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UN DIVERBIO D’INTERPRETAZIONE

    parti precedenti:

IMPATTO TRA I DUE FIUMI »
IL POZZO DEL DILUVIO »
I RACCONTI DI PIETRA »
IL MILLEPIEDI DEL CIELO »
LE "LAMENTAZIONI" DI UR »

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Questo poema ha confuso i traduttori moderni, i quali, nella tempesta, identificano un’allegoria per indicare le invasioni che si abbatterono sulla città.
In realtà la narrazione si può dividere in due parti: nella prima sono descritti i veri e propri elementi scatenati: "La sua città è stata distrutta, il suo destino mutato. Enlil chiamò la bufera il vento (apportatore) d’abbondanza ricacciò dal paese il vento buono. Diede ordine ai venti cattivi, e li affidò a Kingaluda, controllore dei venti. Chiamò il vento che distrugge il paese, chiamò i venti rovinosi, Mullil fece entrare Gibil (fuoco) come suo aiutante; chiamò l’uragano (che scorrazza per) i cieli: l’uragano che urla nelle altezze, l’uragano rovinoso per il paese urla in basso, il ventaccio maligno, come piena travolgente, contro cui non fracassa le barche della città e tutte le ingoia. [...] Tutti questi venti turbinano alla base del cielo; davanti all’uragano fece piovere fuoco, vi affiancò turbini furiosi, ardenti, dal deserto; al meriggio si levò quel turbine e piovve fuoco. Il meriggio trattenne l’invio della sua luce chiara, la luce buona, sul paese non spuntò la luce chiara e comparve solo come la stella della sera. Il piacere della frescura che la notte apporta lo trattenne il vento del sud e le brocche (dell’acqua) sono piene di polvere."
I Gutei, giunti dopo la tempesta, incontrano una città stremata, non trovano nessuna resistenza.
Il poema sottolinea il passaggio tra le due azioni, quella compiuta dalla natura e quella umana: "La bufera s’accanì a lungo. Un bel giorno (finalmente) la bufera abbandonò la città ridotta ad un mucchio di rovine. [...] Quel giorno (finalmente) la bufera abbandonò la città. [...] Le sue mura erano sbrecciate. [...] La gente finita dall’ascia, non la riparava il copricapo. [...] Gli individui colpiti dalla lancia non avevano indossato il pettorale (di difesa). Giacevano nel loro sangue come se la madre li avesse dati allora alla luce."
Lo scriba descriveva due situazioni diverse? Sembra di sì.
L’invocazione al dio del Caos Iskur è molto esplicita. Il dio lancia sassi e non sembra simbolicamente: "Tu, figlio mio, vattene esultante, vattene: chi, se t’insorgi, s’oppone? Se vai contro la terra nemica, in odio a tuo padre, chi ti sarà pari nello scontro? Pietre piccole afferra il Girru; chi ti sarà pari nello scontro? Pietre grandi afferra; chi ti sarà pari nello scontro? I tuoi ciottoli, i tuoi sassi fa piovere sopra di loro, la terra nemica distruggi con la destra, abbatti con la sinistra."
I Girra (Girru), dal sumerico Gibii, era il dio del fuoco con relativi effetti buoni o disastrosi. Ricorre spesso negli scongiuri e nei testi magici Maqlu usato come sinonimo di Nergal.
Anche un inno a Ninurta dimostra che ci si rivolgeva a questo dio sapendo che era un drago di fuoco, un "...Girru, eroe perfetto, drago le cui zampe (anteriori) sono di leone e le (posteriori) artigli d’aquila. Mio re, che abbatte i campi nemici, a te il gran signore Enlil concesse la forza; [...] nel cui interno, costantemente furioso, si forma veleno come il corpo di serpente."
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