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Tutti gli articoli di ARCHEOMISTERI ALLA RICERCA DELL'ARCA PERDUTA
di Alfredo Lissoni

Da molti anni l'Arca dell'Alleanza accende la fantasia degli appassionati di enigmi archeologici. E c'è anche chi afferma di averne ritrovato le tracce in Etiopia. Ma che cos'era, se c'era, questo favolistico manufatto?


Comunemente si considera l’Esodo biblico come una fuga rovinosa degli ebrei dall’Egitto (con effetti devastanti: il testo cristiano ci dice che gli israeliti furono costretti a vagare per quarant’anni nel deserto); ma questa visione, propagandata da film come "I dieci comandamenti" di Cecil B. De Mille, è quanto di più lontano possa esserci della realtà storica riferita dalla Bibbia.
L’Esodo fu in realtà un’opera di conquista territoriale (e qui, a far giustizia, vi ha indirettamente pensato un altro film, "I predatori dell’arca perduta"); già perché, ed in pochi lo sanno - tanto siamo abituati a basarci sulle versioni hollywoodiane dell’Antico Testamento che non sulla Bibbia stessa (che, piaccia o meno, è anche un testo storico) - quando gli ebrei abbandonarono la Terra del Nilo portarono con loro, oltre alle Tavole della Legge, alla manna (qualunque cosa fosse), al bastone con cui Mosè scatenava le "piaghe d’Egitto" e "divideva le acque", un’arma di terrificante potenza, l’arca dell’alleanza.
Sebbene la tradizione religiosa abbia tramandato la vicenda di una sola arca, in origine esse erano due: la prima, in oro, era stata costruita da Betzalèl ben Urì per riporvi le Tavole della Legge, poi spezzate da Mosè alla vista del Vitello d’Oro (costruito dagli ebrei mentre egli era sul monte Sinai, o Horeb, a ricevere la Legge da Yahweh; Es. 32,1-4). La seconda, in semplice legno d’acacia, fu quella in cui furono messe le seconde Tavole riscritte da Mosè.

L'ARCA DELL'ALLEANZA
In Esodo (25, 10-22) troviamo la descrizione di come nacque l’arca che suggellava il patto di alleanza tra Dio ed il popolo eletto.
L’episodio si svolse su un monte sacro dell’antico Egitto, nella penisola del Sinai (l’attuale Har Karkom, secondo l’archeologo Emmanuel Anati), lungo un sentiero il cui passaggio era proibito alla gente comune. Inginocchiato davanti ad un roveto ardente, Mosè stava ascoltando gli ordini di Yahweh.
"Farai un’arca di legno d’acacia e la rivestirai di oro puro. E dentro vi porrai la Testimonianza che io ti darò".
Mosè obbedì; aiutato dal fido Betzalèl, e seguendo alla lettera le indicazioni del suo Dio, il patriarca ebraico costruiva una cassa di 125 centimetri di lunghezza per 75 di altezza e larghezza e la rivestiva di oro purissimo, sia internamente che esternamente. Quindi la copriva con un coperchio dorato, chiamato "propiziatorio". Sopra di esso collocava poi due piccole statuine, raffiguranti dei cherubini. E ai lati della cassa incastrava quattro anelli in modo che questa potesse essere trasportata più agevolmente, senza toccarla, inserendovi due pali. All’interno dell’"arca della testimonianza", l’oggetto più sacro della tradizione religiosa ebraica, il profeta depose un po’ della manna raccolta durante la traversata del deserto, la magica verga con cui erano state scatenate le piaghe contro l’Egitto e separate le acque del Mar Rosso, Il Sèfer Torah (rotolo di pergamena in cui è scritto il Pentateuco), ma soprattutto le Tavole dei Dieci Comandamenti, il segno tangibile della benevolenza divina.
Essa venne poi collocata all’interno del Tabernacolo (Mishkàn), il "santuario portatile" costruito da ben Urì e che seguì gli ebrei nel loro girovagare nel deserto e poi alla conquista della terra promessa.
Proseguendo nella lettura dell’Esodo, scopriamo poi che, da quel momento, Mosè impose al suo popolo, per la custodia del sacro oggetto, tutta una serie di disposizioni tanto precise ed insindacabili quanto incomprensibili.
Dell’arca si occuperanno i figli di Aronne ed i leviti non vi si potranno avvicinare se non dopo che questa sia stata coperta dai sacerdoti; durante l’esodo la cassa sarà collocata all’interno della Tenda del Signore (una specie di tempio smontabile) nelle soste e portata alla testa del popolo durante le marce; nessuno dovrà mai toccarla. E soprattutto, in particolari momenti spetterà solo a Mosè servirsene per lasciarvi comparire Dio in trono "nello spazio fra i due cherubini".
Le disposizioni di Mosè vennero seguite alla lettera sino alla scomparsa dell’arca, avvenuta probabilmente nel 587 a.C. In quell’anno, infatti, le armate babilonesi sconfissero gli ebrei e li depredarono di ogni bene.
Prima di quella data, una volta raggiunta la Terra Promessa, i leviti collocarono l’arca nel "sancta sanctorum", una segretissima cella sotterranea di venti cubiti per venti nel Tempio di Gerusalemme.
A nessuno era concesso di accedervi e l’arca stessa veniva mostrata in pubblico solo in casi eccezionali. Ed il motivo di tanta segretezza era legato alla pericolosa ed incontrollabile potenza attribuito a questo oggetto.
Si diceva che l’arca, in particolari momenti, si aureolasse di luce e fosse in grado di scatenare la potenza divina, annientando migliaia di persone. In che modo questo avvenisse non è chiaro. Ma è certo, se prestiamo fede alle antiche cronache bibliche, che con l’arca alla loro testa gli ebrei riuscirono ad annientare le decine di tribù ostili incontrate durante l’esodo nel deserto del Sinai.
Il resoconto biblico al riguardo ci presenta un vero e proprio bollettino di guerra: le folgori dell’arca avrebbero distrutto le armate degli etei e dei gergesei, dei gebusei e degli evei e di un’altra decina di popolazioni che vivevano nella fascia di Canaan nel XIII° a.C.
Secondo il testo ebraico "Midrash" (Bemidhàr Rabbah 2,9), essa viaggiava in testa alla compagine degli ebrei a 2000 cubiti di distanza di sicurezza (1200 metri circa), ed in modo da poter comunque essere raggiunta a piedi per le preghiere dello Shabbàt (2000 cubiti era la distanza massima, concessa dalla Legge, che si poteva percorrere, fuori dall’abitato, nel giorno del riposo).
Che cosa fossero le folgori divine lanciate dall’arca non è chiaro. In alcuni passi la Bibbia sottintende la presenza di un non meglio identificato "angelo sterminatore", mentre in vari versetti dell’Esodo e nel "Secondo libro di Samuele" si dice chiaramente che chiunque toccava l’arca moriva "percosso da Dio".
Accadde ai figli di Aronne, sebbene fossero proprio loro gli esperti custodi della reliquia, e ad un certo Oza che, volendo impedire che l’arca si rovesciasse durante un trasporto, la afferrò con le mani e morì all’istante, tra la costernazione generale.
L’arca distrusse anche la città di Gerico.
Riguardo questo episodio il "Libro di Giosuè" è molto chiaro.
Per ordine di Dio per sei giorni le armate di Israele, guidate da sette sacerdoti che recavano sette trombe di corno d’ariete e l’arca dell’alleanza, girarono attorno ai bastioni ciclopici. "E al settimo giorno, sonate le trombe, le mura crollarono", afferma la Bibbia.
E concordò, nel 1990, l’archeologo canadese Bryan Wood che, analizzando i resti delle mura, confermò che queste si erano effettivamente sbriciolate di colpo, come sosteneva la Bibbia (Wood ipotizzò per colpa di un terremoto).
Ammettendo la veridicità di questi episodi, che tipo di spiegazione possiamo dare, al di là della facile supposizione dell’intervento di Dio?

UN'ARMA DI STERMINIO
Secondo lo scrittore francese Robert Charroux "l’arca non era nulla di più che un’impressionante arma capace di sviluppare energia elettrica".
Non dobbiamo dimenticare che Mosè, quando ancora veniva istruito come futuro faraone, aveva ricevuto dai sacerdoti egizi profonde nozioni "alchemico-esoteriche" di chimica, fisica e meteorologia tali da dare ragione di alcuni dei prodigi attribuitigli.
L’arca dell’alleanza poteva essere una specie di forziere elettrico capace di produrre forti scariche dell’ordine dei 5-700 volt.
L’arca era fatta di legno d’acacia e rivestita di oro all’interno e all’esterno. Con questo stesso principio si costruiscono i condensatori elettrici, separati da un isolante che in quel caso era il legno.
L’arca veniva posta in una zona secca, dove il campo magnetico naturale raggiunge normalmente i 600 volt per metro verticale, e si caricava. La sua stessa ghirlanda forse serviva a caricare il condensatore. Per spostarla i leviti passavano due stanghe dorate negli anelli, tanto che dalla ghirlanda al suolo la conduzione avveniva per presa di terra naturale, scaricandosi senza pericolo. Isolata, l’arca talvolta si aureolava di raggi di fuoco, di lampeggi, e, se toccata, dava scosse terribili.
In pratica si comportava esattamente come una pila di Leyda".
Secondo Charroux, dunque, l’arca altro non era che un’arma elettrica costruita sulla scorta di antiche conoscenze perdute e custodite solo dagli Iniziati egizi, forse anche di derivazione atlantidea (ma la sua ricostruzione tecnica presenta alcune falle "fisiche").
Sempre grazie a queste conoscenze, che per il divulgatore svizzero Erich Von Daeniken erano invece di origine extraterrestre, Mosè avrebbe costruito un propiziatorio che funzionava come una radio a transistor. Solo in questo modo si spiegherebbe, per lo scrittore, il fatto che Mosè potesse parlare "come ad un amico" con il Signore Iddio.
Queste incredibili prestazioni, se confermate, potrebbero allora spiegare il manifesto interesse delle altre popolazioni verso l’arca santa.
Il tempio di Gerusalemme, ove veniva custodita la sacra reliquia, venne saccheggiato ripetutamente: nel 925 a.C. dagli egiziani del faraone Soshenq I°, nel 797 da Gioas re d’Israele, nel 621 dalle armate caldee e babilonesi.
Quando l’oggetto scomparve non è sicuro. Certamente quando nel 516 a.C. il prefetto Zorobabel ricostruì il Tempio di Gerusalemme, l’arca non c’era più. O almeno, non in maniera evidente, secondo il rabbino israeliano Shlomo Goren, convinto che l’arca si trovi attualmente ancora nel "sancta sanctorum", sfuggito alle razzie degli invasori. "Basterebbe scavare in corrispondenza della sua antica collocazione - ha dichiarato - purtroppo però adesso in quella zona sorge la spianata delle moschee islamiche di Gerusalemme e le autorità religiose preferiscono evitare qualsiasi scavo archeologico per evitare attriti con i musulmani".

LEGGENDE RABBINICHE
La lettura non già della Bibbia, ma dei testi ebraici ci mostra poi favolistiche prestazioni dell’arca (inquadrabili peraltro in sapiente propaganda rabbinica). Il "Midrash Tanchumah" ci dice che essa era posta nel tempio di fronte alla "èven shetiyah", la "pietra della fondazione", il punto in cui era avvenuta la creazione dell’uomo; il "Talmud Yomah" afferma che essa era in grado di far appassire gli alberi, se aveva vicino un idolo pagano, o, in caso contrario, di produrre abbondanti messi; secondo un’altra versione, raccontata nella cronaca etiope trecentesca "Kebra Nagast" o "Gloria dei re", l’arca dell’alleanza si troverebbe ad Axum, in Etiopia. A portarcela sarebbe stato un certo Menelik, che la tradizione vuole nato dal matrimonio di re Salomone con Makeda, la regina di Saba. Il figlio della giovane ed avvenente etiope, d’accordo con un pugno di ebrei ribelli, avrebbe rubato l’arca trasportandola segretamente ad Axum. E grazie ai poteri della stessa, i falascià di Menelik, cioè gli ebrei etiopi, avrebbero sollevato senza sforzo le centinaia di tonnellate dei giganteschi obelischi eretti ad Axum.
Questa vicenda ha affascinato le decine di ricercatori che si sono messi sulle tracce dell’arca, dall’archeologo ebreo Vendil "Indiana" Jones, ispiratore dell’omonimo personaggio, allo studioso inglese Graham Hancock, un esperto di storia templare convinto che il sacro cofano sia custodito in una cappella nel lago Tana in Etiopia.
Sfortunatamente, ognuna delle circa ventimila chiese copte dell’Etiopia custodisce una copia dell’arca. Trovare quella autentica è dunque come cercare un ago in un pagliaio.

L'ARCA IN ETIOPIA
Forse tre italiani sono riusciti in questa impresa disperata. Si tratta dei professori Vincenzo Francaviglia, direttore del CNR per le tecnologie applicate ai Beni culturali, Giuseppe Infranca dell’Università di Reggio Calabria e dell’architetto Paolo Alberto Rossi del Politecnico di Milano.
"Nel 1990 ci trovavamo ad Axum per un invito ufficiale del governo etiopico - ha raccontato il professor Francaviglia alla stampa - e, dopo una serie di cerimonie, venne organizzato un incontro con l’"abuna", la massima autorità religiosa. Questi ci ricevette con i paramenti solenni e ci condusse a visitare la vecchia chiesa cristiana S.Maria di Sion ad Axum, una chiesa costruita nel Seicento dall’imperatore Fasiladas. Dietro l’altare maggiore, protetta da un baldacchino di velluto rosso con ricami, c’era l’arca. L’"abuna" non voleva affatto mostrarcela. Ma un giovane chierico aprì la tenda e noi potemmo vedere una cassa di legno scuro, lunga un metro e alta sessanta centimetri, con il tetto a doppio spiovente. Non c’erano più le lamine d’oro e la superficie stessa appariva deteriorata. Appena l’'abuna' si accorse che stavano osservando l’arca, rimproverò aspramente il chierico, ordinandogli di abbassare immediatamente la tenda".
Secondo la religione copta, difatti, non è concesso a nessuno di vedere l’arca. Si dice che persino al "negus" Hailè Selassiè, che ne aveva espresso il desiderio, venne opposto un secco rifiuto.
E si dice che l’accesso alla stanza dell’arca sia consentito ad un solo "abuna" per generazione...
Curiosamente tutti queste narrazioni sembrano dimenticare quanto scrive la Bibbia nel "Secondo libro dei Maccabei", allorché viene raccontato dettagliatamente di come il profeta Geremia, salito sul monte Nebo, abbia deciso di nascondere l’arca "in un antro" poi murato, probabilmente per sottrarre il prezioso reperto alla furia delle armate del sovrano babilonese Nabucodonosor, che cingevano d’assedio Gerusalemme nel 587 a.C. Lo stesso Geremia, forse pentitosi della sua decisione, non sarebbe stato poi più in grado di ritrovare il punto esatto ove l’arca era stata occultata.
Ciò destituirebbe dunque di fondamento le molte leggende fiorite negli ultimi anni e che vorrebbero, ad esempio, l’arca recuperata dai templari o addirittura nascosta in Irlanda, ove esisteva un popolo discendente da quello ebraico (che dunque ve l’avrebbe portata). Dal suo interno, secondo le leggende locali, sarebbe stata tolta una pietra meravigliosa chiamata "lia-fail" o "pietra del destino" e molti re irlandesi, scozzesi e inglesi sono stati incoronati sopra questa pietra (che altro non sarebbe che... le Tavole della Legge!) attualmente custodita a Londra, nell’abbazia di Westminster.

CONOSCENZE PERDUTE
L’arca non sarebbe stata peraltro l’unico strumento tecnologico costruito dagli ebrei su indicazione "divina" (degli extraterrestri, per diversi studiosi non ortodossi). Alcuni autori, come l’italiano Roberto Pinotti e l’inglese Raymond Drake, vedono nei paramenti sacri "Urim" e "Tummim" citati nell’Esodo dei trasmettitori per parlare con gli alieni.
"Il Signore - dichiarava Drake - dava delle istruzioni particolareggiate per la fabbricazione dei paramenti e delle insegne che Aronne e i sacerdoti dovevano indossare, come il pettorale del giudizio che conteneva gli Urim ed i Tummim, interessanti oggetti che sembra permettessero ai sacerdoti di parlare con il Signore ovunque egli potesse essere nei cieli".
"Sembra certo che fossero oggetti per mezzo dei quali si consultava il volere divino - spiega Pinotti citando i biblisti Miegge e G. Ricciotti, - ma non si conosce la natura di tali oggetti. Essi erano contenuti all’interno del pettorale del pontefice e poiché il termine plurale ebraico Urim significa 'luci', se ne deduce che il pettorale del pontefice israelita era caratterizzato da qualcosa che si accendeva su di esso: spie luminose?"
É assai probabile.
In un’edizione ottocentesca della Vulgata (Esodo, 28, 15) si cita il "Razionale del giudizio", così chiamato perché "il Sommo Sacerdote l’aveva sempre al petto quando consultava il Signore affin d’intendere i suoi giudizi e le sue volontà" (Bartolomeo Catena, note all’Antico Testamento, 1830).
In esso, riferisce Catena, erano inseriti gli "Urim" e "Tummim", dodici (sedici, in alcune raffigurazioni) pietre che, secondo lo studioso Roberto Volterri, potevano essere altrettanti "displays luminosi alfanumerici, che si illuminavano quando venivano premuti o quando qualcuno, 'più in alto', intendeva dare istruzioni al Sommo Sacerdote...".
La moderna esegesi ci dice che "Urim" e "Tummim" erano pietre raffiguranti le dodici tribù di Israele.
Ma si tratta di un errore. É rilevante il fatto che nell’"Apocalisse di Baruch" esse siano quarantotto. Nel testo si accenna anche ad una discesa divina sulla Terra del "Santo dei Santi, che porterà via il velo dell’arca dell’alleanza, il propiziatorio, le tavole della Legge ed i paramenti sacri del sacerdote, le quarantotto pietre preziose che rivestono l’Urim del sacerdote".
Dunque, armi extraterrestri o quanto rimaneva di perdute tecnologie passate?

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