
IMPATTO TRA I DUE FIUMI
di Vittorio Di Cesare

Sembra ormai confermato: tra il Tigri e l’Eufrate cadde un meteorite che pose fine alle civiltà del Bronzo antico. La catastrofe diede avvio ad uno dei più grandi sommovimenti di popoli della storia e, forse, tra questi l’Esodo biblico.


Più di seimila anni fa, in Irak, non molto lontano dalla confluenza del Tigri e dell’Eufrate, un frammento di roccia cosmica impattò con il pianeta provocando una catastrofe d’inaudite proporzioni.
La clamorosa scoperta, effettuata dal geologo Sharad Master dell’Università di Witwatersrand, Johannesburg, pubblicata in un recente numero della rivista "Meteoritics & Planetary Science", è stata possibile analizzando foto satellitari dell’area.
Dopo l’impatto, avvenuto in una zona coperta da acque poco profonde, la terra ricoprì il luogo del cratere sul quale si formò un lago. Oggi il lago è stato prosciugato, ed il cratere è riaffiorato rendendo plausibile ciò che scienziati e archeologi immaginavano già da qualche tempo.
L’impatto avvenne verso il 2500 a.C. all’epoca in cui caddero i primi grandi imperi della storia, l’Antico regno in Egitto e il regno di Sargon di Akkad in Mesopotamia. Intere città furono rase al suolo o incendiate, da Troia a Byblos a Ugarit a Gerico. Altre furono improvvisamente abbandonate, come i molti centri della Siria settentrionale e dell’Anatolia.
Nel 1948 l’archeologo Schaeffer fu il primo a sostenere la tesi di una colossale catastrofe naturale che sconvolse il Mediterraneo. La sua idea non fu accettata dall’Establishment accademico e, soltanto oggi, grazie agli studi d’alcuni scienziati, analizzando vari luoghi del Medio Oriente, fino al golfo dell’Oman, hanno concluso che davvero attorno al 2500 a.C. iniziò una grandissima siccità, con venti fortissimi che spazzarono via ogni cosa.
La soluzione del mistero oggi sembra contenuta in quest’eccezionale scoperta e nella lettura dell’affascinante di alcuni documenti che soltanto ora hanno senso, alla luce della scoperta della grande catastrofe che generò nell’umanità un timore profondo per la punizione divina.

IL POZZO DEL DILUVIO
Visto dal finestrino di un aereo, il paesaggio dell’Irak non assomiglia a ciò che la Bibbia descrive come il Giardino dell’Eden.
L’aridità del paesaggio è impressionante. Una distesa infinita di sabbia giallo-scura, segnata da canaloni sassosi e immersa in un pulviscolo nebbioso in cui risalta il nero dei depositi di bitume. Il fiume Eufrate è una vena scura color catrame, circondato da una manciata d’oasi, attorno ai "tell", le basse collinette che nascondono i resti d’antiche città.
Sorvolando il territorio fino alla congiunzione tra l’Eufrate e il Tigri, dalle acque color fango, il paesaggio da giallo bruciato s’ingrigisce.
Il pastore Etana, mitico personaggio di un racconto babilonese composto tra il 3000 ed il 2500 a.C., non riconoscerebbe in questo paesaggio quanto vide dalle ali di un’aquila e che descrisse come "...un giardino con il mare che solcava il paese come i fossati del giardiniere".
A partire dal IV millennio a. C. i Sumeri si erano stabiliti in Mesopotamia, la "terra tra i due fiumi" (dal greco "mésos", medio, e "potamós", fiume), dove fondarono le città-stato di Eridu, Ur, Larsa, Lagasc, Umma, Uruk, Sciuruppak, Nippur, indipendenti le une dalle altre.
Fin dal 3000 a.C. la città di Uruk ebbe un ruolo determinante nella diffusione della metallurgia, dell’agricoltura e nella diffusione della scrittura.
Nel XXIV secolo a.C. le mura della città di Ur erano descritte come una "montagna gialla", un ovale irregolare che racchiudeva case e palazzi.
L’Eufrate costeggiava il lato occidentale delle mura fornendo acqua al canale artificiale, costruito per proteggere la città. Un tempio a gradoni, detto "ziggurat", dominava le case.
Era "la Collina del Cielo" o la "Montagna di Dio", il "luogo alto", dove i sacerdoti osservavano il cielo e sacrificavano alle divinità. Tutto sembrava confermare l’eternità a questa temibile città. Ma accadde qualcosa.
"Dopo che gli uomini, le piante e gli animali erano stati creati, quando il potere regale esisteva già, in cinque città, gli dei decisero di provocare una grande inondazione per distruggere l’umanità".
Ancora oggi gli archeologi sono divisi sulle cause che provocarono il cosiddetto Diluvio Universale, le cui prove furono rinvenute ad Ur nel 1922 da Sir Leonard Wooley.
L’ex rettore del New College di Oxford, aveva iniziato la sua carriera di archeologo a Corbridge, nel Northumberland. La sua passione per l’antichità era tale che le innumerevoli campagne di scavo condotte in Egitto e in Medio Oriente (dove "Lawrence d’Arabia" fu suo assistente di scavo), lo qualificarono come uno dei più importanti archeologi del suo tempo.
Poco tempo dopo il suo arrivo ad Ur, Woolley spediva un telegramma trionfante ai suoi finanziatori: "Abbiamo trovato le tracce del Diluvio!" Due soli mesi dopo ed ecco che torna a spedire un altro telegramma "Abbiamo trovato le rovine di Ur risalenti a prima del Diluvio".
"Sia ad Ur che in altre località della Mesopotamia - scriveva Woolley- si sono trovate tracce di inondazioni locali e temporanee verificatesi in varie epoche storiche; talvolta si trattava semplicemente dell’effetto delle piogge in una zona circoscritta, né mai si è trovato alcunché di paragonabile a ciò che noi trovammo nel nostro "pozzo del Diluvio", dove possiamo affermare di aver raccolto le prove di una inondazione che non trova l’uguale nei periodi successivi della storia della Mesopotamia [...].
Quel diluvio fu poi datato attorno al 3800 a.C.
"Quattro metri di fango - la profondità massima - significava probabilmente una massa d’acqua di almeno otto metri; sulla terra piatta e bassa della Mesopotamia, una massa simile dovette allagare un’area lunga trecento miglia e larga cento; tutto il fertile territorio compreso tra i monti elamiti e l’alto deserto siriano dovette scomparire, ogni villaggio dovette essere distrutto, e solo alcune delle vecchie città, poste in cima alle loro collinette di terra riportata, dovettero scampare al disastro".
Un poema sumerico del III millennio a.C., racconta che l’eroe Gilgamesh incontrò Utnapishtin, l’unico mortale sopravvissuto al Diluvio mandato dal dio Marduk.
L’inondazione cui faceva riferimento il poema doveva essere accaduta non molto tempo prima la nascita di Gilgamesh, vale a dire nel 3000 a.C., epoca abbastanza "recente" per essere ricordata nei miti sumerici che tramandarono la storia di questa calamità cui si contrappose una terribile siccità e quindi un fenomeno ricordato come..."pioggia di sangue e di fuoco"!

I RACCONTI DI PIETRA
Come poterono gli uomini antichi creare leggende così terrificanti se non avessero mai conosciuto la devastante forza di un impatto meteoritico?
I Sumeri dimostrarono di conoscere bene questo fenomeno. Per loro il Cosmo era formato dall’Abzu, l’Abisso delle acque, e dal cielo, separati da una cupola di pietra.
Tra Cielo e terra c’era una sostanza detta "Lil", "spirito", "soffio". Sole, Luna e stelle erano fatte di questa materia.
Alcuni corpi celesti erano però erano detti Bibbu, che potremmo tradurre come "pecore nere", in altre parole oggetti che si muovevano nel cielo diversamente dagli altri.
Difatti, se le stelle erano "il gregge del cielo", il branco che si muove compatto, il Bibbu si spostava al di fuori delle regole.
Fu uno di questi corpi indipendenti a creare nell’uomo un timore da incubo? Gilgamesh, in effetti, ha sogni catastrofici. In uno di questi incubi sentì "...Un silenzio di tomba precedere le tenebre che avvolsero Terra e cielo. Poi, all’improvviso un lampo, le fiamme scendono infine dal cielo e con esse la morte, mentre il legno diventa brace ardente".
Chi scriveva questa storia voleva tramandare il terrore per i fenomeni che accompagnarono gli eventi climatici eccezionali che stavano trasformando il clima mediorientale. Per questo, come sostiene H.A.Groenewegen Frankfort, "la religione mesopotamica riflette in molti modi i violenti sbalzi climatici e politici quali erano soggetti gli sforzi umani".

IL MILLEPIEDI DEL CIELO
Con il termine di "meteoroidi" oggi gli scienziati definiscono gli oggetti vaganti nello spazio prossimi ad entrare nell’atmosfera terrestre.
Non passa giorno che la cronaca non segnali queste "presenze".
Uno di questi "proiettili" giunse la notte del nove dicembre 1997, quando il cielo a sud-ovest della Groenlandia fu illuminato a giorno da un "millepiedi gigante di fuoco dalle gambe gialle ardenti".
Fu definita così la meteora che, ad un’altezza di appena quindici chilometri, attraversò l’atmosfera sotto gli occhi di un centinaio degli abitanti del villaggio di Fiskenaesset, nella Baia di Disko. L’impatto dell’oggetto con l’atmosfera provocò una gigantesca esplosione, seguita dalla frammentazione del meteorite caduto a pezzi su di un’area vasta dai 50 ai 100 Km quadrati provocando una gigantesca scena pirotecnica. L’oggetto misterioso di Fiskenaesset, abbiamo detto, fu definito dai giornali un "millepiedi gigante di fuoco dalle gambe gialle ardenti".
Anche Gilgamesh usò un termine simile per descrivere il mitico animale che aveva combattuto, un’aquila dalla testa di leone che scendeva dal cielo sputando fuoco dalla bocca, suscitando tempesta e uragani ed esalando un soffio di morte.
Descriveva una cometa, un meteorite? Forse sì dal momento che, in altri casi Gilgamesh è esplicito quando cadono di questi oggetti: "...camminavo traverso la notte, sotto le stelle del firmamento, e una di queste, una meteora tutta della materia di Anu, (forse di ferro n.d.A.) cadde dal cielo. Cercai di sollevarla, ma si rivelò troppo pesante. Tutta la gente di Uruk venne intorno a vederla, la gente comune, si accalcava e i nobili si affollavano per baciare i suoi piedi...".

LE "LAMENTAZIONI" DI UR
Andando avanti in questa storia ci si accorge che oltre al sostegno del mito, la tesi sulla fine dell’età del bronzo antico in Medio Oriente, si avvale anche di prove archeologiche consistenti. La vita di re Sargon, ad esempio, confermerebbe indirettamente quest’avvenimento.
Verso la seconda metà del III millennio Sumer fu conquistata da un nuovo popolo guidato da re Sargon di Akkad. Quest’uomo s’affacciò alla storia come Mosè: in una cesta di vimini.
"Ero figlio di un vagabondo e di una sacerdotessa di Enitu, - scriveva Sargon - [...] che mi partorì in segreto; mi mise in una cesta di vimini, ne fermò il coperchio con bitume e mi pose sul fiume... (che) mi sostenne e mi portò ad Akki, l’attingitore. (il quale). mi adottò come figlio e mi allevò...".
Indicato nella "Lista reale" come sovrano della IV dinastia della città di Kish, Sargon condusse una lunga serie di guerre contro le città di Lagash, Agade, Uruk, Nippur, arrivando infine ad Ur e a Umma.
Le profezie avevano previsto per lui la vittoria sul nemico annunciata da un’eclisse di sole. Ma un altro documento narrava che: "Sargon [...] marciò nell’oscurità ma una luce gli si accese".
L’esercito di Sargon si trovava nella regione dell’Elam, a Barakhshe, quando si scatenò una furiosa tempesta che travolse ogni cosa, avvolgendola in un diluvio d’acqua tale che "...i soldati si scambiarono le armi tra loro".
Non fu una semplice bufera. Il fatto è ricordato in un documento detto il "Presagio di Sargon", una specie di "per grazia ricevuta" nel quale si racconta come dopo quella tempesta su larga scala, i sudditi si sollevarono contro di lui "da dove si leva il sole fino a dove tramonta".
Ur riceveva tributi dalle città più orientali, Eshnunna, Susa, Lagash, Umma, Nippur. Ad un tratto, questi smisero di affluire alla capitale ed arrivarono invece rovina e carestia.
Studiando i testi sumerici che registrano le entrate nei depositi granari dell’area di Dyala, l’archeologo Thorkild Jacobsen ha scoperto che nel 2400 a.C. il frumento rappresentava il 16% dell’intero raccolto, percentuale che si azzerò completamente nel 2000.
La scarsità delle piene del Tigri e dell’Eufrate, la carestia ed una situazione politica instabile dovuta alle incursioni sempre più frequenti delle tribù dei Martu, fino allora tenute a freno, fecero crollare la confederazione delle città-stato.
I Gutei e i Sua, popolazioni barbare dei monti Zagros, si spinsero fino all’estremo sud mettendo a ferro e fuoco le città di Kish, Adab, Eridu e la stessa Lagash, un tempo perla del vasto impero di Ur. La città fu infine conquistata, il tempio profanato e saccheggiato.
I Sumeri, in Mesopotamia del sud, gli Elamiti dell’Iran meridionale, i pre-Hittiti dell’Anatolia centrale ed i Nutriti dell’alta Mesopotamia, scomparirono assorbiti da nuove popolazioni.
In Anatolia, in Iran e in Siria, tra il 2300 e il 2100 a.C. la crisi fu altrettanto terribile. Si spopolarono città un tempo fiorenti lasciando agli archeologi le testimonianze inconfondibili di distruzioni, non sempre causate dal fuoco, come la città di Troia (quella dello strato II d-g), che subì un inspiegabile abbandono in seguito ad un incendio. Molte città della Palestina, subirono la stessa sorte, sconvolte da disastri terribili come accade alla biblica Gerico nel 2300 a.C. in parte sommersa da una frana fangosa scivolata dai monti vicini.
La siccità fu preceduta da uragani che si erano accaniti sugli scampati ai massacri. Le "lamentazioni sulla distruzione di Ur", un testo composto verso la fine del XXII secolo a.C., ricordano che "Colui che sfuggì alle armi, fu abbattuto dalla tempesta... i deboli e i forti morirono di fame; madri e padri che non avevano abbandonato le case furono sopraffatti dal fuoco; i bambini che stavano sul seno delle loro madri furono portati via dalle acque come pesci". Un’altra "lamentazione", quella di re Gudea di Lagash, alzava agli dei una protesta poiché le "acque che scorrono [...] distruggevano le città come una marea".

UN DIVERBIO D’INTERPRETAZIONE
Questo poema ha confuso i traduttori moderni, i quali, nella tempesta, identificano un’allegoria per indicare le invasioni che si abbatterono sulla città.
In realtà la narrazione si può dividere in due parti: nella prima sono descritti i veri e propri elementi scatenati: "La sua città è stata distrutta, il suo destino mutato. Enlil chiamò la bufera il vento (apportatore) d’abbondanza ricacciò dal paese il vento buono. Diede ordine ai venti cattivi, e li affidò a Kingaluda, controllore dei venti. Chiamò il vento che distrugge il paese, chiamò i venti rovinosi, Mullil fece entrare Gibil (fuoco) come suo aiutante; chiamò l’uragano (che scorrazza per) i cieli: l’uragano che urla nelle altezze, l’uragano rovinoso per il paese urla in basso, il ventaccio maligno, come piena travolgente, contro cui non fracassa le barche della città e tutte le ingoia. [...] Tutti questi venti turbinano alla base del cielo; davanti all’uragano fece piovere fuoco, vi affiancò turbini furiosi, ardenti, dal deserto; al meriggio si levò quel turbine e piovve fuoco. Il meriggio trattenne l’invio della sua luce chiara, la luce buona, sul paese non spuntò la luce chiara e comparve solo come la stella della sera. Il piacere della frescura che la notte apporta lo trattenne il vento del sud e le brocche (dell’acqua) sono piene di polvere."
I Gutei, giunti dopo la tempesta, incontrano una città stremata, non trovano nessuna resistenza.
Il poema sottolinea il passaggio tra le due azioni, quella compiuta dalla natura e quella umana: "La bufera s’accanì a lungo. Un bel giorno (finalmente) la bufera abbandonò la città ridotta ad un mucchio di rovine. [...] Quel giorno (finalmente) la bufera abbandonò la città. [...] Le sue mura erano sbrecciate. [...] La gente finita dall’ascia, non la riparava il copricapo. [...] Gli individui colpiti dalla lancia non avevano indossato il pettorale (di difesa). Giacevano nel loro sangue come se la madre li avesse dati allora alla luce."
Lo scriba descriveva due situazioni diverse? Sembra di sì.
L’invocazione al dio del Caos Iskur è molto esplicita. Il dio lancia sassi e non sembra simbolicamente: "Tu, figlio mio, vattene esultante, vattene: chi, se t’insorgi, s’oppone? Se vai contro la terra nemica, in odio a tuo padre, chi ti sarà pari nello scontro? Pietre piccole afferra il Girru; chi ti sarà pari nello scontro? Pietre grandi afferra; chi ti sarà pari nello scontro? I tuoi ciottoli, i tuoi sassi fa piovere sopra di loro, la terra nemica distruggi con la destra, abbatti con la sinistra."
I Girra (Girru), dal sumerico Gibii, era il dio del fuoco con relativi effetti buoni o disastrosi. Ricorre spesso negli scongiuri e nei testi magici Maqlu usato come sinonimo di Nergal.
Anche un inno a Ninurta dimostra che ci si rivolgeva a questo dio sapendo che era un drago di fuoco, un "...Girru, eroe perfetto, drago le cui zampe (anteriori) sono di leone e le (posteriori) artigli d’aquila. Mio re, che abbatte i campi nemici, a te il gran signore Enlil concesse la forza; [...] nel cui interno, costantemente furioso, si forma veleno come il corpo di serpente."

SULLA VIA DI MOSÈ
La grande catastrofe coinvolse insomma diversi personaggi storici.
Un coperchio di vaso egizio da unguento in alabastro, con il nome del faraone Pepi I inciso in caratteri geroglifici, fu scoperto ad Ebla dal professor Matthiae.
È il più antico sincronismo dell’Antico Oriente, tra Mesopotamia, Egitto e Siria regnando contemporaneamente Ish’ar-Damu di Ebla, Sargon di Akkad e Pepi I di Menfi. Il quadro storico della crisi venuta dalla caduta di quel bolide celeste, sembra confermare la catastrofe alla confluenza dei due fiumi mesopotamici.
Per uno strano destino in quello stesso momento Sargon ed il faraone fronteggiavano una crisi terribile. Era uno stesso avvenimento che colpiva il Medio Oriente? Mosè era loro contemporaneo?
Non esistono date esatte nell’archeologia delle prime civiltà protostoriche, nonostante gli sforzi fatti dagli studiosi nel cercare di creare una cronologia per l’età del Bronzo antico. Il tempo, in questo caso, è un concetto elastico, più che i giorni e gli anni, si possono definire approssimativamente i secoli entro i quali un personaggio visse o un avvenimento accadde.
Di certo in nessun’altra parte dei documenti dell’uomo c’è una concentrazione così grande di fenomeni atmosferici strani, come nell’epopea del popolo errante. Il suo compilatore dimostrò di possedere una ricchissima fantasia: cieli che si oscurano per giorni interi, colonne di fuoco, mari che si ritirano, città che crollano ed eserciti nemici colpiti da proiettili celesti. L’invasione delle rane, l’endemicità delle zanzare e dei tafani, la grandine caduta sull’Egitto, così come i tre giorni di tenebre, sembrano prodotti da un’insolita siccità. Il Nilo diventò rosso, seguito dalla moria di bestiame, forse una conseguenza dell’umidità che ammuffì, con spore velenose, cereali e biade stipate nei magazzini. Cenere caustica cadde infine dal cielo come un terribile fall-out.
C’è chi vede in quest’ultima piaga la polvere acida ed i vapori d’idrogeno solforato che seguono la caduta di un grosso meteorite, o un’eruzione vulcanica, trasportati a diversi chilometri di distanza per poi ricadere sul terreno con effetti disastrosi per piante e uomini.
Vescicazioni, congiuntiviti, angine e bronchiti possono colpire anche chi non è direttamente esposto ad un’eruzione. In quel periodo anche in Egitto le "lamentazioni" salivano al cielo, descritte efficacemente dallo scriba egizio Ipuwer.

IL PAPIRO DI LEIDA
Il Papiro Leiden 334, detto "Le ammonizioni di Ipuwer", è per molti archeologi un vero rompicapo. Innanzi tutto lo stile suggerisce fosse una composizione della XIX dinastia, sebbene, più probabilmente fu copiato da uno scritto più antico.
Il primo egittologo ad effettuare un esame dettagliato di questo documento fu sir Alan Gardiner nel 1909 che vide in lui una cronaca della XII dinastia, quando l’Egitto cadde nel caos alla fine del Primo Periodo Intermedio. Altri archeologi datano invece il papiro alla VI dinastia (2345-2184 a.C.). Sfortunatamente per noi, il papiro è in condizioni disastrose.
Sia l’inizio e la fine mancano e le lacune del testo non aiutano a risolvere il problema della datazione. Si suppone che il saggio scriba Ipuwer descrivesse al faraone l’epoca in cui l’Egitto era piombato nel caos, esortandolo quindi a "distruggere i nemici della residenza augusta ed eseguire i riti religiosi richiesti in modo che gli Dei sostenessero il restauro dell’Egitto". I fatti narrati sono interessanti.
"Stanno succedendo i fatti che i nostri saggi hanno predetto - scriveva Ipuwer - I beduini si atteggiano ad Egiziani, il furfante si trova in ogni luogo. [...] I cuori sono violenti, il terrore dilaga e la nobiltà è costretta a mangiare l’erba dei prati ed a bere l’acqua del Nilo."
Molte piaghe affliggono l’Egitto. "Le donne sono diventate sterili, Quelli che erano egiziani sono diventati stranieri e sono stati cacciati via... Oro, argento, malachite e cornalina ornano il collo delle schiave, l’uomo guarda il figlio come un nemico [...] I campi non danno più grano, il bestiame muore di malattia od è razziato, l’acqua del fiume è sangue."
Compare poi un indizio importante: le acque trasformate in sangue, come si legge nelle Sacre Scritture.
L’Esodo era un altro effetto della crisi che attanagliava il Medio Oriente dopo la caduta del meteorite?
Probabilmente il Papiro di Ipuwer potrebbe ricordare l’epoca terribile del grande disastro, quando siccità e carestia attanagliarono l’Egitto al punto di far decidere il faraone a cacciare gli schiavi ebrei.
Non a caso un altro papiro attribuito anch’esso alla VI dinastia, detto delle "Profezie di Neferrohu", ricordava che "...gli Asiatici non saranno lasciati tornare in Egitto ad elemosinare acqua e ad abbeverare il proprio bestiame"!
È la conferma che anche l’Esodo avvenne nell’età del Bronzo?
La fine delle civiltà millenarie, la storia di Sargon e dell’Esodo, come le altre storie di morte e distruzione conosciute nel mondo, sono nate in tempi diversi, o in concomitanza di questo disastroso avvenimento?

L’EREDITA DELLA CATASTROFE
Certamente la grande catastrofe fu vista come un segno della punizione divina, sfruttato dai sacerdoti per intimorire, ammonire, profetizzare tempi nuovi.
La cosmogonia trasse un insegnamento dagli avvenimenti catastrofici che avevano mutato la fortuna di interi regni, modificato il clima di intere regioni.
I due diluvi scoperti da Woolley sono la prova che nel giro di pochi millenni diverse terrificanti catastrofi avevano abbattuto e creato nuovi regni, fatto scomparire città e territori.
L’uomo scoprì la ciclicità di questi avvenimenti; iniziò a pensare, quindi, che fosse un destino ineluttabile quello che accompagna la sua esistenza sulla faccia della Terra.
Se l’Universo è davvero una manifestazione di Dio, quei bolidi vaganti hanno avuto un compito non indifferente: farci pensare, innescando il dubbio.
San Tommaso d’Aquino avrebbe dato la risposta più logica a questa angosciosa domanda specificando che "L’esistenza di Dio - come scriveva nel suo saggio sulle Cinque Vie per conoscere Dio - si può provare in cinque modi. Il primo e più evidente, è nel moto. È certo infatti [...] che alcune cose si muovono. Ora tutto ciò che si muove è mosso da altro [...] ma non si può procedere in tal modo all’infinito, altrimenti non vi sarebbe un motore primo."
Questo giallo archeologico inizia e termina qui: da un popolo distrutto e da un frammento di stella cadente. Ogni altra risposta potrebbe essere cercata nella fede.

Chi è Vittorio Di Cesare
Nato nel 1949, vive e lavora tra Bologna e Roma. Archeologo specializzato in applicazioni tecniche ed informatiche per l’indagine archeologica, è stato curatore di importanti musei regionali. Membro della British Museum Society ha tenuto stage alla Sapienza di Roma, all’Istituto di Antropologia di Firenze e in vari altri istituti. È collaboratore esterno delle Soprintendenze Archeologiche dell’Emilia e della Puglia, ed ha condotto campagne di ricognizione, survey e scavo all’estero, in Israele, nelle Canarie, in Italia. Attualmente è curatore di un piccolo museo civico archeologico pugliese.
Giornalista e scrittore, collabora con importanti testate italiane, s’interessa anche di divulgazione e didattica della storia e dell’archeologia.

L’EROE GILGAMESH NEI POEMI SUMERICI
Gilgamesh fu probabilmente un re della città di Uruk, vissuto nel IV millennio a.C. e ricordato nei testi come "Sha nagba imur", "colui che tutto vede".
Figlio del re-guerriero Lugalbanda e della dea Ninsun, questo leggendario personaggio è il protagonista di un’epopea giunta a noi in diverse versioni durante la quale compie delle vere e proprie fatiche di Ercole. Dopo la morte fu divinizzato ed entrò a far parte della mitologia, come protagonista di un’epopea sumera che vide la luce attorno al 2.600 a.C..
Nel I millennio a.C. la sua vicenda fu narrata anche in un poema accadico giunto fino a noi (12 canti), che presenta interessanti analogie con i racconti biblici come, ad esempio, la versione caldea del diluvio universale. Ricordato nei testi cuneiformi come Sha nagba imur, "colui che tutto vede", Gilgamesh compì un viaggio la cui epopea è giunta fino a noi. Una versione di questo mito fu redatta in dodici tavolette del VII secolo a.C., trovate nella biblioteca del re assiro Assurbanipal a Ninive.
È la Tavola IX del poema che parla del suo fantastico viaggio, durante il quale scese all’interno di un tunnel sotterraneo alla ricerca dell’immortalità.
Vicina al sentimento moderno per l’attenzione che dedica ai temi dell’amicizia, del dolore e della morte, l’Epopea di Gilgamesh riesce ad esprimere, attraverso il senso di precarietà dell’esistenza ed il desiderio d’immortalità, la profonda inquietudine umana di fronte alla vita.

METEORE E METEORITI NEI PRESAGI DI SARGON
"Se un astro... sorge e tragitta da oriente ad occidente, [...] Se emette un suono terribile e il paese lo sente, se esso è accompagnato da un fuoco sulfureo: il suo messaggio è trasmesso dal fuoco.
Il messaggero di Enlil manda saluti ad Anu, l’eccelso, manda saluti ad Enlil, e questi saranno trasmessi celermente, allora essi guarderanno favorevolmente giù e il paese sente il rumore delle porte del cielo, quando queste vengono aperte. Anu ordina ad Enlil di promulgare l’atto del condono dei debiti. Il condono dei debiti viene promulgato, le distorsioni corrette, le anomalie annullate, coloro che erano stati costretti ad espatriare possono rimpatriare, coloro che erano stati rimossi (dai loro incarichi) saranno reintegrati, i debiti saranno ricompensati ed allora [...] il povero diventerà ricco, il ricco diventerà povero [...] le proprietà dei deboli saranno salve, chi aveva un incarico ufficiale lo riavrà... il re causerà lamenti al proprio paese, il re di Akkad non otterrà il suo scopo, il re di Babilonia sarà ucciso. [...] I templi dei grandi dei cadranno in rovina, vi sarà una riduzione dei tanti di Nippur a causa dei massacri. [...] Vi sarà un’epidemia tra gli animali domestici del paese, l’arma potente di Erra sarà nel paese e il popolo del paese, i figli [...]che avevano sperimentato la fame, vivranno tempi migliori, la cui durata è fissata in sette anni; fine del reo, lamento del paese, caduta del re e della sua famiglia. Il consiglio del paese muterà per intero e se sarà conquistato con le armi, così da allora un trono avrà il sopravvento sull’altro. [...] Se un meteorite s’infiamma cadendo dall’alto dei cieli fino all’orizzonte, brilla molto forte e allo stesso tempo Adad tuona, il cielo intero non si può vedere e un vento [...] (si alzerà) il presagio astrologico riguarda l’Elam che sarà devastato, i suoi templi saranno distrutti [...] le offerte regolari del grano cesseranno [...] i prezzi aumenteranno, il paese avrà un altro signore, nel nono mese il re morrà."


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