni squama è formata da piccole teste di pesce.

UMANOIDI ACQUATICI
La leggenda locale parla di semidei, metà uomini e metà pesci, venuti dal lago Titicaca e chiamati Chullua e Umantua.
L’analogia con il mito greco delle sirene è suggestiva, ma ancora di più lo è quella con il mito mesopotamico di Oannes, una creatura simile, venuta dall’acqua insieme ad una schiera di suoi simili. Oannes era una figura semidivina, dotata di grande intelletto, venuta sulla terraferma ad insegnare agli uomini princìpi di civilizazione simili a quelli di Viracocha.
In Medio Oriente il mito di Oannes ebbe una risonanza particolare, fino ai Vangeli cristiani in cui viene descritta la figura di Giovanni Battista.
Ci troviamo di fronte ad un qualcosa dal valore a dir poco intercontinentale. L’acqua, uomini venuti dall’acqua a civilizzare popolazioni terricole; il mito di Atlantide, grande civiltà perita in seguito ad una gigantesca sommersione e qui si inserisce il sibillino significato del nome Viracocha che vuol dire "Spuma del mare".
Poco oltre il Kalasasaya troviamo un rilievo chiamato "la piramide".
Si tratta di una struttura di circa 200 metri di lato, orientata perfettamente secondo i 4 punti cardinali. Prima che gli Spagnoli la deturpassero essa era formata da blocchi disposti a gradoni che delineavano terrazze degradanti, proprio come le piramidi Maya e gli Ziggurat mediorientali.
All’interno della piramide sono stati rinvenuti numerosi cunicoli che probabilmente incanalavano l’acqua dalla cima alla base della struttura. Qui troviamo una singolare analogia strutturale con la piramide del sole di Teotihuacan; il sistema di drenaggio dell’acqua ci fa pensare ad una struttura idroprotetta ma più di ogni altra congettura il nome "Accapana", datole dagli Incas, ci chiarisce l’affascinante significato di questa costruzione.
"Hake" in lingua Aymara vuol dire persone; "Apana" significa perire. "Accapana" ci appare come il luogo dove le persone muoiono ed in questo caso la presenza di un sistema idraulico potrebbe collegare la morte della gente all’acqua, appunto all’inondazione seguita alla deglaciazione che sconvolse la Terra intorno al 10.000-9.000 a.C.
La Porta del Sole è un monolito ricavato da un blocco di ardesia, sulla cui sommità spicca l’immagine di Viracocha, circondata da file di strane figure.
Secondo alcuni la successione di tali immagini simboleggia un calendario astronomico ma ve ne sono anche altre che raffigurano animali preistorici come il Cuvieronius, estintosi intorno al 10.000 a.C. ed il Toxodonte, scomparso nell’undicesimo millennio a.C.
L’ultima sorpresa di questa regione ci viene dalla lingua Aymara, usata dagli indios locali.
Studi condotti nello scorso decennio hanno dimostrato che la sua sintassi appare estremamente dettagliata e rigida per appartenere ad una popolazione poco progredita; essa può essere trasformata in un algoritmo ponte, cioè in una lingua intermedia utile ad effettuare traduzioni tra svariate lingue diverse. In sintesi ci troveremmo di fronte ad un linguaggio "standard" che collega una lunga serie di altri linguaggi e che sarebbe stato progettato come una sorta di Esperanto planetario.
Dove porta tutto quest’insieme di dati?

MISSIONE INTERROTTA
Abbiamo tracce di un gruppo di individui dotati di grande conoscenza scientifica e tecnologica che in un periodo a cavallo fra il 15.000 ed il 10.000 a.C., cioè in piena era di deglaciazione, arrivano in Perù dal sud, istruiscono la popolazione in merito all’astronomia, l’agricoltura, l’etica, creano una lingua che può essere utilizzata universalmente e lasciano un insediamento da loro stessi creato i cui è scritta in codice la storia di quel periodo.
Chi sono? Da dove vengono?
Qual è il loro fine?
L’aspetto è umano, anche se di una razza assai diversa da quella locale, tuttavia il livello evolutivo, la conoscenza scientifica e le tecniche di costruzione fanno pensare ad esponenti di una civiltà estremamente avanzata, capace di confezionare linguaggi convenzionali, di padroneggiare le leggi gravitazionali, di provocare fenomeni fisici complessi.
Erano inviati di una grande civiltà dimenticata dalla Storia?
Una teoria che trova molti sostenitori vede nell’Antartide l’antico continente di Atlantide.
I Viracocha venivano da sud, quindi potenzialmente potevano provenire proprio dall’Antartide che in quel periodo era ancora in buona parte priva di ghiacciai e poteva ospitare una civiltà fiorente. Tutta la leggenda ci lascia l’impressione che i Viracocha fossero andati in Perù per gettare i semi di una nuova civiltà; un esperimento di civilizzazione riuscito nella fondazione di Tiahuanaco ma stranamente non continuato dal momento che questi individui partirono diretti verso nord. Cosa li fermò?
Forse i Viracocha vollero limitare la propria opera per non stravolgere l’equilibrio degli indigeni, in altri termini essi agirono in maniera studiata per non indurre un "collasso culturale"?
Questo termine è lo stesso in uso ai nostri giorni dai sociologi. Laddove ci trovassimo improvvisamente di fronte ad una specie enormemente più evoluta, il nostro modus vivendi diverrebbe obsoleto e l’intera struttura socioculturale umana collasserebbe, schiacciata da quella subentrante.
Chiunque fossero, i Viracocha erano comunque legati ad altri gruppi che in epoche diverse approdarono in varie zone del pianeta per portare nuovi spunti di civilizzazione.
Le loro caratteristiche comportamentali sembrano riconducibili a quelle di un ceppo vivente dalle seguenti caratteristiche comuni:

1. Creature di razza bianca, dotate di sistema pilifero sviluppato e corporatura robusta.
2. Grande affinità con il mondo acquatico, fino alla possibilità di creare ibridi umano-ittici.
3. Costumi miti, improntati al rispetto reciproco ed alla tolleranza.
4. Spiccata conoscenza dell’astronomia e dei moti ciclici terrestri.

Li chiamarono Viracocha in Perù, Quetzalcoatl in Messico, Oannes in Mesopotamia. Oggi, studiandone i modi e le caratteristiche, ci appaiono membri della stessa razza.
Ci siamo chiesti chi fossero ma la logica non ci ha dato una risposta.
Chi erano i veri padroni della Terra: Gli abitanti della mitica Atlantide, gli Uomini-Pesce della Mesopotamia, i Giganti Figli degli Dei della tradizione biblica, i costruttori delle mitiche Vimana, carri celesti della protostoria indù?
Se così fosse stato, allora chi erano gli indigeni che vennero visitati in epoche diverse da questi esseri superiori?
La risposta a quest’ultima domanda potrebbe essere semplice: quei primitivi erano i nostri antenati, gli antenati di quegli uomini che oggi si trovano interdetti di fronte ad un mistero che non può più essere liquidato con argomentazioni mistiche o magiche, o quantomeno con spiegazioni apparentemente razionali, sottese da un dogma psicologico che vede nel mito la proiezione di fantasie a cui l’uomo non poteva arrivare senza spunti che lo avessero suggestionato.
Oggi noi, discendenti di quei primitivi a cui venne insegnata la civiltà, ci chiediamo chi furono i nostri maestri e nelle loro tracce cerchiamo di seguire il cammino che percorsero in seguito, nell’ipotesi di poter ritrovare la loro cultura e con essa ricongiungerci a millenni di distanza da quando consideravamo i loro avi delle divini.
Ma siamo davvero pronti per tutto ciò?

Bibliografia
1 - Devereux P.: Secret of ancient and sacred places. Ed. Blanford Books; London - 1992.
2 - Joseph P.: The extirpation of Idolatry in Perù. Kentucky Univ. Press - 1968.
3 - Posnasky A.: Tiahuanacu: the credle of American men. J.J. Augustin; New York - 1945.
4 - Sitchin Z.: The lost realms. Avon Books; N.Y. - 1990.

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