ARCHEOMISTERI
ARCHEOMISTERI Chi siamo  Contatti   Site map    Cerca   Edicola Home  
EdicolaWeb 2004  
Nonsoloufo - Ufo and much moreClicca qui per prelevareARCHEOMISTERI - I quaderni di Atlantide
Archeomisteri
n° 1 Gen./Feb. 2002

  Editoriale
  Archeonotizie
  Archeonet
  Recensioni
   Con gli occhi di ieri:
  Anni '30: Alla
    scoperta di Atlantide



  Tutti gli articoli

abbonamenti alla
rivista cartacea

Editoriale Olimpia SpA


Cerca negli articoli
Consulta le rubriche
  Approfondimenti
  Archeologando
  Cercando il Graal
  Para Martia
  Atlante segreto
  Luci dei Maestri
  Decriptare la Bibbia
  Arcani enigmi
  Icone del tempo
  Altra dimensione
  Dal mondo eterno
  Viaggiatori del Sacro
  L'uomo e l'aldilà
  Oltre l'Orizzonte
  Approfondilibri
  Ufostorie
  Sentieri infiniti
  Usciamo dal tunnel
  Gli inserti stampabili
  Gli articoli dei lettori
  I racconti dei lettori
  La nostra Biblioteca

Consulta le riviste
  Hera
  Archeomisteri
  UFO Notiziario
  Stargate
  Notiziario Ufo
  Ufo Network
  Dossier Alieni
  Extraterrestre
  Ali Dorate

in realizzazione
 

RISCRIVERE IL PASSATO

Catastrofici impatti cometario asteroidali hanno già distrutto antiche civiltà? Potrebbe succedere ancora?
 


di Roberto Pinotti
 

Il 25 e 26 marzo 2000, con il concorso e sotto l’egida del Governo di quell’antica Repubblica, si è svolto a San Marino il "1° simposio mondiale sulle origini perdute della civiltà e gli anacronismi storico-archeologici", da allora annualmente da noi organizzato e coordinato nell’intento di stimolare un dibattito internazionale a tutto campo sulle crescenti evidenze di anacronismi che storia e archeologia hanno ormai posto sotto gli occhi di tutti, a dispetto del conservatorismo di ambienti accademici troppo spesso impigritisi su presunte certezze non del tutto verificate.
Come è sorta la nostra civiltà? Per effetto di una lenta evoluzione priva di sostanziali scossoni? O non piuttosto con uno o più "ritorni alle origini" da parte dei nostri progenitori, in conseguenza di eventi catastrofici di portata globale che hanno "riazzerato" l’ascesa umana? E magari con eventi o sollecitazioni di matrice estranea all’habitat planetario terrestre?
Quel che è certo è che i crescenti interrogativi indotti da scoperte o elementi sempre meno inquadrabili nell’angusto mosaico concepito da una visione storico-scientifica non più al passo dei tempi richiedono risposte.
Anche se esse tendono a scardinare concezioni date finora per acquisite e intangibili.
L’archeologia ha ritenuto per tanto tempo l’Iliade una pura costruzione mitica; poi, un giorno, la realtà dei fatti ha avuto ragione di certe masturbazioni accademiche.
[Atlantide: il mistero dei continenti perduti] Analogamente, la Bibbia e la narrazione della Genesi è stata giudicata dalla scienza una pia favola per un popolo di pastori. E oggi si è verificato, al contrario, che il Pentateuco è - in toto - un testo assolutamente storico e preciso nelle sue varie affermazioni. Forse, domani, si riuscirà a provare nello stesso modo che Platone, quando parlava della sommersione di Atlantide, non si riferiva a un’utopia politica.
Si consideri, in quest’ottica, il problema del "diluvio" biblico, peraltro presente in tutta l’area culturale mediorientale in molteplici tradizioni, e all’Arca di Noè che, fermatasi alle falde del monte Ararat, ha visto un crescente numero di spedizioni lanciarsi alla sua ricerca. Al di là dei risultati specifici, oggi sappiamo comunque - con William Ryan e Walter Pitman - che il cataclisma biblico è realmente avvenuto, con la sommersione di vaste estensioni di terra all’epoca in condizioni subaerali e oggi sul fondo del Mar Nero e catastrofiche inondazioni nel Medio Oriente mesopotamico. Come recita il titolo di un fortunato best-seller di Werner Keller del dopoguerra, "la Bibbia aveva ragione". Perché alla base della leggenda e del mito ci sono sempre fatti reali. E tanti lo hanno ormai capito, oggi.
Però a certi accademici tutto ciò non piace.
E così vediamo le pagine di quotidiani italiani quali "La Repubblica" e il "Corriere della Sera" ospitare il grido di allarme di patetici vessilliferi del conservatorismo scientifico contro i "falsi enigmi" e "l’ondata irrazionale" che avrebbe colpito l’archeologia, un "fenomeno" dichiaratamente visto con crescente inquietudine dagli operatori tradizionali del settore.
E si parla altresì con disprezzo di una "fantarcheologia" che trasmissioni televisive quali "Misteri" e "Il filo di Arianna" (condotte da Lorenza Foschini per la Rai), "La macchina del tempo" (condotta da Alessandro Cecchi Paone per Mediaset) e "Stargate" (condotta da Roberto Giacobbo per Tmc) avrebbero contribuito variamente a divulgare a scapito di realtà e correttezza scientifiche.
Sono però, queste, accuse che denunciano solo il timore del nuovo in un campo tradizionalmente mummificato da schemi stantii e superati. In realtà non è possibile occultare e ignorare i nuovi dati che vanno via via emergendo, e che rivoluzionano certe visioni "scontate" del nostro passato.
Nel 1999, nel corso di un convegno di paleoarcheologia tenutosi a Santa Fe, gli antropologi Dennis Stanford e Bruce Bradley, affiliati alla Smithsonian Institution di Washington, hanno presentato una teoria rivoluzionaria sulle origini dei primi americani, secondo la quale questi sarebbero giunti ben 18.000 anni fa dall’Europa. Verosimilmente attraverso l’Atlantico ghiacciato, sostengono i due scienziati.
Fino ad allora, secondo la teoria dominante, si riteneva che la prima migrazione fosse avvenuta circa 13.500 anni fa da parte di genti asiatiche, le quali, inseguendo le mandrie di bestiame selvaggio, sarebbero giunte nel continente americano attraverso lo stretto di Bering, per poi diffondersi in tutta l’America settentrionale e dar vita alla cosiddetta "cultura Clovis".
Adesso, secondo Stanford e Bradley, manufatti umani trovati lungo la costa orientale, dall’America settentrionale all’America meridionale, proverebbero che ci fu una migrazione europea antecedente a quella asiatica. Reperti litici e ossei della Pennsylvania, della Virginia e della South Carolina presentano somiglianze straordinarie con manufatti europei appartenenti alla "cultura salutreana", cioè alla cultura paleolitica superiore che si sviluppò in Spagna e in Francia, vicino al paese di Salutré, circa 19.000 anni fa. I due ricercatori non escludono che le due culture paleolitiche - clovis e salutreana - siano poi convissute nel continente americano, assolutamente e totalmente distinte l’una dall’altra per millenni.
Una teoria completamente rivoluzionaria - si potrebbe pensare - la quale, tuttavia, non fa altro che confermare quelle che sono le credenze tradizionali espresse da molti nativi d’America. Nel Popol Vuh, ad esempio, il cosiddetto libro sacro dei Maya Quiché, che raccoglie antiche tradizioni di questo popolo, si fa continuamente riferimento ai propri antenati dicendo esplicitamente che essi erano venuti da oriente. Nel capitolo sesto del libro terzo, infatti, sta scritto, in riferimento agli antenati: "Poi essi vennero via, tolsero i pali e lasciarono l’Oriente."
"Questa non è la nostra patria; andiamo a cercare il luogo dove ci dovremo stabilire [...] Tutte le tribù continuarono ad osservare la stella che era l’araldo del sole. Questo segno dell’alba essi portavano nei loro cuori quando vennero dall’oriente, e con la stessa speranza essi partirono, da grandi lontananze, come oggi ci dicono i loro canti".
E ancora, nel capitolo settimo: "Non è chiaro, però, come essi passarono il mare; lo attraversarono e giunsero da questa parte, come se esso non fosse stato mare; passarono su pietre allineate sulla sabbia. Per questa ragione essi furono chiamati Pietre in Fila, Sabbia sotto il Mare, nomi dati loro quando attraversarono il mare, essendosi spartite le acque al loro passaggio".
Proporre un simile scenario, ancora qualche anno fa, avrebbe esposto chi lo avesse fatto all’ostracismo della comunità scientifica e al ridicolo. Oggi però la situazione è diversa, e la rivoluzionaria teoria di Stanford e Bradley rivaluta implicitamente l’ipotesi di un "ponte culturale" euro-americano che non fosse però costituito dall’oceano ghiacciato, bensì da terre nell’Atlantico settentrionale successivamente sommerse. La mitica Atlantide?
Di fronte a questo nome gli esponenti accademici, oggi come ieri, sanno solo arricciare il naso e stracciarsi le vesti, naturalmente. Il che, peraltro, non risolve certo il problema. E la gente se ne è ormai resa conto. Ecco perché, piaccia o no, l’ultimo decennio ha visto montare, dal vasto orizzonte dell’editoria anglosassone (con la sua ricaduta in tutto il mondo), una minacciosa onda di marea contro l’ideale diga foranea dell’archeologia tradizionale, poi abbattutasi con violenza sulle tante irroganti certezze della cultura classica che da secoli hanno costituito la migliore difesa di una certa visione conservatrice della storia e della realtà.
E così, nella scia delle intuizioni sulla "scienza Sacra" degli antichi Egizi di studiosi del calibro di R. A. Schwaller De Lubicz (già divulgate in precedenza da un Sir Anthony West), autori quali Robert Bauval e Graham Hancock hanno dapprima sgretolato e poi travolto, con i brillanti contenuti dei loro best-seller, gli schemi sempre più inattuali e superati di un quadro storico e scientifico vecchio e stantio che fa ormai acqua da tutte le parti.
E con tali schemi superati anche tutto quel vasto filone "riduzionista" che, con gli anni Settanta, ha cercato e tuttora cerca invano di "razionalizzare" certe tradizioni scomode, indicandole come miti, ovvero eventi in buona parte mitizzati. Con ciò, ancor più delle recenti interpretazioni di un J. M. Allen che la colloca a Tiahuanaco sulle Ande, intendiamo riferirci a quelle (decisamente ispirate da un malcelato sciovinismo panellenico) relative ad Atlantide di Spyridion Marinatos divulgate da J. V. Luce e dalla sua "claque" più recente (James Mavor, Richard Ellis, Charles Pellegrino e Rodney Castleden). Per quest’ultimo approccio, com’è noto, il continente perduto di Platone avrebbe coinciso con Thera (Santorino), l’isola egea delle Cicladi parzialmente distrutta da eruzioni vulcaniche e maremoti (che certo segnarono, contemporaneamente, la crisi e il declino della civiltà cretese - minoica).
Nulla di nuovo sotto il sole, comunque.
Si tratta dello stesso perverso meccanismo già applicato a suo tempo alla tradizione omerica da studiosi sclerotizzati e intrisi di un classicismo deteriore, che ritennero Troia un mito e nulla più. Almeno fino a che senza chiedere permesso - uno Schliemann non fece giustizia. Per Atlantide, che ci si è innumerevoli volte sforzati di collocare altrove rispetto a dove la indicò Platone e comunque in una dimensione mitica, ci troviamo quasi sicuramente in una situazione del tutto e per tutto analoga.
Sì, perché in effetti la pretesa di ricondurre la narrazione platonica a una ben più banale realtà mediterranea o andina non regge affatto a una seria e approfondita analisi di tutti i termini del problema, per cui un Bauval e un Hancock hanno solo dato il colpo di grazia a forzature nate già morte. E lo aveva già dimostrato nei fatti, negli anni Sessanta, l’americano Charles Hapgood con i suoi studi sulle mappe di Piri Reis, l’ammiraglio ottomano che tracciò nella seconda decade del Cinquecento delle carte nautiche "impossibili", le quali mostravano nei dettagli le coste dell’America centrale e meridionale e dell’Antartide; e queste ultime come apparivano, libere dai ghiacci polari, 13.000 anni fa!
No. Atlantide, se è veramente esistita, si trovava davvero, come dice la tradizione, nell’Atlantico; e ciò in quanto, anteriormente al decimo millennio a.C., una civiltà avanzata quanto ignota aveva effettivamente mappato le coste atlantiche realizzando dettagliatissime carte nautiche di un mondo diverso (con l’Antartide non sotto la calotta polare) e perduto, in una realtà oceanica e antidiluviana di portata planetaria. È, questo, quanto ha sottolineato già nel 1974 in termini del tutto pioneristici, anticipando di oltre un ventennio il più recente best-seller anglosassone "Ath", dei coniugi Rand e Rose Flem, l’ammiraglio italiano Flavio Barbiero, antesignano della nuova visione storica e archeologica che si profila all’orizzonte.
Quella di una civiltà-madre dimenticata, raccordo culturale fra preistoria e protostoria, spazzata via da cataclismi geologici di scala planetaria e di probabile origine cosmica. Mentre certe mummie depositarie del "sapere" accademico tuonano ancora ex cathedra contro la pretesa assurdità di un simile scenario, assai più realisticamente - seppur con sfumature diverse - autori quali l’inglese John Michell, il francese Jean Deruelle e l’italiano Vittorio Castellani configurano oggi nelle culture megalitiche euro-africane l’indizio di una origine atlantica della civiltà attraverso il "ponte" continentale delle Isole Britanniche, in origine maggiormente estese verso l’oceano: una prospettiva tutt’altro che irrealistica.
Ma non è tutto. Infatti, con l’archeologia protostorica anche l’egittologia è entrata in crisi di fronte a tutta una serie di nuovi elementi. Impietosamente, e in termini estremamente convincenti, Bauval, Hancock e altri ancora hanno infatti, con buona pace delle obiezioni conservatrici di uno Zahi Hawass in Egitto, sottolineato che il paese del Nilo altro non sarebbe che il depositario di una cultura anteriore estremamente avanzata, e che certe sorprendenti conoscenze astronomiche e scientifiche egizie si possono spiegare solo ammettendo la realtà di una civiltà antidiluviana scomparsa e dimenticata. Così pure la funzione tombale delle piramidi di Giza va evidentemente ridiscussa, di fronte alla loro precisa disposizione in rapporto alla posizione delle stelle della costellazione di Orione e a una insospettata visione astronomica dei grandi monumenti dell’antichità protostorica.
Analogamente, la Sfinge di Giza (il "Guardiano" della Genesi) risulta essere un colossale simulacro leonino pre-egizio (che i Faraoni hanno poi restaurato e modellato a loro immagine scolpendola sull’originale testa felina), di ignota quanto antichissima fattura, come indicano le tracce di deiezione pluviale presenti sulla sua struttura litica; e del tutto in linea con ancestrali "monumenti rupestri" scolpiti da mano ignota (come quelli scoperti da Daniel Ruzo in America meridionale).
In questo scenario rivoluzionario entrano in scena sempre nuovi OOPARTS (sigla per Out Of Place Artifacts, "Manufatti Fuori Posto" o "impossibili"). Si va dai controversi reperti francesi di Glozel con il loro alfabeto "ante litteram", alle sconcertanti "pietre di Ica" o alle sconvolgenti figurine di Acambaro in America meridionale, fino ai possibili collegamenti fra l’Indo di Mohenjo Daro e l’Isola di Pasqua; e altro ancora.
Vero? Falso? Comunque sia, il quadro semplicistico delineatoci dalla casta di parrucconi che tanti limiti ha imposto al progresso scientifico circa l’ignoto delle nostre origini appare sempre più destinato a venire stravolto dalla cosiddetta "archeologia proibita" che va ormai imponendosi sia a livello di pubblico, sia a livello di comunità scientifica. Una "nuova archeologia" che retrodata la civiltà e le origini dell’uomo ben più di quanto non si potesse supporre, e che vede nel catastrofismo geologico e cosmico il motivo conduttore dello sviluppo della vita e della civiltà sulla Terra.
Il nostro mondo, infatti, è stato più volte al centro di catastrofi o "emergenze planetarie", ovvero eventi drammatici di portata globale: terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, diluvi, sprofondamenti tettonici, desertificazioni, glaciazioni, impatti cometari, asteroidali o meteorici e quant’altro, che hanno variamente scandito l’andamento dell’evoluzione (si pensi alla fine dei dinosauri indotta dalla caduta di un asteroide 65 milioni di anni fa) e della storia umana (basti considerare il mito del diluvio universale, comune a tutti i popoli della Terra).
Anche al di là della forzatura di alcune sue affermazioni, ha dunque ragione - a dispetto dell’indecorosa ghettizzazione di cui è stato oggetto da parte degli scienziati più conservatori - il geniale Immanuel Velikovsky, il "profeta del catastrofismo" amico di Albert Einstein. Sì, la Terra è stata più volte sconvolta da fenomeni cosmici e geologici, e il mito dei continenti perduti e delle "civiltà preadamitiche" è proprio legato a tali eventi, che hanno imposto periodici "ritorni alle origini" alla civiltà umana, più volte al centro di esperienze apocalittiche.
Di più. Nel cosmo e dal cosmo, in particolare, potrebbero individuarsi i legami, sottili e remoti, fra le nostre origini, l’evoluzione della civiltà e il nostro futuro.
Oggi, ad esempio, si ha ragione di ritenere che il pianeta Marte sia stato materialmente disastrato da impatti asteroidali multipli che ne avrebbero sostanzialmente modificato l’atmosfera, l’idrosfera e l’ambiente originali. La causa di ciò fu la presunta esplosione del quinto pianeta (previsto dalla Legge di Titius - Bode) un tempo gravitante fra Marte e Giove e poi frammentatosi nella attuale Fascia degli Asteroidi?
Nulla esclude, pertanto, che la Terra possa avere - e anche più volte - subito un destino analogo, con vari effetti catastrofici: sommersione improvvisa di intere aree continentali, effetto serra, glaciazioni, slittamento dell’asse terrestre e conseguenti disastri ecologici di varia natura ed estensione. È in questa prospettiva, tutt’altro che irrealistica, che oggi si discute sempre di più di "emergenze planetarie", anche valutando il rischio incombente della possibile caduta di un corpo celeste sulla Terra: un evento che potrebbe segnare la fine della nostra civiltà. Orbene, è opportuno tenere presente che ciò potrebbe essere già successo. E che certe tradizioni possono contenere, con ogni probabilità, la memoria di eventi reali e drammatici per la storia umana. Sì, i continenti perduti non sono un semplice mito.
E anzi, alcuni studi d’avanguardia tendono addirittura a riferire le cosmogonie e le teogonie dell’antichità a catastrofici eventi cosmici. È il caso di Alan F. Alford, che nei suoi recenti volumi "The Phoenix Solution: Secrets of a Lost Civilization" (trad. it. "Dalle piramidi ad Atlantide: i segreti di una civiltà perduta", Newton & Compton, Roma) e "When the Gods Came Down" (trad. it. "Il mistero della genesi delle antiche civiltà", Newton & Compton, Roma) collega un preciso evento astronomico - l’esplosione del quinto pianeta - alla genesi delle teogonie protomediterranee, mediorientali e dell’antico Egitto. In tale ottica, dunque, lo stesso mito della distruzione di Atlantide (o comunque di un civile e avanzato mondo primevo proprio di una favolosa "età dell’oro" spazzata via da eventi cataclismatici) andrebbe proiettato nello spazio extraterrestre, con la possibilità di fare assumere a certe antiche divinità delle valenze inaspettate ben oltre quelle puramente sacrali, decisamente riduttive.
Semplici teorie e nulla più? Forse. Resta il fatto che una quantità crescente di anacronismi archeologici è ormai sotto gli occhi di tutti, facendo così riemergere in concreto un passato remoto ignoto e sorprendentemente avanzato (o magari un vero e proprio "futuro anteriore") dagli abissi del tempo. E con esso anche la constatazione che la storia e l’archeologia che ci sono state finora indicate sono in effetti inesatte e fuorvianti, almeno per quanto concerne la realtà delle nostre origini.

Estratto da: Atlantide: il mistero dei continenti perduti di Roberto Pinotti - ed. Oscar Mondadori, Milano 2001


									

vai alla visualizzazione stampabile   invia questa notizia ad un amico

imposta Edicolaweb come Home       aggiungi Edicolaweb a Preferiti


									Copyright © 2002 Archeomisteri - Diritti riservati agli Autori. Riproduzione vietata.
									
[Edicola home][Archeomisteri home][inizio pagina][articolo seguente]  Tutti gli articoli di
  ARCHEOMISTERI
[Edicola home][Archeomisteri home][inizio pagina][articolo seguente]
 
UFO NOTIZIARIO - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
HERA - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
AREA DI CONFINE - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
Editori amici di Edicolaweb
Eremon Edizioni - www.eremonedizioni.it
Nostre realizzazioni



  BibbiaWeb

  Interkosmos

  OdontoStudio

La civiltà di Marte - Gianni Viola
Il plico misterioso - Un caso di abduction - Maja Ricci Andreini
www.majaricciandreini.com

Edicola Home | Chi siamo | Contatti | Site map | Cerca | Registrazioni | Links | Appuntamenti
info@edicolaweb.net  
Per i contenuti tutti i diritti sono riservati alle società proprietarie delle riviste pubblicate
EdicolaWeb
hosting hardware Editore Hera, I Misteri di Hera, Area di Confine Eremon Edizioni