
L’EROE GILGAMESH NEI POEMI SUMERICI

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Gilgamesh fu probabilmente un re della città di Uruk, vissuto nel IV millennio a.C. e ricordato nei testi come "Sha nagba imur", "colui che tutto vede".
Figlio del re-guerriero Lugalbanda e della dea Ninsun, questo leggendario personaggio è il protagonista di un’epopea giunta a noi in diverse versioni durante la quale compie delle vere e proprie fatiche di Ercole. Dopo la morte fu divinizzato ed entrò a far parte della mitologia, come protagonista di un’epopea sumera che vide la luce attorno al 2.600 a.C..
Nel I millennio a.C. la sua vicenda fu narrata anche in un poema accadico giunto fino a noi (12 canti), che presenta interessanti analogie con i racconti biblici come, ad esempio, la versione caldea del diluvio universale. Ricordato nei testi cuneiformi come Sha nagba imur, "colui che tutto vede", Gilgamesh compì un viaggio la cui epopea è giunta fino a noi. Una versione di questo mito fu redatta in dodici tavolette del VII secolo a.C., trovate nella biblioteca del re assiro Assurbanipal a Ninive.
È la Tavola IX del poema che parla del suo fantastico viaggio, durante il quale scese all’interno di un tunnel sotterraneo alla ricerca dell’immortalità.
Vicina al sentimento moderno per l’attenzione che dedica ai temi dell’amicizia, del dolore e della morte, l’Epopea di Gilgamesh riesce ad esprimere, attraverso il senso di precarietà dell’esistenza ed il desiderio d’immortalità, la profonda inquietudine umana di fronte alla vita.
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