
GLI "DEI EX MACHINA" E LA DISTORSIONE TEMPORALE DEI DIOSCURI
di Solas Boncompagni

Alla ricerca delle origini di una locuzione latina. Tuoni, folgori e macchinari del teatro antico. Leggendarie imprese di Castore e Polluce e loro padronanza del tempo e dello spazio.


Dall’antichità c’è pervenuta una locuzione latina che rammenta gli espedienti impiegati nei misteri e nelle iniziazioni di quell’epoca: il "deus ex machina", ossia il dio dalla macchina. Tutto ciò che costituiva il cosiddetto "apparato dei misteri" esisteva sino dalle più vetuste rappresentazioni teatrali. Innanzi tutto esso cercava di rendere il più possibile naturali i fenomeni meteorologici come il tuono e lo scintillio della folgore. E furono per primi gli Arabi e gli Egizi ad imitarli.
In Grecia il lampo si vedeva d’improvviso irrompere nelle tenebre della scena ed Apuleio ne paragona gli effetti alla luminosità solare poiché fu egli stesso spettatore in Corinto ad un siffatto spettacolo quando gli fu permesso di assistere ai sacri misteri di Iside: "nocte media vidi Solem candido coruscantem lumine".
Plinio il Vecchio (1) precisa che tali artifici erano impressionanti, allorché venivano effettuati in locali chiusi e Vitruvio aggiunge che, essendosi trovato nel tempio di Cerere Eleusina, non si poteva comprendere da quale parte provenisse "lo strepito praticato dagli iniziati in quello spaventevole edificio d’immane grandezza" (2).
Nel poema "Il ratto di Proserpina", Claudio Claudiano spiega che tale "strepito" usciva dalle "viscere della terra", il che faceva supporre che provenisse da qualche parte sotto il pavimento del tempio e chiarisce che il "muggito" seguiva immediatamente il lampo, proprio come durante un temporale.
E ci sono pervenute anche denominazioni sia del luogo, detto "Bronteion", dove si imitava il tuono agitando vasi di rame in cui erano delle pietre sia dell’apparecchio con il quale si produceva la "folgore", cioè il "ceraunoscopio" (3). Non si sa in che cosa consistesse questo ultimo congegno ma, se si considera che la cosiddetta polvere pirica era conosciuta già alla fine del Neolitico dai Semiti, dai Camiti e dai Mongoli, perfezionata poi dagli Arabi (4), si può ben comprendere che tali folgori non potevano che attribuirsi ad un particolare impiego di essa. L’allestimento scenico doveva prevedere, oltre all’utilizzazione di questi effetti, anche una specie di cortina fumogena per fare comparire e scomparire fantasmi o divinità.
E, proprio a proposito di queste ultime, gli espedienti impiegati dovevano essere particolarmente complicati per rendere più fascinosa l’improvvisa apparizione degli "dei ex machina". Giulio Polluce dice che queste macchine erano simili a "porte o finestre" che venivano fatte innalzare con gli attori-dèi sopra la scena e poi calare dall’alto con l’aiuto di "corde, ruote e contrappesi", sembrando così agli spettatori che discendessero dal cielo per risolvere una intrigata situazione di una commedia o tragedia e venendo in aiuto di chi l’aveva scritta o di chi la stava interpretando.
Ed il cosiddetto "macchinista" poteva operare in tre modi: o facendo soltanto apparire la macchina con l’attore-dio che volava attraverso la scena, o facendola discendere sino a toccare il suolo, oppure procurando che il finto dio s’innalzasse d’improvviso verso l’alto come se volasse. Tutto ciò accadeva non senza incidenti come narra appunto Svetonio allorché il personaggio di Icaro, al primo tentativo di volo, cadde sul proscenio così vicino a chi impersonava Nerone da spruzzarlo di sangue (5). I movimenti di questo singolare apparato scenico erano favoriti dal fatto che i teatri nell’antichità si estendevano notevolmente in larghezza e non avevano una copertura, proprio come il carro di Tespi, cosicché il macchinario poteva usufruire di particolari gru appositamente atte a spostare gli attori-dèi sia orizzontalmente sia verticalmente (6).
Ma il "deus ex machina" non suscita in noi tanto interesse per la funzione scenica che aveva, quanto per una ricerca sull’origine di tale locuzione relativa alla comparsa di un "genio" o di un angelo o di una divinità nello "scenario del mondo" sia per fare incivilire le antiche popolazioni (dagli 0annés di Beroso ai "Vigili" o "Veglianti" di Enoch) sia per aiutare a risolvere certe vicende storiche umane come accade ad ogni comparsa degli dèi pagani nei grandi poemi classici dell’antichità.
Una cosa c’è quindi da chiedersi. È possibile che non sia stato soltanto frutto d’immaginazione il suggerimento agli antichi di un "deus ex machina" proveniente dal cielo, ma che ciò nei lontani tempi della storia dell’umanità sia realmente accaduto?
Gli eventi misteriosi ed il progresso tecno-scientifico di oggi rendono più comprensibile un contatto fra umani e creature intelligenti che, si crede, possano vivere altrove nel cosmo: esseri alieni, cioè. Ed è pure comprensibile che gli antichi in tal caso li possano aver potuto ritenere degli dèi alla stessa stregua degli indigeni all’arrivo di Colombo in America.

I DIOSCURI COME "DEI EX MACHINA"
La mitologia ci dice che Castore e Polideuce (o Polluce), eroi della Laconia e figli di Leda, erano nati a Pefno nel Peloponneso e che furono educati dal favoloso centauro Chirone.
Essi hanno dato origine ad uno dei culti più diffusi nel continente euro-asiatico. Detti Tindaridi dal padre di uno di essi, Tindaro, re di Sparta, divennero noti con il nome di Dioscuri (da "Dios", genitivo di "Zeus" e "Kouros" = "giovanetto"). Ed è dalla loro nascita che hanno origine per essi due storie, l’una che appare del tutto terrena, dei Tindaridi, e l’altra leggendaria, appunto dei Dioscuri. Quest’ultima presenta vicende straordinarie tanto da renderli simili agli "dei ex machina".
Dal concepimento di Leda, amata da Zeus sul Taigeto "in forma di cigno", vennero alla luce i due gemelli nati da due strane uova, le quali richiamano alla nostra mente una correlazione più ampia, quella del mito della genesi di "tutti gli enti" e del genere umano dall’"aria oscura". Si tramanda infatti che l’egizio Cnef, creatore del tutto, fece uscire dalla sua bocca un uovo da cui si ebbe la formazione dell’universo, e che per la qual cosa fu detto cosmogonico (7).
Né è il caso di dimenticare come da un "uovo primitivo" (oen, oes = uovo) uscirono gli Oannés. Ed è pure scritto che tale "uovo cosmico" si trova "nel fondo del celeste Nilo" (8). Seguendo la leggenda dei Dioscuri come ce la riferisce Apollodoro (9) in modo dissimile da altri storici, solo Polluce era figlio di Giove, mentre Castore di Tindaro; il primo quindi era immortale e l’altro mortale. Giove, trasformandosi in cigno, inseguito da Venere sotto l’aspetto di un’aquila, si rifugiò tra le braccia di Leda che, allettata da questo, concepì dopo nove mesi le due uova da cui nacquero Polluce con Elena dal primo e Castore e Clitennestra dall’altro. Solo questi ultimi furono ritenuti figli di Tindaro in quanto Leda era già incinta quando fu sedotta da Giove. I due fratelli trasportati poi da Mercurio in Laconia dettero inizio alle loro eroiche imprese (10).

LE INCREDIBILI AZIONI DEI DIOSCURI
Dopo avere sconfitto i pirati ed averli allontanati dall’arcipelago egeo, Castore domatore di cavalli, e Polluce, invincibile pugile, parteciparono con Giasone alla leggendaria conquista argonautica del Vello o Tosone d’oro. Durante la spedizione, gli Argonauti, assaliti da una furiosa tempesta, assisterono a due turbini di fiamme come stelle sulle teste dei Dioscuri ed il fortunale subito si calmò (11). Da allora gli attuali cosiddetti fuochi di S. Elmo furono in antico attribuiti a loro ma, quando ne compariva uno solo, era presagio d’imminente burrasca. Al ritorno dalla Colchide, Castore e Polluce costrinsero gli Ateniesi, vincendoli, ad accoglierli in Atene con onori e furono ammessi ai misteri eleusini (12). Poi, rapita a Teseo la sorella Elena (aveva allora appena otto anni), la ricondussero a Sparta.
Ma soprattutto interessanti sono le loro incredibili apparizioni. Dopo la guerra di Pidna, condotta contro Perseo, re di Macedonia, il vecchio Publio Vatinio stava tornando di notte da Rieti a Roma, quando gli vennero incontro due giovani su due cavalli bianchi che gli annunciarono che il re Perseo era stato fatto prigioniero ed era lo stesso giorno della battaglia.
Egli lo riferì al senato che, incredulo, lo fece incarcerare ma, confermata poi la notizia, lo liberarono ed ebbe in cambio un campo e l’esenzione dalle tasse.
Un fatto analogo accadde allorché i 10.000 Locresi vinsero i 130.000 Crotoniati presso il fiume Sagra. L’intervento dei Dioscuri all’ala destra e sinistra dei Locresi, vestiti di colore scarlatto e sempre su cavalli bianchi, contribuì alla vittoria e tale notizia il giorno stesso straordinariamente si seppe a Corinto, a Sparta e ad Atene prima ancora del combattimento in Italia (13).
Infine, nella guerra del dittatore Postumio contro Ottavio Mamilio di Tusculo nei pressi del lago Regillo, i due eroi, comparsi con i soliti cavalli, si videro combattere in aiuto dei Romani.
I Latini furono messi in fuga e contemporaneamente due giovanetti furono visti annunciare la vittoria nel Foro romano "in abito militare, di alta statura, d’insolita bellezza e della medesima età dei combattenti, con cavalli fradici di sudore". La loro comparsa suscitò tale scalpore che in Roma fu eretto un tempio e furono onorati come dèi (14).
Dinanzi a questi prodigiosi interventi, Cicerone ebbe da commentare: "Spesso gli dèi sono apparsi sotto forme manifeste da dovere essere stupidi ed empi, per dubitare di loro" (15).
E la storia però li vuole descrivere anche come dèi pagani passionali e terreni nella vicenda del rapimento delle belle figlie di Leucippo, promesse ad altri, sì che si determinò un conflitto durante il quale Castore fu ucciso dal rivale Ida. Fu poi Polluce che, privato dell’amore fraterno, supplicò Giove di riunirlo al fratello ed egli li cambiò negli splendidi astri che ora rifulgono nelle teste dei Gemelli.

UNIVERSALITÀ DEI DIOSCURI
Le circostanziate apparizioni di questi "figli del cielo" fanno pensare al loro potere di bilocarsi e ad una padronanza temporale e spaziale, proprio come l’egizio Horus che "percorreva i tempi e gli spazi". Nei loro immediati spostamenti si evidenzia la leggendaria rapidità di volo "con ali di rondine" per offrire aiuto dove necessitava ed è per questo motivo che negli specchi etruschi essi appaiono alati (16). Come euripidei "dei ex machina" erano venerati dai Celti sotto il nome dei protettori Alci (secondo il Semerano da Alcix, antico accadico = protector), da quando dimorarono presso di loro provenendo dall’ignoto oceano. E li onorarono anche i Germani ed i Lituani. Gli Etruschi preferirono sostituirli con gli Ashvin, soccorritori ippocefali. E c’è infine chi pure intende identificarli con i misteriosi Cabiri.
Tutto quindi contribuisce a riconoscere ai Dioscuri solarità ed universalità.

Note:
1. Plinio il Vecchio, "Storia Naturale", Libro 36°, cap.13°.
2. Vitruvio, "Architettura", prefazione al libro VII.
3. Paw, M., "Ricerche sugli Egizi e sui Chinesi" in Pozzoli, Romani, Peracchi, Stamperia Vignozzi,
Livorno, 1824, Rr., tomo 7°, pag. 1321.
4. Basile, Nicola, "L’origine delle cose", Bocca, Torino, 1929, Rr. Voce: "Polvere", pag. 603.
5. Svetonio, Caio Tranquillo, "De vita Caesarum", Nerone, cap. 12°.
6. Biondin, Nicola, "Dissertazioni sui teatri degli antichi", Manuale delle Iscrizioni e delle Lettere", Rr., tomo primo pag. 148.
7. Pozzoli, Romani, Peracchi, opera citata, tomo 10°, voce: "Ovo", pag. 2064.
8. Vari, "Libro dei Morti" (egiziano), cap. LIV.
9. Apollodoro di Atene, "Biblioteca", Libro 3°, cap. 21.
10. Pozzoli, Romani, Peracchi, opera citata, tomo 2°, voce: "Castore e Polluce", pag. 379.
11. Diodoro Siculo, "Storia Universale", Orsa Maggiore, Torriana (FO), 1991, Libro IV 43.
12. Graves, Robert, "I Miti greci", Longanesi, Milano, 1955, pag. 455.
13. Giustino, "Apologie", Libro 22, cap. 3°.
14. Dionisio di Alicarnasso, "Storia di Roma arcaica", Rusconi, Milano, 1984, Libro VI 13,4.
15. Cicerone, M. Tullio, "Sulla natura degli dèi", Signorelli, Milano, 1967, Libro II,2.


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