
RISCOPERTA DELL'AMERICA
intervista a Ruggero Marino

Ruggero Marino e Cristoforo Colombo: la storia tradita e la riscoperta dell'America.


Il documento qui riprodotto, a firma Paolo Emilio Taviani, porta la data del 26 luglio 1990, quando non era iniziata la campagna degli accademici contro le tesi di Ruggero Marino, che non aveva scritto ancora il suo primo libro su Colombo, dal titolo "Cristoforo Colombo e il papa tradito", ma che continuava a pubblicare le sue ricerche sulla terza pagina de "Il Tempo" di Roma.
La lettera era indirizzata ad un’"Eccellenza" dietro la quale si nascondeva un personaggio che si presentava come il discendente di papa Innocenzo VIII, la stessa persona che aveva scritto al giornale, a Ruggero Marino, le poche righe dalle quali era cominciata la sua inchiesta sulla scoperta dell’America.
Taviani era Presidente della Commissione colombiana, della quale facevano parte quei professori che si sarebbero successivamente distinti con i loro interventi in sede di convegni e di conferenze e con articoli (in particolare sul "Secolo XIX", dove su Colombo non si scriveva nulla senza interpellare il senatore a vita) per mettere alla berlina la ricerca del giornalista.
Quando proprio, messi alle strette in qualche contraddittorio, non ci si poteva esimere dal valutare seriamente i contenuti degli studi di Marino, i professori si trinceravano dietro l'alibi che le tesi del giornalista non potevano essere prese in considerazione, poiché erano portate avanti secondo canoni non scientifici quanto alla forma.
Ma dalla lettera di Taviani è evidente che le "fesserie" (così erano state definite sempre da Taviani le prime uscite di Ruggero Marino) furono prese in serissima considerazione (il senatore spreca addirittura un aggettivo come "geniale" e ammette la presenza negli articoli di Marino, di una "connessione storiografica", sfuggita "anche" a lui, ammissione che deve essergli costata non poco) fin dall’inizio, come dimostra la lettera con cui Taviani si rivolse addirittura alle "autorità competenti" in Vaticano. Oltre ad aver dato ordine di rovistare negli archivi genovesi.
Taviani parla anche, a proposito della "sponsorizzazione" dell’impresa, da parte di Innocenzo VIII, di preesistenti leggende; per la verità leggende in questo senso non ne esistono; è evidente il tentativo di non volere riconoscere l’originalità di una tesi. Il senatore annuncia inoltre una lettera aperta a "Il Tempo", che non sarà mai spedita, evidentemente dietro consiglio degli stessi professori, sul cui appoggio d’altronde Taviani contava, ambendo a diventare Accademico dei Lincei. In compenso il senatore ebbe l’onestà di chiamare in un secondo tempo Marino per dirgli che "stava colpendo giusto", salvo poi, a libro uscito (in cui Marino rivelava quali erano stati i suoi rapporti con i vari professori), eclissarsi definitivamente.
A Marino inoltre fu comunicato che il suo libro era difficilissimo da trovare in molte delle librerie di Genova, proprio là dove il suo primo editore, la Newton Compton, aveva concentrato la diffusione.
Nel reparto dei libri usciti per il Cinquecentenario, alla Mostra di Genova del 1992, il libro non compariva, così come all’autore non venne fatto alcun invito in sedi ufficiali. Solo a celebrazioni concluse, Marino fu chiamato a tenere una relazione all’Università di Genova dal Preside della Facoltà di Magistero, Francesco Perfetti, che si mostrò favorevole alle sue ricerche.
Nella Bibliografia Colombiana, che elenca quanto è stato scritto - articoli compresi - su Colombo dal 1793 a tutto il 1990, a firma Simonetta Conti - facente parte della Commissione colombiana - e presentata da Paolo Emilio Taviani, il nome di Ruggero Marino non compare. Mentre all’estero, in "America es otra cosa", German Arciniegas dedicava un capitolo, dal titolo "No fue Isabel sino Inocencio", alla "scoperta" di Marino.
Scoperta: proprio quella parola che alcuni professori hanno voluto sempre evitare, per non ammettere la clamorosa lacuna di un papa genovese che avevano in casa e di cui non si erano accorti. E le possibili clamorose implicazioni che ne potrebbero seguire.
Ruggero Marino ha pubblicato in seguito una quarta edizione della sua opera aggiornata ed ampliata, con prefazione di Franco Cardini, per i tipi della RTM.
Dal 1990 l’atteggiamento di molti ricercatori nei confronti del "dilettante-giornalista" è mutato. Le sue tesi sono state riprese da molti studiosi.
Ma una orchestrata congiura del silenzio, nei confronti di quella che lo stesso Taviani definì una "bomba", non è mai venuta meno. Bisogna paventare una sorta di "tangentopoli intellettuale": se Garibaldi era di Craxi, Colombo era di Taviani. Di fronte al senatore i colombisti e molti degli stessi accademici si "mettevano a tappeto" e la RAI non muoveva foglia senza la sua consulenza. A parte il capitolo mai approfondito della vergognosa gestione delle Colombiadi e di molti convegni lautamente "sponsorizzati". Per finire con una specie di sudditanza che Ruggero Marino definisce "vergognosa e secolare" nei confronti della storia scritta ed imposta dagli spagnoli.
Sono ormai dodici anni che la ricerca va avanti: tutto è iniziato quasi per gioco. Poi, con il tempo, è diventata sempre più appassionante.
Facendo di Ruggero Marino, giornalista e scrittore, una sorta di personaggio, che pare uscito dalle pagine di un libro di Umberto Eco.
Da quando, allora, era redattore capo di un grande quotidiano romano, "Il Tempo", si trovò recapitata sul suo tavolo in redazione una lettera singolare. Proprio come in un film giallo.
La lettera era firmata da un personaggio, che si diceva il legittimo discendente di un papa; una lettera che forniva sorprendenti indicazioni circa possibili retroscena in merito alla prima spedizione di Cristoforo Colombo per la scoperta dell’America. Era il 1990, appena due anni prima dell’avvio del Cinquecentenario dell’impresa colombiana.
C’erano tutti presupposti, in vista delle celebrazioni e dell’attenzione che i media avrebbero dato dell’avvenimento, per smuovere le acque in riferimento ad un protagonista, Cristoforo Colombo, ed un evento, l’approdo al Nuovo Mondo, che fa da spartiacque fra l’era antica e l’era moderna. Al punto che c’è chi sostiene che quel primo viaggio rappresenta la data più importante per l’umanità dalla nascita di Gesù Cristo.
L’attenzione di Marino, da buon giornalista tramutatosi in detective nel tempo, si concentrò sulla letterale "sparizione" - non a caso lo chiamò il papa "desaparecido" -, ai fini della genesi del primo viaggio colombiano, del personaggio più influente dell’ecumene cristiana, verso la fine del secolo quindicesimo: il pontefice di Roma. Nel caso specifico Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo. Un papa di cui si sa ben poco, colpito da "damnatio memoriae", ma sulla cui tomba in San Pietro è scritto: "Novi orbis suo aevo inventi gloria" (nel corso del suo pontificato la gloria della scoperta di un Nuovo Mondo).
Quell’omaggio parve strano a Marino, tanto più che la bellissima tomba del Pollaiolo era anche l’unica traslata dalla vecchia alla nuova Basilica vaticana.
Si trattava dello stesso papa di cui non si parlava mai in riferimento a Colombo, un vicario di Cristo sfuggito al setaccio dei colombisti più accreditati. Compresa la cosiddetta scuola di Genova e lo stesso senatore Paolo Emilio Taviani, scomparso da poco, che da 50 anni studiava Colombo e senza il quale nulla si muoveva in Italia riguardo ai temi colombiani.
Strano, si disse Ruggero Marino, visto che il papa era considerato a quel tempo il "Dominus orbis" (il padrone del mondo) e che in suo nome e per evangelizzare i pagani all’oscuro della fede, si muovevano le prime spedizioni che affrontavano gli oceani. In particolare in quell’Oceano Tenebroso, che si estendeva oltre le Colonne d’Ercole. Considerato ancora un limite invalicabile alla conoscenza umana, anche se i portoghesi già si erano spinti lungo le coste africane.
Strano, si ripeté Marino, soprattutto perché quel papa sparito era genovese. Verificato che il pontefice seguente era quel "gentleman" di Alessandro VI, lo spagnolo Rodrigo Borgia, che dopo essere stato eletto con gli intrighi della corte e dei cardinali spagnoli, concederà le nuove terre ai re di Spagna, Isabella e Ferdinando, Marino, in seguito anche ad ulteriori indizi, si convinse di essere su di una buona pista.
Ne seguirono una serie di articoli (in un periodo in cui "Il Tempo", per il quale Marino lavorava, era ancora un grande quotidiano, sia pure già in vertiginosa discesa) ed un libro, che lanciò un macigno nello stagno della ricerca scientifica. Ma che gli addetti ai lavori cercarono in tutti i modi di oscurare e rimuovere. A cominciare da quella Commissione Colombiana, che dalle rivelazioni del libro di Marino si trovò del tutto spiazzata.
Il libro dal titolo "Cristoforo Colombo e il papa tradito", nonostante tutto ebbe un buon successo di vendita, raggiungendo in breve tre edizioni per i tipi della Newton Compton e guadagnandosi anche il Premio Scanno. La quarta edizione rinnovata ed ampliata (questa volta per le edizioni RTM) si avvalse poi della prefazione di Franco Cardini che, dopo aver riconosciute le qualità storiche della ricerca, avanzava un parallelo fra lo scopritore di Troia, Schliemann e quel "diavolo d’un uomo" di Marino.
Da allora Marino non si è arreso e continua nella sua ricerca.
Rafforzandosi sempre di più nell’ipotesi che i meriti italiani nell’impresa vadano ben al di là della "genovesità" di Colombo. Non per nulla è convinto che l’argomento dovrebbe essere cavalcato anche politicamente, certo che non si può lasciare un avvenimento così importante come la scoperta dell’America ad un’interpretazione dei fatti basatasi sulla storia scritta dai cortigiani dei vincitori. Tanto più che con l’oro delle Indie la Spagna poté dominare la Cristianità per oltre un secolo.

INTERVISTA A RUGGERO MARINO
Cominciamo dalla fine. Ultimamente anche il "Times" di Londra, come altri prestigiosi media internazionali, hanno dato ampio rilievo alle sue ricerche. C’è stata qualche novità?

Direi più d’una.
A parte il fatto che io comincio provocatoriamente a domandarmi chi, come, dove, quando e perché è riuscito a fare sparire il continente America, per farlo riaffiorare, quando ha ritenuto che fosse giunto il momento giusto e che la "scoperta" fosse improcrastinabile.
Dall’antichità al tempo di Colombo il nuovo mondo sembra l’oggetto misterioso di una grande gioco di prestidigitazione.
Inoltre ho trovato lo studio del maggior islamista italiano, Alessandro Bausani, sulla famosa carta di Piri Reis. È clamoroso. L’autore scrive che sulla didascalia di mano dell’Ammiraglio turco, che accompagna la mappa, si legge, in relazione alla scoperta dell’America da parte di un "infedele chiamato Colombo", di un primo viaggio avvenuto nell’890 dell’era araba.
Tradotta nella cronologia cristiana quella data è il 1485. Altri parlano di 896 (1490-91). Come si vede siamo sempre di fronte a un dato che precede il fatidico 12 ottobre 1492. Molti parlano di "predescubrimiento" colombiano in epoca anteriore, rispetto a quella ufficiale della tradizione. Piri Reis lo avvalorerebbe. Ma soprattutto quelle cifre collimano con quanto è inciso nell’epigrafe in San Pietro sulla tomba di papa Innocenzo VIII. Ovvero che "l’America fu scoperta nel corso del suo pontificato".

Andare controcorrente non è semplice, specie nei confronti di un avvenimento dell’importanza della scoperta dell’America, visto che l’argomento è stato sviscerato attraverso 500 anni di pubblicistica storica e non.

Difatti non è stato semplice; e non lo è neanche adesso. All’inizio, dagli storici colombisti ho preso solo schiaffi in faccia. Con il tempo ho imparato a prendere le misure, dopo le prime amarezze. Ho scoperto così che molta della documentazione relativa a Colombo non è conosciuta e che molti si ritengono depositari di verità, solo per avere letto qualche "classico" su quelle lontane avventure. Molti cosiddetti storici non digerivano il fatto "eretico" che fosse un giornalista a segnalare che avevano preso un "buco" come quello di un papa, che io, fra l’altro, ritenevo centrale ai fini della spedizione.
La Commissione Colombiana per il Cinquecentenario mi attaccava, Taviani, che ne era il Presidente, definiva gli articoli "fesserie di un giornalista", ma contemporaneamente scriveva una lettera in Vaticano, perché si verificasse la documentazione relativa a papa Cybo. Senza però darmene notizia, anche se ci incontrammo a casa sua proprio in quel periodo. Evidentemente valutato il fatto che di "fesserie" non si trattava, speravano di arrivare loro ai documenti, in modo da poter gestire la nuova situazione, che sarebbe stata rivoluzionaria, in vista del 1992. Debbo dire che successivamente Taviani mutò in parte il suo atteggiamento, inserendo una citazione sulla mia ricerca nei tomi della Raccolta Colombiana.
La citazione c’è, ma di meno, per la verità, vista la pubblicizzazione che le mie tesi avevano avuto anche attraverso la televisione, non si poteva proprio fare. In altri lavori dello stesso Taviani come di altri, la citazione nemmeno compare. È questa la correttezza che osserva molta ricerca "accademico-scientifica".

Da allora la sua ricostruzione ha fatto notevoli passi avanti. Qualche sassolino nella scarpa nel frattempo se lo è tolto?

Sì, ma non a sufficienza. Taviani disse a suo tempo che l’inserimento nella vicenda storica di Colombo del papa genovese era una "bomba". La bomba non è mai scoppiata e si è fatto di tutto perché non scoppiasse, in un’acquiescenza alla storia imposta dalla Spagna, che grida vendetta. Io do fastidio, quanto e forse più di quanto non abbia dato fastidio il professor Di Bella. Io non sono nemmeno professore.
D’altronde un sacerdote e studioso che lesse in anteprima il libro me lo aveva pronosticato, dicendomi: "Gli studiosi gliela faranno pagare". Ora, per la verità, si parla di Innocenzo VIII, ma in modo da far sembrare la cosa ovvia, scontata, quasi non fosse una novità.
La citazione della fonte, quando compare, compare nelle note, salvo alcuni casi. Taviani inoltre attribuisce ad uno storico inglese, il Robertson, il merito di avere coinvolto il Vaticano nella vicenda. Quando il Robertson, a sua volta sviato da quanto sempre scritto, non risale minimamente al ruolo del papa e della Chiesa di Roma. Mi è capitato anche il caso di un professore di matematica di Perugia, con il quale mi confidavo dopo l’uscita del primo libro, che ha saccheggiato a man bassa quanto di nuovo ero riuscito a trovare riguardo alle implicazioni templari del progetto colombiano.
Non è l’unico. Sono quelli che io chiamo i "plagiator cortesi" o i fratelli Pinzòn. A modo loro in qualche caso anche utili. Soprattutto perché mi danno ulteriori stimoli. Ma la soddisfazione maggiore è venuta dall’intervento di un anziano professore, Osvaldo Baldacci, all’Accademia dei Lincei, quando il cattedratico, presentando un’opera di Taviani, ha fatto un ampio e lusinghiero riferimento alle mie ricerche. Ora siamo nella fase del silenzio o nel migliore dei casi del silenzio-assenso. Ma censure, depistaggi e ostacoli non sono mancati e non mancheranno. Cardini, mi ha detto, che la questione è talmente grossa e delicata che, anche nel caso avessi ragione, la verità non potrà mai venire a galla. Preferisco non crederlo.

Lei presenta Innocenzo VIII come il "Deus ex machina" del primo viaggio di Colombo. È sempre convinto che Colombo è l’"inviato" del pontefice e non solo dei re di Spagna?

È evidente. I soldi dati a Colombo sono per metà genovesi e fiorentini. E questo, anche se non lo si sottolinea mai, lo si sa da sempre. I genovesi ho trovato che sono tutti parenti di papa Cybo, la parte fiorentina viene invece da un banchiere dei Medici.
Non a caso papa Cybo aveva sposato suo figlio Franceschetto con la figlia di Lorenzo il Magnifico, che era diventato così il consuocero del papa. I fondi spagnoli, non sono di Isabella né tanto meno di Ferdinando, ma vengono dal fondo della crociata per la guerra contro i mori in Spagna. Fondo istituito sempre da papa Innocenzo VIII.

Eppure la storia afferma che furono Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona...

Proprio qua sta il punto. La storia ci è stata tramandata dagli spagnoli. Spagnoli in Spagna, spagnoli a Roma con papa Borgia. Si sostiene da più parti la falsità di molta documentazione. Fino ad ora l’accusato era sempre Colombo, visto come un "vu’ cumprà", in vena di autoesaltazione e avido di oro.
L’ottica va ribaltata. Chi ha interesse a falsificare gli eventi per trarne, come ne trarranno, tutti gli utili possibili, rinnegando anche la parola data, sono i presunti mandanti dell’operazione. I cronisti-cortigiani hanno fatto il resto. Non va dimenticato che i Colombo, per ottenere giustizia, fecero addirittura una causa contro la nazione spagnola, che nonostante la disparità delle parti in campo, si protrasse per oltre 50 anni. Per un Nuovo Mondo e l’oro delle Indie valeva la pena di fare carte false, sulla base di false testimonianze, in un tempo in cui non si andava tanto per il sottile e la democrazia era di là da venire. Io nutro seri dubbi sulla morte naturale di Innocenzo VIII, che muore con un tempismo sospetto, sette giorni prima della partenza del navigatore da Palos. Così come più che sospetta è la morte, diciamo pure alla papa Luciani, di un pontefice successivo, quel Pio III, francescano (l’ordine che sarà con vari personaggi sempre vicino a Colombo, che in morte indossa il saio marrone), che dopo il Borgia, rimane sul soglio di Pietro per appena 10 giorni. Potrebbero sembrare troppi gialli. Ma i grandi gialli, e Colombo e la scoperta dell’America lo sono, richiedono molti morti e altrettanti carnefici.

Lei insiste su un Colombo uomo di fede e pronto a fare la santa crociata per il riscatto del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Colombo è a sua modo una sorta di ayatollah. Gerusalemme e la crociata sono il suo chiodo fisso, così come l’evangelizzazione delle nuove genti. Dagli accordi che precedono la partenza al testamento Colombo non pensa che alla riconquista dei luoghi santi. Un papa come Giovanni Paolo II, se leggesse le carte di Colombo, ne resterebbe affascinato. Colombo è un crociato, un cavaliere, che agisce come tale nei confronti di chi non si "persuade" alla fede di Roma. Ma tra i tanti che sbarcano sulle nuove terre è il più disponibile all’incontro prima che allo scontro con gli indios. Sarà proprio questo suo atteggiamento a provocargli ulteriori risentimenti da parte degli "hidalgos" che rifiutano ogni tipo di lavoro. Mentre Colombo vuole che tutti si adoperino in vista del mondo nuovo, che annunciano le profezie.

Di importanza fondamentale è stata per lei la lettera di Colombo in cui il genovese, al ritorno dal primo viaggio, osa avanzare la richiesta di un cardinalato per il figlio minorenne Diego.

È la prova che quando era partito aveva stretto accordi precisi con il pontefice. Quella lettera è stata scoperta da poco, fra l’altro Colombo fa un riferimento anche a Lorenzo il Magnifico. Quando scrive Colombo non sa ancora che papa Cybo è morto. Siamo nel 1493 e Colombo dice che è disposto, con l’oro che gli spetta, a mettere in piedi l’esercito per la santa crociata: "...di qui a sette anni". Significa il 1500! Colombo non poteva non pensare al Giubileo. Un Giubileo che avrebbe visto il trionfo della Cristianità sull’Islam. Siamo inoltre ai 400 anni dalla prima crociata; i cavalieri di Malta sono implicati nella vicenda, visto che i Cybo vengono da Rodi e che il Gran Maestro D’Aubusson, caso che si ripeterà solo un’altra volta nella storia, viene fatto cardinale da papa Innocenzo VIII. È lo stesso Gran Maestro che consegna nelle mani di Giovanni Battista Cybo il figlio di Maometto II, Djem, un ostaggio prezioso, che potrebbe consentire la restituzione a Roma di Costantinopoli e di Gerusalemme. Molti di questi fatti non li scopro io, sono sparsi qua e là nelle storie del tempo. Io non ho fatto che assemblarli insieme e ricondurli ad un unico disegno che sembra proprio "l’uovo di Colombo". Nelle xilografie infine dell’epoca la croce delle vele di Colombo è una croce crociata, che può essere quella di Amalfi, dei Templari, dei Gerosolimitani e di San Giorgio di Genova.

Insomma non solo Genova, ma anche Roma, Firenze: il contesto dell’impresa sarebbe tutto italiano.

Lo è. Senza per questo voler fare dello stupido nazionalismo da campanile. Oltre al Toscanelli e all’Umbria francescana si potrebbe aggiungere anche Napoli, Padova, Piacenza e Venezia.

Ma il fatto più eclatante è la sua affermazione che Colombo potrebbe essere il figlio del pontefice.

È un’ipotesi da vagliare senza scandalismi. Io per primo ho tenuto sempre fra le righe fin dal 1992, questo versante dell’indagine, anche se come notizia può apparire "appetitosa". Un giornalista dovrebbe forse avere meno scrupoli, ma io debbo stare attento ad essere molto meno giornalista del richiesto, per non incappare in facili ritorsioni. Non voglio rovinare quanto fatto sino ad ora. Ma è un dato inconfutabile e sorprendente che ci siano ritratti in cui Colombo e Innocenzo VIII sembrano la stessa persona. Si potrebbe addirittura pensare che siano un’unica persona. Non si deve dimenticare d’altronde che Innocenzo VIII, oltre a due figli riconosciuti, aveva molti illegittimi.
Erano i tempi. Si parlava di nepotismo. In testi coevi per due volte, nel corso della ricerca, mi sono incontrato nella definizione di "Columbus nepos". Colombo al nord significa figlio dello Spirito Santo, come Esposito al sud. I colori infine dello stemma di papa Cybo hanno gli stessi colori di una parte del primo stemma di Colombo. Parte che successivamente verrà fatta sparire dalle armi che caratterizzeranno l’Ammiraglio e Viceré delle Indie.
Il fatto inoltre che Colombo avesse un suo stemma di famiglia, prima del conferimento delle armi da parte dei re di Spagna, suffraga ancora una volta il fatto che il navigatore non fosse un "signor nessuno".

Ma papa Cybo resta un pontefice massacrato dalla storia.

Penso che i re di Spagna come papa Borgia abbia fatto un’ottima opera di depistaggio. Si ricordi che per papa Cybo si parla di un mappamondo di Enrico Martello, commissionato nel 1489, che è in qualche modo vicino alle concezioni geografiche del genovese circa le nuove terre che avrebbe toccato. È curioso anche che il primo oro delle Indie sia venuto a Roma per indorare il soffitto di Santa Maria Maggiore.

Ma perché la verità, a distanza di 500 anni, stenterebbe ad affiorare? Il Vaticano non avrebbe che da trarne lustro e vantaggi.

La storia si complica. Per alcuni ricercatori Colombo è di sangue ebreo. Anche il papa è figlio di Aronne, un nome ebreo, nipote di una Sarracina, quindi anche musulmano.
Nelle sue vene si concentravano le tre grandi religioni monoteiste. Si completava il mondo; si riunivano le fedi. È un sogno antico, ma anche eretico, in vista del nuovo tempo dell’oro, in cui Colombo crede sulla scia delle profezie di Gioacchino da Fiore. La visione di Colombo è una visione alchemica: una conciliazione degli opposti attraverso la via dell’oro. Le frasi che, a mio parere, fotografano alla perfezione questo misterioso protagonista della nostra storia, sono tanto belle, quanto per alcuni probabilmente inquietanti.
Colombo dice, difatti, di aver trattato con "gente sapiente, ecclesiastici e laici, latini, greci, giudei e mori" arrivando all’affermazione che "lo Spirito Santo opera in cristiani, giudei e mori". È un’ammissione, non solo per i suoi tempi, di un coraggio incredibile. Non si comprende come, nella Spagna, che cacciava musulmani ed ebrei, che li sottoponeva alle torture dell’Inquisizione, sia potuto sfuggire al rogo. La stessa affermazione dell’esistenza di un quarto continente era un’autentica eresia a fronte della concezione dogmatica di un mondo trino, diviso come una croce a forma di T.

Lei vede in Colombo il terminale di un grande disegno più che uno scopritore?

Esatto, Colombo non scopre niente, ovvero scopre solo quello che avrebbe dovuto scoprire nel suo ruolo, come d’altronde si firma, di Christo Ferens. Si deve cominciare a leggere la sua impresa come si leggono i dipinti dell’epoca. Ci sono nel personaggio e nella storia di Colombo un simbolismo e un ermetismo voluti, insistiti e ricorrenti.

Visto che il silenzio è peggiore delle battaglie come pensa di procedere?

Spero, innanzi tutto, di riuscire a portare le mie tesi ed il mio libro oltre oceano. Sono alla ricerca di una casa editrice negli Stati Uniti, che si faccia carico della mia versione di quella che qualcuno ha definito la "riscoperta dell’America".
Sarò grato a chi in questo senso potrà darmi una mano. Solo scavalcando le baronie tipiche del nostro paese, ritengo che si possa portare avanti un discorso innovativo senza pregiudizi.
Se non altro ci sarebbero una verifica ed un confronto serio. Credo che in questo caso ne avrei solo da guadagnare. C’è inoltre in ballo un’opera teatrale, scritta con Mario Moretti, in attesa di una produzione.
Mentre ogni tentativo di coinvolgere la televisione, nonostante un primo entusiastico sì, a suo tempo di Giovanni Minoli poi di Lorenza Foschini, è letteralmente naufragato. Per la televisione l’obiezione solita, di fronte alla quale cadono le braccia, è il problema delle immagini, nemmeno Colombo e Innocenzo VIII, per essere "rivisitati", debbano essere ancora in vita. Quando poi si dà rilievo ed alibi scientifico ad un "Quark", come di quello di Angela su Colombo, che ha il valore di un superficiale e sconcertante fumetto per bambini.
Peccato perché il viaggio di Giovanni Paolo II ai luoghi santi ha riattualizzato le volontà di Colombo e di Innocenzo VIII. Si aggiunga la beatificazione di Pio IX, il papa che, pochi lo sanno, tentò di fare santo Colombo. Tentativo che fu ripreso nel 1892 da papa Leone XIII.
Iniziative cadute nel vuoto e nel dimenticatoio, ma la causa resta in piedi. Per quanto mi riguarda quanto prima mi accingerò ad un nuovo libro. Perché resto fermamente convinto che la storia di Colombo è ancora tutta da scrivere.

Nota:
Il libro "Cristoforo Colombo e il papa tradito", ormai quasi esaurito, si può trovare ancora presso la libreria Maraldi di Roma.
Per ordinarlo: Tel. 06-39723024 oppure 06-39723168


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