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LE "LAMENTAZIONI" DI UR

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IMPATTO TRA I DUE FIUMI »
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I RACCONTI DI PIETRA »
IL MILLEPIEDI DEL CIELO »

[tavoletta sumerica - 45K .jpg]
 

Andando avanti in questa storia ci si accorge che oltre al sostegno del mito, la tesi sulla fine dell’età del bronzo antico in Medio Oriente, si avvale anche di prove archeologiche consistenti. La vita di re Sargon, ad esempio, confermerebbe indirettamente quest’avvenimento.
Verso la seconda metà del III millennio Sumer fu conquistata da un nuovo popolo guidato da re Sargon di Akkad. Quest’uomo s’affacciò alla storia come Mosè: in una cesta di vimini.
"Ero figlio di un vagabondo e di una sacerdotessa di Enitu, - scriveva Sargon - [...] che mi partorì in segreto; mi mise in una cesta di vimini, ne fermò il coperchio con bitume e mi pose sul fiume... (che) mi sostenne e mi portò ad Akki, l’attingitore. (il quale). mi adottò come figlio e mi allevò...".
Indicato nella "Lista reale" come sovrano della IV dinastia della città di Kish, Sargon condusse una lunga serie di guerre contro le città di Lagash, Agade, Uruk, Nippur, arrivando infine ad Ur e a Umma.
Le profezie avevano previsto per lui la vittoria sul nemico annunciata da un’eclisse di sole. Ma un altro documento narrava che: "Sargon [...] marciò nell’oscurità ma una luce gli si accese".
L’esercito di Sargon si trovava nella regione dell’Elam, a Barakhshe, quando si scatenò una furiosa tempesta che travolse ogni cosa, avvolgendola in un diluvio d’acqua tale che "...i soldati si scambiarono le armi tra loro".
Non fu una semplice bufera. Il fatto è ricordato in un documento detto il "Presagio di Sargon", una specie di "per grazia ricevuta" nel quale si racconta come dopo quella tempesta su larga scala, i sudditi si sollevarono contro di lui "da dove si leva il sole fino a dove tramonta".
Ur riceveva tributi dalle città più orientali, Eshnunna, Susa, Lagash, Umma, Nippur. Ad un tratto, questi smisero di affluire alla capitale ed arrivarono invece rovina e carestia.
Studiando i testi sumerici che registrano le entrate nei depositi granari dell’area di Dyala, l’archeologo Thorkild Jacobsen ha scoperto che nel 2400 a.C. il frumento rappresentava il 16% dell’intero raccolto, percentuale che si azzerò completamente nel 2000.
La scarsità delle piene del Tigri e dell’Eufrate, la carestia ed una situazione politica instabile dovuta alle incursioni sempre più frequenti delle tribù dei Martu, fino allora tenute a freno, fecero crollare la confederazione delle città-stato.
I Gutei e i Sua, popolazioni barbare dei monti Zagros, si spinsero fino all’estremo sud mettendo a ferro e fuoco le città di Kish, Adab, Eridu e la stessa Lagash, un tempo perla del vasto impero di Ur. La città fu infine conquistata, il tempio profanato e saccheggiato.
I Sumeri, in Mesopotamia del sud, gli Elamiti dell’Iran meridionale, i pre-Hittiti dell’Anatolia centrale ed i Nutriti dell’alta Mesopotamia, scomparirono assorbiti da nuove popolazioni.
In Anatolia, in Iran e in Siria, tra il 2300 e il 2100 a.C. la crisi fu altrettanto terribile. Si spopolarono città un tempo fiorenti lasciando agli archeologi le testimonianze inconfondibili di distruzioni, non sempre causate dal fuoco, come la città di Troia (quella dello strato II d-g), che subì un inspiegabile abbandono in seguito ad un incendio. Molte città della Palestina, subirono la stessa sorte, sconvolte da disastri terribili come accade alla biblica Gerico nel 2300 a.C. in parte sommersa da una frana fangosa scivolata dai monti vicini.
La siccità fu preceduta da uragani che si erano accaniti sugli scampati ai massacri. Le "lamentazioni sulla distruzione di Ur", un testo composto verso la fine del XXII secolo a.C., ricordano che "Colui che sfuggì alle armi, fu abbattuto dalla tempesta... i deboli e i forti morirono di fame; madri e padri che non avevano abbandonato le case furono sopraffatti dal fuoco; i bambini che stavano sul seno delle loro madri furono portati via dalle acque come pesci". Un’altra "lamentazione", quella di re Gudea di Lagash, alzava agli dei una protesta poiché le "acque che scorrono [...] distruggevano le città come una marea".
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