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n° 1 Gen./Feb. 2002

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INTERVISTA A RUGGERO MARINO

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LA RISCOPERTA DELL'AMERICA »

[documento di Paolo Emilio Taviani - 62K .jpg] [stemma di Cristoforo Colombo - 45K .jpg] [Papa Innocenzo VIII - 51K .jpg]
 

Cominciamo dalla fine. Ultimamente anche il "Times" di Londra, come altri prestigiosi media internazionali, hanno dato ampio rilievo alle sue ricerche. C’è stata qualche novità?

Direi più d’una.
A parte il fatto che io comincio provocatoriamente a domandarmi chi, come, dove, quando e perché è riuscito a fare sparire il continente America, per farlo riaffiorare, quando ha ritenuto che fosse giunto il momento giusto e che la "scoperta" fosse improcrastinabile.
Dall’antichità al tempo di Colombo il nuovo mondo sembra l’oggetto misterioso di una grande gioco di prestidigitazione.
Inoltre ho trovato lo studio del maggior islamista italiano, Alessandro Bausani, sulla famosa carta di Piri Reis. È clamoroso. L’autore scrive che sulla didascalia di mano dell’Ammiraglio turco, che accompagna la mappa, si legge, in relazione alla scoperta dell’America da parte di un "infedele chiamato Colombo", di un primo viaggio avvenuto nell’890 dell’era araba.
Tradotta nella cronologia cristiana quella data è il 1485. Altri parlano di 896 (1490-91). Come si vede siamo sempre di fronte a un dato che precede il fatidico 12 ottobre 1492. Molti parlano di "predescubrimiento" colombiano in epoca anteriore, rispetto a quella ufficiale della tradizione. Piri Reis lo avvalorerebbe. Ma soprattutto quelle cifre collimano con quanto è inciso nell’epigrafe in San Pietro sulla tomba di papa Innocenzo VIII. Ovvero che "l’America fu scoperta nel corso del suo pontificato".

Andare controcorrente non è semplice, specie nei confronti di un avvenimento dell’importanza della scoperta dell’America, visto che l’argomento è stato sviscerato attraverso 500 anni di pubblicistica storica e non.

Difatti non è stato semplice; e non lo è neanche adesso. All’inizio, dagli storici colombisti ho preso solo schiaffi in faccia. Con il tempo ho imparato a prendere le misure, dopo le prime amarezze. Ho scoperto così che molta della documentazione relativa a Colombo non è conosciuta e che molti si ritengono depositari di verità, solo per avere letto qualche "classico" su quelle lontane avventure. Molti cosiddetti storici non digerivano il fatto "eretico" che fosse un giornalista a segnalare che avevano preso un "buco" come quello di un papa, che io, fra l’altro, ritenevo centrale ai fini della spedizione.
La Commissione Colombiana per il Cinquecentenario mi attaccava, Taviani, che ne era il Presidente, definiva gli articoli "fesserie di un giornalista", ma contemporaneamente scriveva una lettera in Vaticano, perché si verificasse la documentazione relativa a papa Cybo. Senza però darmene notizia, anche se ci incontrammo a casa sua proprio in quel periodo. Evidentemente valutato il fatto che di "fesserie" non si trattava, speravano di arrivare loro ai documenti, in modo da poter gestire la nuova situazione, che sarebbe stata rivoluzionaria, in vista del 1992. Debbo dire che successivamente Taviani mutò in parte il suo atteggiamento, inserendo una citazione sulla mia ricerca nei tomi della Raccolta Colombiana.
La citazione c’è, ma di meno, per la verità, vista la pubblicizzazione che le mie tesi avevano avuto anche attraverso la televisione, non si poteva proprio fare. In altri lavori dello stesso Taviani come di altri, la citazione nemmeno compare. È questa la correttezza che osserva molta ricerca "accademico-scientifica".

Da allora la sua ricostruzione ha fatto notevoli passi avanti. Qualche sassolino nella scarpa nel frattempo se lo è tolto?

Sì, ma non a sufficienza. Taviani disse a suo tempo che l’inserimento nella vicenda storica di Colombo del papa genovese era una "bomba". La bomba non è mai scoppiata e si è fatto di tutto perché non scoppiasse, in un’acquiescenza alla storia imposta dalla Spagna, che grida vendetta. Io do fastidio, quanto e forse più di quanto non abbia dato fastidio il professor Di Bella. Io non sono nemmeno professore.
D’altronde un sacerdote e studioso che lesse in anteprima il libro me lo aveva pronosticato, dicendomi: "Gli studiosi gliela faranno pagare". Ora, per la verità, si parla di Innocenzo VIII, ma in modo da far sembrare la cosa ovvia, scontata, quasi non fosse una novità.
La citazione della fonte, quando compare, compare nelle note, salvo alcuni casi. Taviani inoltre attribuisce ad uno storico inglese, il Robertson, il merito di avere coinvolto il Vaticano nella vicenda. Quando il Robertson, a sua volta sviato da quanto sempre scritto, non risale minimamente al ruolo del papa e della Chiesa di Roma. Mi è capitato anche il caso di un professore di matematica di Perugia, con il quale mi confidavo dopo l’uscita del primo libro, che ha saccheggiato a man bassa quanto di nuovo ero riuscito a trovare riguardo alle implicazioni templari del progetto colombiano.
Non è l’unico. Sono quelli che io chiamo i "plagiator cortesi" o i fratelli Pinzòn. A modo loro in qualche caso anche utili. Soprattutto perché mi danno ulteriori stimoli. Ma la soddisfazione maggiore è venuta dall’intervento di un anziano professore, Osvaldo Baldacci, all’Accademia dei Lincei, quando il cattedratico, presentando un’opera di Taviani, ha fatto un ampio e lusinghiero riferimento alle mie ricerche. Ora siamo nella fase del silenzio o nel migliore dei casi del silenzio-assenso. Ma censure, depistaggi e ostacoli non sono mancati e non mancheranno. Cardini, mi ha detto, che la questione è talmente grossa e delicata che, anche nel caso avessi ragione, la verità non potrà mai venire a galla. Preferisco non crederlo.

Lei presenta Innocenzo VIII come il "Deus ex machina" del primo viaggio di Colombo. È sempre convinto che Colombo è l’"inviato" del pontefice e non solo dei re di Spagna?

È evidente. I soldi dati a Colombo sono per metà genovesi e fiorentini. E questo, anche se non lo si sottolinea mai, lo si sa da sempre. I genovesi ho trovato che sono tutti parenti di papa Cybo, la parte fiorentina viene invece da un banchiere dei Medici.
Non a caso papa Cybo aveva sposato suo figlio Franceschetto con la figlia di Lorenzo il Magnifico, che era diventato così il consuocero del papa. I fondi spagnoli, non sono di Isabella né tanto meno di Ferdinando, ma vengono dal fondo della crociata per la guerra contro i mori in Spagna. Fondo istituito sempre da papa Innocenzo VIII.

Eppure la storia afferma che furono Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona...

Proprio qua sta il punto. La storia ci è stata tramandata dagli spagnoli. Spagnoli in Spagna, spagnoli a Roma con papa Borgia. Si sostiene da più parti la falsità di molta documentazione. Fino ad ora l’accusato era sempre Colombo, visto come un "vu’ cumprà", in vena di autoesaltazione e avido di oro.
L’ottica va ribaltata. Chi ha interesse a falsificare gli eventi per trarne, come ne trarranno, tutti gli utili possibili, rinnegando anche la parola data, sono i presunti mandanti dell’operazione. I cronisti-cortigiani hanno fatto il resto. Non va dimenticato che i Colombo, per ottenere giustizia, fecero addirittura una causa contro la nazione spagnola, che nonostante la disparità delle parti in campo, si protrasse per oltre 50 anni. Per un Nuovo Mondo e l’oro delle Indie valeva la pena di fare carte false, sulla base di false testimonianze, in un tempo in cui non si andava tanto per il sottile e la democrazia era di là da venire. Io nutro seri dubbi sulla morte naturale di Innocenzo VIII, che muore con un tempismo sospetto, sette giorni prima della partenza del navigatore da Palos. Così come più che sospetta è la morte, diciamo pure alla papa Luciani, di un pontefice successivo, quel Pio III, francescano (l’ordine che sarà con vari personaggi sempre vicino a Colombo, che in morte indossa il saio marrone), che dopo il Borgia, rimane sul soglio di Pietro per appena 10 giorni. Potrebbero sembrare troppi gialli. Ma i grandi gialli, e Colombo e la scoperta dell’America lo sono, richiedono molti morti e altrettanti carnefici.

Lei insiste su un Colombo uomo di fede e pronto a fare la santa crociata per il riscatto del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Colombo è a sua modo una sorta di ayatollah. Gerusalemme e la crociata sono il suo chiodo fisso, così come l’evangelizzazione delle nuove genti. Dagli accordi che precedono la partenza al testamento Colombo non pensa che alla riconquista dei luoghi santi. Un papa come Giovanni Paolo II, se leggesse le carte di Colombo, ne resterebbe affascinato. Colombo è un crociato, un cavaliere, che agisce come tale nei confronti di chi non si "persuade" alla fede di Roma. Ma tra i tanti che sbarcano sulle nuove terre è il più disponibile all’incontro prima che allo scontro con gli indios. Sarà proprio questo suo atteggiamento a provocargli ulteriori risentimenti da parte degli "hidalgos" che rifiutano ogni tipo di lavoro. Mentre Colombo vuole che tutti si adoperino in vista del mondo nuovo, che annunciano le profezie.

Di importanza fondamentale è stata per lei la lettera di Colombo in cui il genovese, al ritorno dal primo viaggio, osa avanzare la richiesta di un cardinalato per il figlio minorenne Diego.

È la prova che quando era partito aveva stretto accordi precisi con il pontefice. Quella lettera è stata scoperta da poco, fra l’altro Colombo fa un riferimento anche a Lorenzo il Magnifico. Quando scrive Colombo non sa ancora che papa Cybo è morto. Siamo nel 1493 e Colombo dice che è disposto, con l’oro che gli spetta, a mettere in piedi l’esercito per la santa crociata: "...di qui a sette anni". Significa il 1500! Colombo non poteva non pensare al Giubileo. Un Giubileo che avrebbe visto il trionfo della Cristianità sull’Islam. Siamo inoltre ai 400 anni dalla prima crociata; i cavalieri di Malta sono implicati nella vicenda, visto che i Cybo vengono da Rodi e che il Gran Maestro D’Aubusson, caso che si ripeterà solo un’altra volta nella storia, viene fatto cardinale da papa Innocenzo VIII. È lo stesso Gran Maestro che consegna nelle mani di Giovanni Battista Cybo il figlio di Maometto II, Djem, un ostaggio prezioso, che potrebbe consentire la restituzione a Roma di Costantinopoli e di Gerusalemme. Molti di questi fatti non li scopro io, sono sparsi qua e là nelle storie del tempo. Io non ho fatto che assemblarli insieme e ricondurli ad un unico disegno che sembra proprio "l’uovo di Colombo". Nelle xilografie infine dell’epoca la croce delle vele di Colombo è una croce crociata, che può essere quella di Amalfi, dei Templari, dei Gerosolimitani e di San Giorgio di Genova.

Insomma non solo Genova, ma anche Roma, Firenze: il contesto dell’impresa sarebbe tutto italiano.

Lo è. Senza per questo voler fare dello stupido nazionalismo da campanile. Oltre al Toscanelli e all’Umbria francescana si potrebbe aggiungere anche Napoli, Padova, Piacenza e Venezia.

Ma il fatto più eclatante è la sua affermazione che Colombo potrebbe essere il figlio del pontefice.

È un’ipotesi da vagliare senza scandalismi. Io per primo ho tenuto sempre fra le righe fin dal 1992, questo versante dell’indagine, anche se come notizia può apparire "appetitosa". Un giornalista dovrebbe forse avere meno scrupoli, ma io debbo stare attento ad essere molto meno giornalista del richiesto, per non incappare in facili ritorsioni. Non voglio rovinare quanto fatto sino ad ora. Ma è un dato inconfutabile e sorprendente che ci siano ritratti in cui Colombo e Innocenzo VIII sembrano la stessa persona. Si potrebbe addirittura pensare che siano un’unica persona. Non si deve dimenticare d’altronde che Innocenzo VIII, oltre a due figli riconosciuti, aveva molti illegittimi.
Erano i tempi. Si parlava di nepotismo. In testi coevi per due volte, nel corso della ricerca, mi sono incontrato nella definizione di "Columbus nepos". Colombo al nord significa figlio dello Spirito Santo, come Esposito al sud. I colori infine dello stemma di papa Cybo hanno gli stessi colori di una parte del primo stemma di Colombo. Parte che successivamente verrà fatta sparire dalle armi che caratterizzeranno l’Ammiraglio e Viceré delle Indie.
Il fatto inoltre che Colombo avesse un suo stemma di famiglia, prima del conferimento delle armi da parte dei re di Spagna, suffraga ancora una volta il fatto che il navigatore non fosse un "signor nessuno".

Ma papa Cybo resta un pontefice massacrato dalla storia.

Penso che i re di Spagna come papa Borgia abbia fatto un’ottima opera di depistaggio. Si ricordi che per papa Cybo si parla di un mappamondo di Enrico Martello, commissionato nel 1489, che è in qualche modo vicino alle concezioni geografiche del genovese circa le nuove terre che avrebbe toccato. È curioso anche che il primo oro delle Indie sia venuto a Roma per indorare il soffitto di Santa Maria Maggiore.

Ma perché la verità, a distanza di 500 anni, stenterebbe ad affiorare? Il Vaticano non avrebbe che da trarne lustro e vantaggi.

La storia si complica. Per alcuni ricercatori Colombo è di sangue ebreo. Anche il papa è figlio di Aronne, un nome ebreo, nipote di una Sarracina, quindi anche musulmano.
Nelle sue vene si concentravano le tre grandi religioni monoteiste. Si completava il mondo; si riunivano le fedi. È un sogno antico, ma anche eretico, in vista del nuovo tempo dell’oro, in cui Colombo crede sulla scia delle profezie di Gioacchino da Fiore. La visione di Colombo è una visione alchemica: una conciliazione degli opposti attraverso la via dell’oro. Le frasi che, a mio parere, fotografano alla perfezione questo misterioso protagonista della nostra storia, sono tanto belle, quanto per alcuni probabilmente inquietanti.
Colombo dice, difatti, di aver trattato con "gente sapiente, ecclesiastici e laici, latini, greci, giudei e mori" arrivando all’affermazione che "lo Spirito Santo opera in cristiani, giudei e mori". È un’ammissione, non solo per i suoi tempi, di un coraggio incredibile. Non si comprende come, nella Spagna, che cacciava musulmani ed ebrei, che li sottoponeva alle torture dell’Inquisizione, sia potuto sfuggire al rogo. La stessa affermazione dell’esistenza di un quarto continente era un’autentica eresia a fronte della concezione dogmatica di un mondo trino, diviso come una croce a forma di T.

Lei vede in Colombo il terminale di un grande disegno più che uno scopritore?

Esatto, Colombo non scopre niente, ovvero scopre solo quello che avrebbe dovuto scoprire nel suo ruolo, come d’altronde si firma, di Christo Ferens. Si deve cominciare a leggere la sua impresa come si leggono i dipinti dell’epoca. Ci sono nel personaggio e nella storia di Colombo un simbolismo e un ermetismo voluti, insistiti e ricorrenti.

Visto che il silenzio è peggiore delle battaglie come pensa di procedere?

Spero, innanzi tutto, di riuscire a portare le mie tesi ed il mio libro oltre oceano. Sono alla ricerca di una casa editrice negli Stati Uniti, che si faccia carico della mia versione di quella che qualcuno ha definito la "riscoperta dell’America".
Sarò grato a chi in questo senso potrà darmi una mano. Solo scavalcando le baronie tipiche del nostro paese, ritengo che si possa portare avanti un discorso innovativo senza pregiudizi.
Se non altro ci sarebbero una verifica ed un confronto serio. Credo che in questo caso ne avrei solo da guadagnare. C’è inoltre in ballo un’opera teatrale, scritta con Mario Moretti, in attesa di una produzione.
Mentre ogni tentativo di coinvolgere la televisione, nonostante un primo entusiastico sì, a suo tempo di Giovanni Minoli poi di Lorenza Foschini, è letteralmente naufragato. Per la televisione l’obiezione solita, di fronte alla quale cadono le braccia, è il problema delle immagini, nemmeno Colombo e Innocenzo VIII, per essere "rivisitati", debbano essere ancora in vita. Quando poi si dà rilievo ed alibi scientifico ad un "Quark", come di quello di Angela su Colombo, che ha il valore di un superficiale e sconcertante fumetto per bambini.
Peccato perché il viaggio di Giovanni Paolo II ai luoghi santi ha riattualizzato le volontà di Colombo e di Innocenzo VIII. Si aggiunga la beatificazione di Pio IX, il papa che, pochi lo sanno, tentò di fare santo Colombo. Tentativo che fu ripreso nel 1892 da papa Leone XIII.
Iniziative cadute nel vuoto e nel dimenticatoio, ma la causa resta in piedi. Per quanto mi riguarda quanto prima mi accingerò ad un nuovo libro. Perché resto fermamente convinto che la storia di Colombo è ancora tutta da scrivere.

Nota:
Il libro "Cristoforo Colombo e il papa tradito", ormai quasi esaurito, si può trovare ancora presso la libreria Maraldi di Roma.
Per ordinarlo: Tel. 06-39723024 oppure 06-39723168



									

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