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POMPEI: UN GRAFFITO E TANTI MISTERI

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La letteratura inerente al tetragono dell’AREPO SATOR, sia accademica, sia di confine, è ricca di particolari: si parte dalla descrizione dei vari luoghi di ritrovamento, per giungere al recondito significato che sarebbe contenuto nella scritta.
Secondo la maggior parte degli studiosi, la formula era ampiamente diffusa all’interno dell’Impero Romano.
Dalla Mesopotamia (a Dura Europos fu trovata in ben cinque occasioni) alla remota Britannia dove, nella contea del Gloucester, tornò alla luce negli scavi a Cirencester.(1) E dall’Egitto del quarto e quinto secolo dopo Cristo alla Cappadocia del nono secolo dopo Cristo, graffita su pitture rupestri.
Si ritiene che nel Medio Evo la composizione sia stata usata con intento apotropaico, in esorcismi ed in altre pratiche magiche. Di fatto, l’epigrafe pompeiana s’intendeva come una sorta di protezione: si utilizzava cioè, per così dire, come uno "scudo protettivo" posto a difesa della persona che operava nel pericoloso settore della magia.
È comunque un fatto insolito e stimolante che "già" nel Medio Evo si faccia uso di tale sciarada "ante litteram" come formula protettiva. È sconcertante, in primo luogo, perché non vi sono indicazioni contrarie a stimare come la scritta sia stata tramandata anche oralmente dal momento della sua formulazione in poi, almeno con questo background di valenze semantiche.
In seconda battuta, poi, si può affermare che la scritta sia conosciuta indipendentemente dagli scavi e dai ritrovamenti archeologici del nostro secolo.(2) Il fatto, inoltre, è indicativo della forte volontà impiegata per trasmettere l’iscrizione magica, manovra che, come sembra, in qualche maniera è riuscita perfettamente.
La struttura a cinque parole, in ogni caso, non trova soluzione di continuità: è rimasta costantemente inalterata nel tempo. Che cosa si può dedurne?
È maggiormente probabile che sia il presunto significato che si poteva attribuire all’enigma a adeguarsi, di volta in volta, al sistema culturale che attraversava, piuttosto che il suo vero contenuto. L’enigmatico graffito, in effetti, sembra essere riuscito a custodire gelosamente i suoi segreti.
Fin qui tutto corre.
La diatriba dei dotti sull’origine e sul significato dell’enigma campano è così sempre rimasta accesa. Le correnti di pensiero si separano in due diramazioni, a seconda che il motto si consideri un documento pertinente alla cristianità delle origini o, al contrario, che questo non si stimi attinente alla dottrina cristiana. Dei vari significati che si ritengono prossimi al paradigma cristiano, meritevole di riguardo è:
la "...interpretazione alla quale giunsero, nel 1925, due studiosi, il Grosser e l’Agrell...".(3) I due autorevoli esperti vi scorsero la prima documentazione della preghiera del "Pater Noster" in lingua latina:
"...Grande fu l’importanza della scoperta nella quale si vide la prova ormai certa della presenza dei Cristiani in Pompei...".(4)
In parte, ciò potrebbe essere indicativo dell’affermarsi di un linguaggio più comune, maggiormente comprensibile dal popolo e quindi in grado di estendersi a grandi masse e di diffondere in modo capillare la conoscenza della nuova religione.
Altra linea di pensiero, invece, per i sostenitori di una tesi opposta come il: "...de Jerphanion che, partito dalle posizioni del Grosser e dell’Agrell, si allontana poi da essi per accettare quella del Cumont...".(5) Può essere.
Torniamo però alla storia.

Note:
1. Archeological Journal, LVI 1899, p. 3-20.
2. Si deve ricordare che della Pompei archeologica s’inizia a parlarne dalla metà del XVIII secolo in avanti.
3. Gli ebrei a Pompei, di Carlo Giordano-Isidoro Kahn, Napoli, 1979, p. 78-79.
4. Giordano-Kahn, op. cit., p. 79.
5. Giordano-Khan, op. cit., p. 80.
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